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Stavo camminando per Milano e riflettevo sulla città, le sue luci e le sue ombre.

A Milano vanno tuttə veloci, perché lavorano, perché hanno fretta, perché la gente è attiva.
Sono vestiti simili, di scuro, con lo zainetto da lavoro sulle spalle. Non si conoscono, non si parlano, eppure sono una moltitudine compatta, che agisce comportamenti omologhi per abitudine e per necessità. Come scrive Marco Malvaldi: “La gente è convinta di essere diversa, ma poi si comporta tutta allo stesso modo.”
Ci sono i professionisti in carriera che escono dagli studi alle nove di sera passate, dopo aver trascorso nella bolla produttiva più di dodici ore, ci sono i neolaureati fuori sede che succhiano il latte della crescita lavorativa (così chiamano la voglia di guadagnare più soldi e più potere decisionale) e che camminano verso un monolocale in affitto condiviso con le scarpe di Tod’s e il Burberry che odora di nuovo. Ci sono residenti abbienti, che lamentano lamentele nonostante il tenore di vita sopra la media. Ci sono taxi e bici di consegne a domicilio, tram strapieni di gente e pendolari con i musi lunghi. Milano non è una città triste, tutt’altro, ha un’iconografia caleidoscopica e un’estetica in evoluzione continua. I bar boho di fianco ai chioschi liberty, monumenti secolari che fronteggiano insegne colorate al neon, Milano offre così tanti stimoli da far girare la testa.

Sul marciapiede, di fianco a me, un tizio fotografa siepi e strisce pedonali. Deve essere appena uscito dalla palestra, a giudicare dallo zaino griffato GetFit, mi chiedo come mai si porti in giro pure una reflex oltre alle sneakers.
Milano è una centrifuga, offre succose alternative di cibo, spettacoli, arte, musica, moda, lavoro, conoscenze, cultura e multiculturalità, ma in cambio chiede di stare al passo: non si può rallentare, bisogna seguire la corrente.
Rumore, luci, passi, voci, clacson, tram che sferragliano come se avessero fretta anche loro di esistere. Tutto insieme, tutto sempre.
Se mi metto da un lato per aspettare che la folla liberi le parti più strette del marciapiede, così da poter passare da sola con calma, al mio ritmo, non passerò mai. Milano non è fatta per chi esita. Il marciapiede è un flusso continuo, una corrente. Se ti sposti di lato per aspettare che la gente si scansi, rischi di restarci due ore: lo spazio non è pensato per la deviazione. È una città compatta, densa, senza margine.
Fermarsi, in realtà, non è un problema, nessuno ti butta a terra come accade in certi quartieri di New York e a nessuno interessa se passi i minuti a guardare vetrine o il cielo. Non c’è da aspettarsi però di poter far convergere il proprio ritmo con un altro ritmo, il tamburo tribale della società coesa, se il triangolo vuole il suo spazio se lo deve afferrare, rubare. Io faccio così, in certi momenti afferro il mio momento con i denti e lacero gli usi, fanculo tutto, ho bisogno di questo adesso.
Woody Allen una volta ha detto: “Il cervello è il mio secondo organo preferito”, ecco, Milano stimola la mente e io la amo per questo. Non smette mai di produrre spunti, molti inutili per verità, ma così affascinanti da risultare comunque desiderabili, quasi irrinunciabili. Nel rumore urbano c’è spazio per il silenzio in cui maturano i pensieri.
Milano è un modo di essere, il superfluo che diventa necessario e il necessario che diventa invisibile: completi abbinati, eventi partecipati, barriere architettoniche, povertà silenziosa e ben nascosta agli occhi dei più.

La città mi ha aiutato a superare la claustrofobia da colletto bianco, anonimo lavorante intellettuale chiuso in polverosi uffici 9-18, con tanto di cartellino da timbrare. Oggi sembra una situazione ottocentesca, descritta così, ma io l’ho vissuta sul serio per almeno un decennio; e male anche.

Per una persona autistica, subire l’obbligo di presenza a orari fissi, in luoghi tendenzialmente inidonei a garantire la moderata stimolazione sensoriale, senza percezione di utilità reale delle proprie mansioni, è una vera tortura.
Il mio pensiero felice, guardando fuori dalla finestra, è stato per migliaia di giorni feriali sognare di assaggiare una specialità etnica appena approdata in città, contare le ore che mi separavano da un evento, studiare mentalmente l’itinerario di una passeggiata tra i prodotti della storia. Mi ha tenuto in vita per anni.

Camminare per Milano non è solo spostarsi, è pensare, scrivere mentalmente frasi che magari nemmeno si annoteranno mai; si possono costruire mondi mentre si evitano le persone di corsa, controcorrente.
Il paradosso è che questa città affollata offre una forma di solitudine molto pura: nessuno ti guarda davvero, nessuno ha tempo. Si è invisibili dentro la massa, anche se la città ha il suo sistema anticorpale, che tutela la norma: tutti si vestono in un certo modo ed io con i miei accessori troppo colorati o la giacca troppo sportiva o le scarpe troppo fuori moda sono un elemento spurio da tenere ai margini.
La normalizzazione è fatta di locali, rituali sociali. Anche l’apparente eccentricità è spesso codificata, replicabile. Il sistema immunitario urbano espelle con efficienza tutto ciò che non si adatta, come la lentezza, la povertà, la stranezza non estetizzata. Anche gli ambienti che si dichiarano aperti, inclusivi, progressisti spesso risultano perfettamente allineati. Curati, levigati, prevedibili. Anche la ribellione, qui, ha un dress code.

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