La dittatura delle abitudini

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Rubo il titolo intenzionalmente e spudoratamente a Charles Duhigg, che nel 2012 ha pubblicato The Power of Habit, tradotto in italiano con un colpo di scena lessicale che rende onore alla tesi del libro stesso: La dittatura delle abitudini.

In inglese, la parola potere è ambivalente, mentre dittatura dice le cose come stanno: le abitudini non chiedono il permesso, si insediano, governano, e non si lasciano destituire facilmente.

Io, personalmente, trovo spesso questo regime più calmante di qualsiasi democrazia cognitiva, anche se ogni dittatura ha un costo e la carenza di stimoli data dal rifare sempre le stesse cose ne è la prova. Alla lunga, la dittatura delle abitudini spegne il cervello, l’entusiasmo e l’energia; ma ribellarsi pure non è gratis, il sistema nervoso ed il subconscio possono ricorrere a metodi assai bruschi per riportare l’io all’ordine.

Storia di un informatico di Google

C’è chi ha deciso di testare questa tesi sul campo e lo ha fatto con una radicalità e scientificità ammirevoli. Max Hawkins, scienziato informatico di Google a San Francisco – lavoro dei sogni, città dei sogni, caffetteria preferita, percorso in bici ottimizzato al minuto – si è accorto che un semplice algoritmo alimentato con una settimana di dati GPS riusciva a prevedere con il 93% di accuratezza i suoi spostamenti nella settimana successiva. Invece di sentirsi rassicurato, si è sentito intrappolato: il suo ruolo nella propria vita stava diventando superfluo. Così ha delegato ogni decisione a una serie di algoritmi di randomizzazione, preparati da lui per l’occasione, mettere alla prova la propria resistenza al cambiamento. Le funzioni gli indicavano cosa mangiare – e non “il solito”, dove vivere (per blocchi di due mesi), dove farsi portare da un Uber.

Per due anni e mezzo ha vissuto nell’alea di un “programma randomico obbligatorio”, tutto da raccontare: Mumbai per lo yoga acrobatico, un allevamento di capre in Slovenia, un pub in Iowa, il Natale in famiglia a Fresno da estranei. Poi ci ha fatto un ciclo di conferenze (Leaning into Entropy, appoggiarsi all’entropia) raccontando che le situazioni più strane diventavano quasi subito la nuova normalità e che si sentiva, paradossalmente, più presente a sé stesso. Il messaggio è semplice e scomodo: non lasciare che le tue preferenze diventino una trappola. Anche lui, però, alla fin fine è caduto in trappola, un’altra volta: il suo algoritmo per produrre casualità è infine diventato la sua nuova abitudine preferita. La dittatura non si abbatte, si sostituisce con una più sopportabile.

In letteratura: Nietzsche e Proust

Nietzsche, in Umano, troppo umano (1878), trattava l’abitudine come la grande nemica dello spirito libero, una forza conservatrice che incatena al passato e impedisce il divenire. Era un filosofo del cambiamento radicale, del sé che si trasforma, e l’abitudine rappresentava per lui la pigrizia dell’anima travestita da saggezza. Capisco il punto, ma come diceva un tale dopo di lui, le condizioni materiali determinano il pensiero – mica il contrario ed è perciò evidente che io e Friedrich non possiamo proprio esser d’accordo: Nietzsche aveva una salute di ferro quando scriveva quelle cose e non doveva gestire un sistema nervoso che si ammutina a ogni cambio di stato.

Proust invece è più utile, più preciso, più umano. Nella Recherche, l’habitude non è nemica ma alleata: è la grande attenuatrice dell’angoscia, quella forza opaca che rende sopportabile il mondo smussandone gli spigoli. Il piccolo Marcel che non riesce ad addormentarsi senza il bacio della madre è, tra le pagine della letteratura mondiale, il più lucido esempio ante litteram di ansia da transizione. E la madeleine, descrizione di quel meccanismo per cui un’abitudine sensoriale convoca un intero universo interiore, è la dimostrazione letteraria che le abitudini non conservano solo comportamenti, conservano identità.

In diritto: prassi, precedenti e la forza del già-fatto

Il diritto ha istituzionalizzato l’abitudine con due architetture completamente diverse, a seconda della famiglia giuridica di appartenenza. Nei sistemi di civil law (l’Italia per esempio) la prassi e la consuetudine sono fonti del diritto di rango inferiore rispetto alla legge scritta, ma non del tutto irrilevanti: la consuetudine giuridica richiede la ripetizione uniforme e costante di un comportamento (diuturnitas) accompagnata dalla convinzione della sua obbligatorietà (opinio iuris ac necessitatis) e allora diventa rilevante. Tradotto: un comportamento diventa norma quando ci crediamo abbastanza a lungo. Dunque tanto inutile o irrilevante non è.

Nei sistemi di common law (quelli angloamericani) la logica è rovesciata con eleganza: il precedente giudiziario è vincolante (stare decisis), il che significa che le decisioni dei tribunali superiori obbligano quelli inferiori a seguire la stessa logica, anche secoli dopo. Il diritto non si costruisce in astratto su principi scritti, si sedimenta caso dopo caso, abitudine dopo abitudine. È una forma di memoria istituzionale codificata: la dittatura del già-deciso. Il che funziona benissimo in contesti stabili e produce cortocircuiti in quelli che cambiano rapidamente; qui il diritto, la neurologia e la sociologia si incontrano con una sincronia insospettabile.

Le persone divergenti e la routine come protesi neurologica

Per le persone neurodivergenti, le abitudini non sono comodità, sono infrastruttura. Uno studio qualitativo del 2026 pubblicato su Autism (Keenan et al.) ha documentato come gli adulti autistici utilizzino routine strutturate, rituali sensoriali e sistemi organizzativi personalizzati per gestire il sovraccarico, ridurre la decision fatigue e sostenere il benessere emotivo. I partecipanti descrivevano questi supporti come fondamentali per funzionare e al tempo stesso riferivano stigma sociale per l’uso visibile di tali strumenti (i pupazzetti sul posto di lavoro, i planner colorati, i rituali pre-uscita).

Il meccanismo è neurologicamente comprensibile. Quando un comportamento è routinario, la sua esecuzione migra progressivamente dalla corteccia prefrontale – sede della pianificazione cosciente, costosa in termini energetici – ai gangli della base, strutture sottocorticali che eseguono sequenze automatizzate con dispendio minimo. Per un sistema nervoso che già spende enormi risorse a processare stimoli sensoriali, relazioni sociali e transizioni ambientali, avere routine consolidate significa avere carburante risparmiato da investire altrove. La dittatura delle abitudini, da questo punto di vista, è una politica di efficienza energetica.

L’inerzia autistica (la difficoltà strutturale a iniziare, fermare e cambiare attività) è il rovescio della stessa medaglia: se la routine è l’habitat naturale, il cambio di routine è la perturbazione del sistema.

Non è resistenza psicologica, non è capriccio, è la risposta di un sistema neurologico che ha investito risorse nell’automazione di una sequenza e che subisce un costo reale quando quella sequenza viene interrotta. Lo studio di Buckle e colleghi (2023) su adulti autistici ha mostrato che questo vivere “agli estremi” – massima fluidità nello stato stabile, massimo attrito nella transizione – è descritto dai partecipanti come la singola caratteristica più invalidante dell’essere autistici.

Credit: autism_feed

L’abitudine autistica non è ripetizione cieca dell’as is, ma adattamento custom alle circostanze e perciò può anche risultare disruptive, innovativa, imprevedibile o diversa, che nei sistemi sociali si traduce in “scarsamente accettabile/accettata”.

L’ADHD condivide con l’autismo la difficoltà nelle transizioni, ma con una firma neurologica parzialmente diversa. Nell’autismo l’inerzia è strutturale e bilaterale, ovvero difficoltà sia ad avviare che a fermare; nell’ADHD il meccanismo è più asimmetrico e dominato dal deficit delle funzioni esecutive, in particolare dell’inibizione della risposta e della memoria di lavoro. Il risultato pratico è simile ma il percorso è diverso: la persona con ADHD non costruisce la routine perché la trova rassicurante in sé, ma perché senza di essa il sistema esecutivo non sa da dove cominciare – e l’inizio, per chi è neurotipo ADHD, è spesso il momento più costoso dell’intera sequenza. Una revisione sistematica del 2026 pubblicata su Neuroscience & Biobehavioral Reviews ha confermato che le difficoltà di funzione esecutiva e disregolazione emotiva sono fattori transdiagnostici tanto nell’autismo quanto nell’ADHD, con sovrapposizioni significative ma profili distinti. Per entrambi i neurotipi, la routine funziona come un’impalcatura esterna che supplisce a ciò che il cervello non automatizza spontaneamente: non è pigrizia, non è rigidità, è compensazione attiva. La differenza è che la persona autistica tende a difendere la routine perché la vive come habitat; quella con ADHD tende a dimenticarla, perderla, sabotarla – salvo poi scoprire, nel caos che segue, quanto fosse indispensabile.

Chi presenta entrambi i neurotipi (AuDHD) vive questa dinamica come un cortocircuito interno permanente. L’autismo spinge verso la routine, la richiede, la difende; l’ADHD la sabota, la dimentica, si annoia a morte appena diventa troppo familiare. Il risultato è un sistema nervoso che costruisce impalcature e poi le smantella, che ha bisogno di struttura e al tempo stesso non riesce a tollerarla a lungo.

La neuroscienze delle abitudini e il costo del cambiamento

Il modello di Duhigg (cue, routine, reward ovvero segnale → routine → ricompensa) ha una base neurologica solida. I gangli della base codificano le sequenze abituali attraverso un processo di chunking: comportamenti distinti vengono compressi in un’unica unità neurale, richiamabile con un singolo segnale. Una volta che il chunking è avvenuto, la sequenza si esegue quasi automaticamente, e interromperla richiede un intervento attivo della corteccia prefrontale, il che spiega perché farlo stanchi, distragga e generi attrito. Un’abitudine non si cancella: si sovrascrive con una routine alternativa che risponda allo stesso segnale. Il che è già una notizia incoraggiante, ma è anche un lavoro: richiede ripetizione costante in condizioni variate, e secondo la ricerca di Phillippa Lally e colleghi (University College London, 2010) il tempo medio perché una nuova abitudine diventi automatica è di 66 giorni (non 21, come il mito popolare vuole) con una varianza enorme tra individui e comportamenti.

Per le persone neurodivergenti questo processo è strutturalmente più costoso. L’ansia anticipatoria legata al task-switching, quella sensazione di resistenza prima ancora di iniziare, è correlata, secondo uno studio del 2025 su Frontiers in Psychiatry, non tanto alle difficoltà di flessibilità cognitiva misurate in laboratorio, quanto a quelle percepite nella vita reale. La valutazione soggettiva del costo di un cambiamento è più predittiva dell’ansia di quanto lo sia la performance oggettiva.

Tradotto: non è che non si possa cambiare abitudine, è che il cervello calcola il costo in anticipo, lo sovrastima sistematicamente, e segnala il pericolo prima ancora che la transizione avvenga.

Il trade-off tra innovazione e tradizione

Qui il discorso si allarga, perché questo non è solo un tema neurologico individuale. Le società cambiano lentamente, molto più lentamente di quanto le narrazioni del progresso suggeriscano. C’è chi sostiene che questo sia un bug evolutivo, e chi invece lo legge come una funzione di stabilizzazione. La common law che si aggrappa al precedente, la consuetudine che diventa norma, l’istituzione che conserva le proprie procedure centenarie anche quando sono obsolete sono tutte espressioni della stessa dinamica che il sistema nervoso autistico esibisce in modo più visibile e meno socialmente accettato.

Il paradosso è acuto nel settore tech, che è strutturalmente orientato all’innovazione rapida ma che mostra tassi di neurodivergenza tra i più alti di qualsiasi industry, con stime che collocano la prevalenza di autismo e ADHD tra i professionisti IT significativamente al di sopra della media della popolazione generale. È possibile che la capacità di lavorare in profondità su sistemi complessi, di trovare pattern, di costruire architetture ripetibili e di resistere alle soluzioni approssimative sia funzionalmente connessa allo stesso sistema cognitivo che produce la fedeltà alle routine. L’innovazione che conta, quella che tiene, non è la rottura caotica del passato, è la sostituzione di una buona abitudine con una migliore, nella mente individuale quanto nei sistemi collettivi.

La mente autistica lo sa già. Impiega solo più tempo a dirtelo, perché sta finendo di fare una cosa.

Credit: wilipedia

Fonti

Duhigg, C. (2012). The Power of Habit [trad. it. La dittatura delle abitudini]. Random House / Corbaccio.

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Lally, P., van Jaarsveld, C. H. M., Potts, H. W. W., & Wardle, J. (2010). How are habits formed: Modelling habit formation in the real world. European Journal of Social Psychology, 40(6), 998–1009. https://doi.org/10.1002/ejsp.674

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Disentangling the association between cognitive flexibility and anxiety in autistic youth: real-world flexibility versus performance-based task switching https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fpsyt.2025.1570185/full

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