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La mia maestra Francesca mi ha insegnato a comunicare. Francesca aveva una borsa di Louis Vuitton grande e classica, ogni giorno la stessa e lei amava molto la sua borsa. La prima volta che ho visto nelle vetrine, da adulta, le borse di Vuitton ho esclamato «ah toh, quante borse della maestra Francesca». Tutt’ora non potrei mai comprare Louis Vuitton, è la maestra Francesca.

Nel mio percorso di costruzione della capacità di comunicare, c’è stata una milestone prima della maestra Francesca: prima di lei, mia mamma mi ha insegnato a verbalizzare. È un punto fondamentale, perché la propensione all’osservazione e all’analisi dei dettagli senza la capacità di verbalizzare gli output può essere un problema serio in questo mondo.
Ricordo mia mamma, quando ero piccola, che mi portava in giro per la casa – una piccola casa, che però per una bambina autistica era molto confortevole e spaziosa, da riconoscere e da girare in loop – a guardare i quadri.
Non che il salotto fosse una galleria d’arte, tutt’altro, quelle quattro croste appese con cornice d’ottone (negli 70 e 80 usava decorare così le pareti, non c’era internet o YouTube o i visori di realtà aumentata) erano il nostro Guggenheim. Mia mamma si fermava davanti al cavallo stilizzato e vocalizzava con aria ammirata «oooh! Il cavallo! Che bello il cavallo». Quella povera bestia era uno sgorbio, altro che bel cavallo, un cavallo di fattezze picassiane. Ricordo la sensazione di solletico che provavo nel fissare il cavallo brutto e la mamma bella, bellissima illuminata di entusiasmo com’era.
Questa lezione è stata fondamentale per me, i pensieri si dicono a voce alta. Oppure si scrivono.

La maestra Francesca insegnava italiano alle elementari. Per italiano avevamo un quaderno a righe con la copertina di plastica gialla – color convention per far distinguere le materie ai bambini – sul quale si scrivevano “i pensierini”. Per molti bambini era un incubo, che cosa devo dire? Che cosa devo scrivere? Per me invece è sempre stato facile, poiché per la mente mi passano cento pensieri che si danno la mano: ne uscivano dei pensieroni. Il mio quaderno giallo, che era composto da più quadernoni pinzati insieme con i punti metallici proprio per l’ipertrofico fluire delle idee, era un pullulare di segnacci rossi. La maestra Francesca, instancabile, mi riprendeva sempre sul fatto che:
- a) sei andata fuori tema
- b) non così tante parentesi, non così tante virgole
- c) arricchire qui – segnalato con una “v” grande e tanti puntini di sospensione.
Sui primi due punti, come si può leggere, non mi sono mai corretta. Anzi, al tema di maturità classica ho preso un bel 4, per uno scritto che per me aveva del geniale ma secondo la commissione proprio no – far parlare i morti come Carducci in prima persona imitando il loro registro pare sia una scelta irrituale. Il verdetto? fuori tema, anche per un tema a potenziale creativo, che non è un saggio.
Riguardo alle correzioni sugli arricchimenti, invece, devo esser grata a Francesca. All’epoca ero molto infastidita da questo continuo sollecitare dettagli: “Perchè scrivi questo? Fiori va bene, ma fatti come, dove li hai visti? Chi c’era lì con te? Profumavano? C’era il sole? Arricchisci…” Nel mio intimo pensavo a che cosa serve scriverlo, io me lo ricordo e tanto basta. Se tu non capisci peggio per te, a me non interessa. Sono certa di averglielo anche detto in faccia e infatti con Francesca ci discutevo, litigavo, lacrimoni e qualche volta pure note sul diario. Non penso di essere stata un’allieva facile, per nessuno dei docenti dei miei cicli scolastici. Prima dell’avvento delle e-mail, già mandavo lettere di carta a professori o maestri che volevo ringraziare o più frequentemente contestare.
Anni elementari di sofferenza per questa storia di aggiungere dettagli mi hanno in realtà salvato, letterariamente parlando. I pensieri criptici, densi, nucleari finiscono per essere irrecepibili da chi legge o sta in ascolto, per cui si passa in un attimo dalla comunicazione alla incomunicabilità: se non ci fossero le 5 w del giornalismo anglofono parleremmo tutti il balenese.
In effetti, mi sono sempre interrogata sull’autismo non verbale, perché i suoni che vengono emessi hanno frequenze e intensità diverse, a me è capitato in diverse occasioni di sentirli. Mi è parso di intuire una distinzione non solo nella qualità dei suoni ma anche negli intenti comunicativi legati ad esse, nelle emozioni veicolate e nelle richieste, una specie di lingua diversa.
Mi è capitato con una adolescente autistica non verbale in metropolitana, che a mia idea soffriva il posto a lei assegnato dalla mamma e la sorellina che saltava ovunque agitata; mi è capitato con un bimbo alla fermata del tram che si disperava per il rumore del martello pneumatico in strada e stava mostrando tutta la sua frustrazione per una mamma apprensiva e sorda alle sue richieste, non tradotte. Mi è capitato con una ragazzino all’acquario di Genova, non verbale, ma i cui vocalizzi mi hanno chiamato come un cordiale “aiutatemi per favore”, aveva bisogno di un posto dove fare detox dagli stimoli ambientali. E infatti poi se l’è trovato da solo, in una nicchia riparata e meno luminosa, con le mani sulle orecchie, dove poteva far stimming senza attirare sciami di neurotipici curiosi. Ho commentato: beato te che l’hai trovato!, stavo soffrendo anche io e gli acquari non sono pensati per persone autistiche. Ma questa è un’altra storia.
Ecco, probabilmente anche senza mamma e maestra Francesca sarei comunque stata verbale, ma ipotizzo con più difficoltà e minori risultati. Ho studiato giurisprudenza e scrivo nel mio tempo libero, sono riuscita a fare delle parole uno strumento, anche in più lingue. Tuttavia, comunicare è sempre e comunque uno sforzo, in tutte e 7 le lingue che conosco: il nucleo dei miei pensieri e sentimenti è dentro di me, non proiettato verso il fuori.
Per questo uso spesso le parole come dono, un bel biglietto, una lettera o una filastrocca, e mi sforzo di arricchire perché al ricevente arrivi tutta la potenza dell’osservazione minuta e puntuale, della deduzione, dell’emozione – positiva o negativa che sia – ma in modo intellegibile, comprensibile. Arricchisco, metto il come, quando, dove e perché, anche ripetuti se necessario.
Se poi il mio prodotto sia efficace oppure no, ebbene di questo non so dire, perché sull’interpretazione della risposta non ho avuto un parente o un’insegnante che mi stimolassero al limite della tortura 😅 giudicate voi e non preoccupatevi di farmi sapere il vostro parere, tanto non lo capirei.
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L’autismo verbale e non verbale si distinguono principalmente per la capacità di sviluppare un linguaggio funzionale: nel primo caso, la persona parla fluidamente o con abilità verbali adeguate; nel secondo, rimane prevalentemente non parlante (nonverbal) o minimamente verbale, senza però necessariamente implicare un deficit cognitivo globale.
Le differenze neurali tra autismo verbale e non verbale emergono principalmente da studi neuroimaging su infanti a rischio e bambini, evidenziando anomalie precoci nel linguaggio.
Non esiste una causa unica e deterministica che separa autismo verbale da non verbale; si tratta di un’eterogeneità nello sviluppo linguistico legata a fattori neurobiologici, genetici, comorbidità e precursori preverbali come attenzione congiunta e interazioni sociali compromesse. La gravità precoce delle difficoltà semantiche, fonologiche e pragmatiche, unite a ritardi nel network cerebrale del linguaggio, predispone al profilo non verbale, ma fattori come l’intervento precoce possono influenzare l’evoluzione.
Deficit Cognitivo e Intelligenza
L’autismo non verbale non implica necessariamente un deficit cognitivo: molte persone mantengono un’intelligenza normale o superiore (QI >70 o anche alto), con profili spesso superiori nel QI non verbale rispetto a quello verbale, grazie a abilità visuo-spaziali e sinaptiche potenziate. Ad esempio, individui con alto funzionamento mostrano squilibri cognitivi dove il QI non verbale compensa carenze verbali, senza correlazione fissa tra assenza di parole e bassa intelligenza.
Esempi famosi
In letteratura e cinema, esempi iconici includono Carly Fleischmann, autistica non verbale con alto QI che comunica via tastiera (raccontata nel suo libro “Carly’s Voice”), e Sue Rubin, attivista non verbale ritratta nel documentario “Autism Is a World”. Nel cinema, il personaggio di Temple Grandin (non sempre non verbale, ma con gravi ritardi linguistici iniziali) è rappresentato in un film biografico, mentre figure storiche come possibili savant non verbali appaiono in casi studio, non sempre mainstream.
Modi di comunicazione
Le persone autistiche non verbali hanno spesso un “codice di comunicazione” complesso oltre i gridi: usano gesti, AAC (comunicazione aumentativa alternativa come tablet o PECS), espressioni facciali, ecolalia e vocalizzazioni con intento comunicativo, non solo stereotipate. I suoni non sono “solo gridi” ma possono esprimere emozioni, bisogni o risposte sensoriali, variando da iper- a ipo-responsività.
Nei non verbali autistici, rispetto ai neurotipici, si osservano differenze neurali marcate, con alcuni aspetti potenziati che riflettono trade-off computazionali
Sensibilità agli stimoli
Profili misti di sensibilità neurale: iposensibilità a stimoli speech (parole) e iper a non-speech (suoni puri) nei non verbali, con ridotta attivazione temporale superiore e frontale, a differenza dei verbali che mostrano risposte più tipiche. Queste differenze supportano teorie di disallineamento precoce nei circuiti uditivo-linguistici.
Percezione e sensori
I non verbali mostrano iper-connettività tra regioni subcorticali (es. talamo, gangli basali) e cortici sensoriali primari, portando a processing sensoriale più “crudo” e dettagliato (enhanced perceptual functioning), con maggiore sensibilità a stimoli locali rispetto all’integrazione globale tipica.
Cognizione Non Verbale
QI non verbale spesso superiore o preservato, con potenziamento in aree visuo-spaziali (es. pattern recognition, memoria di lavoro non verbale) grazie a connettività locale aumentata e pruning sinaptico atipico che favorisce dettagli vs astrazioni.
Range Dinamico Neuronale
Pattern neurali con range dinamico più ampio nelle popolazioni neuronali, ottimizzando accuratezza in encoding sensoriale e adattamento rapido, ma riducendo flessibilità sociale/linguistica – un trade-off rispetto ai neurotipici.
Percorsi di valore e talento
Paesi europei come Olanda, Germania, Regno Unito e Italia offrono percorsi scolastici e lavorativi specifici per autistici non verbali, sfruttando punti di forza come percezione sensoriale e abilità visive in ruoli tecnici.
L’Olanda eccelle con programmi come Passwerk e staatssecretaria per neurodiversità, fornendo formazione scolastica inclusiva con AAC e tirocini in IT/testing software, dove le abilità percettive dettagliate sono valorizzate.
In Germania operano Auticon e START Foundation, con percorsi di formazione professionale (Ausbildung) adattati, inclusi laboratori sensoriali scolastici e impieghi in data analysis/coding che sfruttano memoria visiva potenziata.
Il Regno Unito ha il National Autistic Society con Apprenticeships e programmi Employ Autism per tirocini; scuole speciali enfatizzano vocational training in arts/grafica, matching iper-connettività sensoriale.
In Italia, centri come quelli di Bologna e Bari offrono programmi di abilità sociali lavorative e inclusione scolastica personalizzata (Legge 104), mentre Francia e Belgio (Specialisterne) integrano quota per disabili in tech roles.
In Italia i percorsi per adulti autistici tendono a enfatizzare la tutela e l’inclusione protetta (es. Legge 68/99 per categorie protette), più che la valorizzazione specifica di talenti come percezione dettagliata o skills tecniche, a differenza di paesi come Olanda e Germania dove programmi commerciali mirano a impieghi competitivi.
I programmi italiani privilegiano contesti protetti (cooperative sociali, borse lavoro) per garantire stabilità, con enfasi su autonomie di base e riduzione comportamenti challenging, spesso per ASD gravi; la quota 7% disabili favorisce assunzioni obbligatorie ma non matching talenti specifici. Esempi: Fondazione Il Cireneo o servizi comunitari puntano su sheltered work, con basso tasso di transizione open market (intorno al 20-30%).
In Olanda, Passwerk piazza autistici in testing software/quality control sfruttando attenzione ai dettagli, con formazione mirata e aziende paganti; simile Auticon in Germania, dove neurodiversi sono assunti per data analysis/cybersecurity, con tassi occupazionali >80% e focus su “superpoteri” percettivi. Questi sono modelli business-oriented, non solo welfare.
Il UK mescola tutela (Access to Work grants) con talent-focused (National Autistic Society Apprenticeships in tech/STEM), enfatizzando strengths come pattern recognition, con maggiore enfasi su open employment rispetto all’Italia.

Questa comparazione deriva da policy mapping UE: Italia eccelle in inclusione scolastica ma lags in employment talent-driven, con necessità di shift verso modelli ibridi.
Fonti
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