Ansia da viaggio

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Ho viaggiato molto. Forse non molto rispetto ad un/a wanderlust king/queen, ma molto rispetto alla fatica che faccio a viaggiare.

Arrivare in un posto non noto, meravigliarsi per l’estetica nuova, scoprire che cosa si mangia, come si parla e visitare le bellezze che un luogo e la sua cultura hanno da offrire è un’emozione enorme. Anche abituarsi all’ignoto che giorno dopo giorno diviene familiare e iniziare a sentirsi parte di qualcosa – una comunità, della natura, un micro mondo – è meraviglioso, ebbrezza e senso di successo, ce la posso fare. Tuttavia, a pensarci prima mi vengono i brividi e le vertigini.

Sono stata negli Stati Uniti, almeno quattro volte, in Cina, a Cuba, in quasi tutti i paesi d’Europa e in Nord Africa, ho girato l’Italia, ma se devo dormire una notte fuori casa mi viene mal di pancia a partire da due o tre giorni prima. Ancora oggi.

Ho battezzato la sensazione di angoscia profonda legata ai viaggi, inclusi gli spostamenti microscopici, le gite e persino i cambi temporanei di alloggio per la notte, “ansia da viaggio”: portatile come una trousse, non si separa mai da me e io da lei. L’ansia da viaggio sta sempre in borsetta, a portata di mano quando si parte e quando si torna; assomiglia all’ansia da esame ma è ancora più radicata nel fisico, mi strazia gli organi, colpendoli a turno. L’ansia da viaggio è più propriamente un’ansia da cambio di stato, perché in formato mignon si presenta anche quando è necessario interrompere lo status quo: non è paura del cambiamento, è disagio da stop and start. Devo smettere di leggere per andare a preparami che si esce? Ansia. Pausa pranzo? Ansia. Inizio della lezione? Ansia.

L’ansia da cambio di stato coinvolge l’uscire, il rientrare, il task switching. Talvolta mi prende anche se mi devo addormentare o alzare dopo aver dormito. È invalidante? Sì, un sacco. È riconosciuta? No, per niente, nessun supporto o aiuto da parte dello Stato o di alcun altra struttura o persona. Mi impedisce di fare le cose? Spesso sì. Mi impedisce di desiderarle, sognarle e progettarle? Giammai. Però è meglio avere sempre un po’ di chimica in tasca 💊e una bella polizza da annullamento.

Andare a casa di qualcuno oppure andare in ufficio oppure tornare a casa (dall’ufficio) è fonte di stress anticipatorio e non perché io senta di non essere all’altezza o tema chissà quale pericolo, è proprio un disagio ambientale, spazio temporale come uscire dalla vasca di acqua calda e buttarsi in quella gelata e viceversa. Per carità, farà benissimo, però ecco anche no. O almeno non più volte al giorno. O almeno non sotto costrizione (delle convenzioni sociali e delle buone relazioni). L’effetto? Sauna finlandese interrotta dall’allarme antincendio, forza, tutti fuori seminudi.

Ricordo serate lunghissime sui binari della metro verde, in prossimità delle fermate in cui il treno esce allo scoperto: staccare dal lavoro e iniziare con la routine della sera era un parto, tutte le sere. Capisco inglesi e irlandesi che prima di rientrare si fanno la birra al pub, forse aiuta a fluidificare il cambio di stato. I non luoghi come hub di decantazione per i cambi di stato sono di aiuto, pur con i loro limiti, l’attesa allevia l’impatto doccia fredda.

Mi capita di provare fastidio anche se viene interrotto il silenzio oppure la musica in loop. O se si deve interrompere ciò che si sta facendo per andare a mangiare. Il flow naturale delle cose sarebbe mangiare mentre sto finendo di fare ciò che sto facendo, perché le cose guidano il tempo e non vicerversa nel mio funzionamento.

La rappresentazione stereotipata del non verbale che gli levi le cuffie e sbrocca ha in realtà un fondo di verità: uno, si rispettano i confini personali, giò i man da la mubilia, toccati le cuffie tue. Due, il cambio stato. Se sto sentendo la musica sono come un pesce lanterna immerso nei suoi abissi, non mi puoi pescare fuori quando pare a te.

L’ansia da viaggio e l’ansia da cambiamento di stato non sono comunicabili, chi è intorno si accorge solo di un improvviso tracollo umorale o nell’espressione del viso. Non vuoi andare a dormire da Gertrude? Su quante storie, che sarà mai, vedrai che ti diverti.

Agitata per domani? Ma non è niente, sono pochi chilometri e poi ci saranno persone che già conosci. La persona che soffre di ansia da viaggio viene considerata esagerata, nella migliore delle ipotesi.

Una soluzione? La dittatura delle abitudini, che però poi cozza fortemente con il bisogno di stimoli per sentirsi vivi; quindi andrebbe riprogettato un po’ tutto: il tempo, lo spazio, le relazioni. E perché no, anche i viaggi.

🤖Spiegone🎓

Il concetto che descrivi come “ansia da cambio di stato” corrisponde esattamente a ciò che la letteratura chiama autistic inertia (inerzia autistica). Il primo studio qualitativo su questo fenomeno, condotto da Buckle, Leadbitter e colleghi (2021) con 32 adulti autistici, ha documentato proprio la difficoltà a iniziare, fermare e cambiare attività come qualcosa “non sotto il controllo cosciente” della persona, con impatto pervasivo sulla vita quotidiana. Non è pigrizia, non è ansia generica: è un’esperienza strutturale del neurotipo.

Uno studio del 2023 pubblicato su Autism (Buckle et al.) approfondisce le due facce dell’inerzia: l’inertial rest (difficoltà a iniziare) e l’inertial motion (difficoltà a fermarsi), descritta dai partecipanti come “vivere agli estremi”. I partecipanti hanno definito l’inerzia “la singola parte più invalidante dell’essere autistici”, ma hanno anche descritto il lato positivo: la gioia totale dello stato di flusso. Questo è esattamente ciò che scrivi su lettura, musica, e il filo che tiene insieme questo post con quello sugli interessi assorbenti.

Sul legame con l’ansia, uno studio del 2025 su Frontiers in Psychiatry ha esaminato il rapporto tra flessibilità cognitiva e ansia in giovani autistici, distinguendo tra difficoltà di task-switching misurate in laboratorio e difficoltà percepite nella vita reale — e sono le seconde quelle più fortemente correlate all’ansia. Questo è rilevante: la tua “ansia da viaggio” non è paura del pericolo, è la risposta ansiosa generata dalla richiesta di task-switching in contesti ambigui e non familiari.

Anche il legame con la sensory processing è ben fondato: una review del 2024 su Springer ha confermato che le difficoltà di processing sensoriale sono strettamente associate all’ansia sia nell’autismo che al di fuori di esso, e che gli ambienti nuovi o imprevedibili amplificano significativamente la risposta ansiosa.

Fonti

Buckle, S., Leadbitter, K., Poliakoff, E., & Gowen, E. (2021). “No Way Out Except From External Intervention”: First-Hand Accounts of Autistic Inertia. Frontiers in Psychology, 12, 631596. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2021.631596
Buckle, S., Morrison, K., Poliakoff, E., & Gowen, E. (2023). ‘I live in extremes’: A qualitative investigation of Autistic adults’ experiences of inertial rest and motion. Autism, 28(3). https://doi.org/10.1177/13623613231198916
Buckle, S., et al. (2023). “In a State of Flow”: A Qualitative Examination of Autistic Adults’ Phenomenological Experiences of Task Immersion. Autism in Adulthood. https://doi.org/10.1089/aut.2023.0032
Russo, N., & Foxe, J. (2024). Sensory Processing and Anxiety: Within and Beyond the Autism Spectrum. In Current Topics in Behavioral Neurosciences. https://doi.org/10.1007/7854_2024_557
Jiang, M., et al. (2025). Disentangling the association between cognitive flexibility and anxiety in autistic youth. Frontiers in Psychiatry, 16. https://doi.org/10.3389/fpsyt.2025.1570185