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A me le call fanno cagare. Ma non in senso metaforico, in senso letterale. È un problema grosso, perché il mio intestino agisce preventivamente e mi costringe a star sul trono 🚽da 3/4 ore prima dell’inizio della call fino a 2/3 minuti dopo l’inizio, con la conclusione che arrivo sempre in ritardo, stremata e stanca come avessi corso una maratona. Che disagio.

In principio erano le riunioni. E il mio mal di stomaco. Prima dell’avvento del covid, anno 2020, non esistevano “le call”, tutti si trovavano stipati in una saletta a darsi pacche sulle spalle e far battute senza prendere appunti. Tipicamente, una riunione finiva dopo un paio d’ore, fissando un’altra riunione. Questo schema ricorrente, insieme al potpourri di convenzioni sociali incluse nel pacchetto di interazioni obbligatorie associate al meeting, mi causava un profondo dolore allo stomaco, da ore prima dell’appuntamento fino a qualche ora dopo, esattamente come accade adesso – in variante colon irritabile.
Non ho mai ben tollerato le riunioni per una lista di motivi.
Uno, il neurotipico ci mette fino a svariate decine di minuti prima di iniziare a parlare dei contenuti lavorativi. Gli piace cominciare la riunione con un valzer di complimentosi saluti e aggiornamenti sui fatti degli altri, una fase che, nel gergo del dei venditori dei primi anni 2000, veniva chiamata armonizzazione, oggi si rubrica sotto la categoria di small talks: ingraziarsi l’interlocutore, facendo finta che interessino i fatti suoi, al fine di ottenere una migliore predisposizione quando si inizierà a parlare di sostanza.
Per una persona autistica, la fase dell’armonizzazione è veramente una tortura, innanzitutto perché non me ne frega un cavolo dei tuoi figli e delle tue malattie e di che cosa ne pensi del tempo o dell’attualità: se sei una relazione per me significativa te lo chiedo in un momento dedicato, in privato, non quando dobbiamo parlare di lavoro. Se non sei una relazione significativa non me ne frega un cavolo mai. Non sono curiosa e non faccio statistica sulle opinioni, fortune o sfortune altrui.

Due, il neurotipico inizia una riunione con la mente fresca e piatta di un neonato, tabula rasa. Tipicamente, non ricorda che cosa sia stato detto nelle puntate precedenti o finge di non ricordarlo per convenienza, non ha presente quale sia l’ordine del giorno e non si è preparato dei materiali per il proprio intervento, va a braccio. Per una persona autistica un approccio del genere è pressoché intollerabile, perché – a meno che l’oratore sia Gigi Proietti o Robin Williams – il farfugliamento di supercazzole viene vissuto come una scortesia personale: io impiego delle risorse mentali per trattenere i contenuti di lavoro così da non dover ripetere cose già dette, risparmiare tempo e fornire un contributo più centrato possibile e tu vanifichi tutto ricominciando ogni volta da capo, annacquando i pochi dati con inglesismi vuoti? Sforziamoci tutti un briciolo di più e let’s move on! Oggi che esiste copilot questa abilità di ricordare, appuntare e sintetizzare i contenuti salienti dei meeting potrebbe avere meno valore, ma una volta valeva oro. Non per il neurotipico, che in pubblico deve sdrammatizzare la sua amnesia e minimizzare invece il mio contributo pieno di dettagli. La persona autistica soffre gli interventi raffazzonati, imprecisi, senza citazione di fonti, perché la precisione è una forma di cortesia e rispetto prima che un valore lavorativo.

Tre, gli interventi non seguono un ordine logico gerarchico, ma un senso di predominio di gruppo: come tra i gorilla c’è un maschio solo che feconda le femmine del gruppo e decide le sorti dei giovani maschi, così nelle riunioni c’è sempre il neurotipico leader e il codazzo che si adegua. Il fatto incredibile, per una persona autistica, è che la leadership non viaggia di pari passo con la competenza, spesso il moderatore della riunione o l’oratore principale è semplicemente il più influente dal punto di vista sociale, nel microcosmo società-lavoro. Poiché l’influenza sociale dipende dal numero di relazioni, evidentemente l’intervento del leader avrà anche seguito e plauso, senza nesso di causalità necessario con la precisione chiarezza e fondatezza dei suoi contenuti. Effetto applausi per Fibra.
Quattro, le riunioni neurotipiche non prevedono alcuna forma di supporto visuale né un verbale finale. In letteratura manualistica sull’organizzazione aziendale queste due prassi sono previste, caldeggiate, teorizzate, ma nella pratica sono vissute dal neurotipico come una mera rottura di coglioni. A loro piace chiacchierare e se non rimane niente di scritto meglio, minori responsabilità. Per la persona autistica invece il supporto visuale è uno strumento necessario che permette di fare chiarezza mentale prima del meeting, perché non puoi illustrare nulla di chiaro se non hai le idee chiare, e seguire il filo durante, per non perdere la concentrazione, per non essere obbligati a fissare i volti poker face (o i simbolini vuoti di Teams o Meet o Zoom), per memorizzare pienamente ogni frame del momento. Il verbale finale è fondamentale, aiuta a capire il sottotesto che non è esplicito nello storytelling degli interventi e fornisce un appiglio per poter fare invece un proprio intervento basato sui contenuti, senza bisogno di convenevoli iniziali e finali.

Cinque, la riunione ha una finalità e un impatto sul sistema nervoso molto diverso per neurotipi diversi: per il neurotipico una chiacchierata è rilassante, spezza lo stress, una pausa cognitiva, per cui fare tante riunioni significa dimostrare di lavorare molto senza troppo sbatti. Viceversa, per una persona divergente, sia autistica che ADHD che auDHD, il meeting è un momento di forte stress cognitivo perché si è obbligati a seguire un flusso di pensiero estraneo, delle convenzioni disagevoli e non sempre riconoscibili, tempistiche estenuanti, le informazioni vengono diluite in ore e ore di chiacchiere. Per questo, il metodo di lavoro moderno – tutto basato sulle riunioni – è una vera tortura sensoriale e cognitiva per le persone divergenti.
Una volta qualcuno mi disse che io ero idonea a lavorare per obiettivi, come a voler sottolineare che si vedeva la mia sofferenza nei confronti del mero e vacuo obbligo di presenza: timbrare il cartellino e fare quattro meeting senza scopo equivale ad assegnarmi un lavoro usurante. Nella logica divergente, tutti dovremmo lavorare per obiettivi: persino un mestiere apparentemente legato al solo fluire del tempo ha un obiettivo intrinseco, prendiamo il lavoro dell’usciere. Deve osservare i flussi in entrata e in uscita, prestare attenzione a che non ci sia niente di strano, eventualmente salutare. I lavori da colletto bianco, a maggior ragione, hanno degli obiettivi associati alla presenza in servizio, tanto che nelle aziende sono spesso anche legati a valutazioni di performance e riconoscimenti economici. Per cui, che senso ha classificare l’attitudine delle persone a perseguire un obiettivo se ci raccontiamo che l’obiettivo è un requisito di sistema?

Sei, le questioni ambientali. Per il neurotipico, luci, suoni, volume della voce, disposizione dei mobili nella stanza, durata dell’incontro ed esigenze personali associate non sono un tema da dover valutare. Per una persona neurodivergente invece sono tutti i punti di allerta e attenzione, che possono rendere due ore sulla sedia, magari una sedia che nemmeno hai scelto tu, una tortura in stile Guantanamo, come se obbligassimo un neurotipico a stare sveglio di notte per imparare a memoria la sequenza dei numeri primi (una cosa che a me rilassa). Le luci non naturali o troppo dirette infilzano occhi e mente come lame, i suoni di sottofondo (uccellini che cantano fuori dalla finestra, traffico, lavori urbani, vociare nel corridoio, lo stesso sovrapporsi degli interventi o delle battute dei presenti) sono disturbanti come una scossa elettrica; il setting della stanza ha un fortissimo impatto sulla capacità di mantenere la concentrazione e di mettere a proprio agio o, viceversa, disagio una persona divergente nella stanza, poiché l’arredamento non è trasparente, ma colpisce con i suoi dettagli, i colori, gli odori, le forme, il posizionamento di un elemento rispetto all’altro. Ultimo ma non ultimo, le funzioni regolatorie della persona divergente possono mandare segnali di allarme come dolori o sensazione di panico o claustrofobia se tutti gli elementi precedenti configurano una situazione di pieno discomfort per prolungato tempo e, allo stesso tempo, se i contenuti di lavoro sono particolarmente coinvolgenti in positivo o in negativo, la persona divergente perde la cognizione di stanchezza, sete e fame, persino bisogno di usare il bagno con il doppio effetto di stress psicofisico, non avvertito a livello conscio, e di inadeguatezza sociale perché magari si insiste per arrivare al punto o si fanno degli interventi senza pieno controllo del registro (il masking sfugge), risultando per il neurotipico una spina nel fianco.

In buona sostanza, le riunioni già quando erano solo in presenza sono sempre state per me un inutile orpello del modo di lavorare, un mo(n)do pensato ad immagine e somiglianza di un cervello che non mi assomiglia.

Da qualche anno a questa parte si sono ridotti drasticamente, in molti posti di lavoro, i meeting in presenza. La giovane me avrebbe accolto con grande entusiasmo questo cambiamento, certa della coincidenza con un rinnovamento del paradigma. Invece, è cambiato il canale ma non il modus operandi: si accende la webcam e il circo riparte tale e quale.
Ora, la fenomenologia di una call prevede gli stessi punti strutturali di un meeting fisico, con -in aggiunta-alcuni specifici tricks che servono al neurotipico per ricordare a tutti: le gerarchie sociali, che sta lavorando tantissimo anche quando non fa un cazzo, la sua totale impossibilità di assumersi responsabilità.
Ad esempio, sono aumentati esponenzialmente i meeting inutili, molto utili però a ricordare che si lavora tanto; sono aumentati gli invitati ai meeting che hanno virato dall’obiettivo primario di ribadire le gerarchie sociali, escludendo invitati anche quando utili, all’obiettivo di parcellizzare le responsabilità includendone a decine. Nei meeting online ci sono moltissimi attori silenti, che è un problema per una persona autistica: ci si chiede che cavolo siano lì a fare, a che cosa stiano pensando e come ci si debba rapportare a riguardo. Nulla è mai veramente neutrale nel mondo pensato per e dai neurotipici: persino decidere chi fisserà il meeting è un’azione politica.
Se la gestione dei turni di parola era problematica nei meeting in presenza, con l’online peggiora, contro ogni aspettativa. Tutti i sistemi di gestione delle chiamate possiedono un potente strumento chiamato manina: clicchi l’icona ed è come alzare la mano in classe, prenoti il tuo turno di parola. Tuttavia, la comunità neurotipica ignora di default questo strumento, perché sono abituati ad autogestirsi alla perfezione i turni di parola, sapendo quando intervenire come un’orchestra che suona insieme da anni. Ha del magico, aprono e chiudono microfoni senza sembrare scortesi, se vogliono, anche senza essersi mai visti prima. Per la persona autistica, questo è impossibile tanto quanto prendere un pesce all’amo su Marte.
Le call sono stressanti, occupano la giornata senza produrre nulla. Tolgono senso di efficacia ed efficienza, rubano il tempo e le energie.

Forse anche qualche neurotipico si ritroverà in questa critica, oggi si parla molto di technostress, ma la assuefazione e l’accettazione passiva delle regole sociali impedisce un po’ a tuttə di insorgere. Per me, insorgono le mie budella.
Se ho una call alle 9.30, dalle 8 almeno sono in freezzing zone, prigioniera del mio corpo in sciopero. Quando non c’erano le videocall fumavo come una turca, prima e dopo, masticavo gomme e al termine correvo in bagno a piangere – ricordi colmi di dolore.
Ho sempre portato contributi attivi ai meeting, materiali, interventi, anche contestazioni dalle quali sono nati, secondo me, rami evolutivi di progetti o brainstorming di valore e interesse comune. Tuttavia, questo non è ben visto dal neuritipico, che lotta con invidia, rivalità, paura (di perdere qualcosa, dallo status ai soldi al tempo libero) e spesso anche difficoltà cognitive nel capire che cosa sto dicendo o proiettando o scrivendo. Mea culpa, indubbiamente, sono criptica e cervellotica; ma gli strumenti diagnostici hanno dimostrato che questo non è un deficit, bensì un surplus, un gift. Che fortunata, mi dicono alcunə. Potessi, lo darei via subito questo bel regalo, perché non porta soldi, fama, guadagno, successo. Non porta nemmeno benessere o autostima, ma una marea di extra sforzo per l’adattamento, poiché la maggioranza i regali non ce li ha e non vede certo di buon occhio chi ha le braccia piene di pacchetti, non importano le intenzioni – potrei tenere i regali tutti per me ma anche distribuirli come babbo natale. O lanciarli addosso a qualcuno che mi fa arrabbiare.
Sto scrivendo dal mio ufficio, non il primario, ma il secondario, quello con il trono. Re colon ha deciso che non gli piacciono (più) nemmeno le e-mail, quando sostituiscono il fiume di call invadenti e inconcludenti. Ma questa è un’altra storia.
🎓Spiegone🤖
Il disagio fisico e cognitivo che descrivi nelle call e riunioni corrisponde a pattern documentati in studi su autismo e neurodivergenza: stress elevato da interazioni sociali obbligatorie, con reazioni fisiologiche come disturbi gastrointestinali legati ad ansia anticipatoria e sovraccarico sensoriale. Ricerche mostrano che adulti autistici percepiscono stressors sociali (small talk, gerarchie informali) come più intensi, portando a rimuginio persistente e burnout da masking – sforzo per adattarsi a norme neurotipiche.
Fasi non strutturate come “armonizzazione” (saluti, aggiornamenti personali) generano distress perché richiedono fingere interesse non autentico, contrastando la preferenza autistica per comunicazioni dirette e task-focused; studi su conversazioni autistiche evidenziano fatica in small talk non strutturato e difficoltà con turni di parola impliciti. Amnesia selettiva o mancanza di preparazione altrui è vissuta come scortesia, aggravando il carico cognitivo per chi mantiene dettagli precisi.
Gerarchie basate su influenza sociale anziché competenza causano dissonanza, con studi che legano questo a stress maggiore in contesti lavorativi, dove predominano dinamiche di gruppo non meritocratiche. Assenza di supporti visuali e verbali aumenta il sovraccarico: ricerche confermano che agende chiare, slide e summary riducono stress cognitivo in autistici, mentre luci, rumori ambientali e posture fisse amplificano reazioni sensoriali fino a freezing o disregolazione.
Videocall peggiorano: studi su videochiamate riportano stress più alto per autistici rispetto a interazioni fisiche o testuali, per multitasking (gestire schermo, turni, microfoni) e tecnostress, con silenti multipli che creano incertezza sociale. Questo porta a esaurimento sproporzionato, con effetti gastrointestinali (es. colon irritabile da stress cronico) comuni in autismo/auDHD sotto pressione sociale.
Per neurotipici, riunioni sono pause sociali rilassanti; per neurodivergenti, torture cognitive che consumano risorse extra, riducendo efficacia lavorativa.
Regolazione fisiologica e somatizzazione dello stress
La regolazione fisiologica dello stress nelle persone neurodivergenti coinvolge spesso una forte interazione tra sistema nervoso autonomo, sistema endocrino e asse intestino–cervello. Studi in neuroscienze e psichiatria mostrano che autismo e ADHD sono associati a una maggiore reattività fisiologica agli stimoli sociali e cognitivi, con attivazione del sistema simpatico e difficoltà nel recupero parasimpatico. Questo può manifestarsi come sintomi somatici (dolori addominali, colon irritabile, nausea, tensione muscolare). L’asse intestino–cervello, mediato dal nervo vago e dalla modulazione neuroendocrina, è particolarmente sensibile allo stress sociale e anticipatorio. Nelle persone autistiche la risposta può essere amplificata dalla difficoltà di prevedere le interazioni sociali; nelle persone ADHD dall’instabilità della regolazione attentiva e dell’arousal; nelle persone gifted dall’elevata sensibilità cognitiva e dalla tendenza all’iperanalisi delle situazioni. Il risultato può essere una somatizzazione precoce dello stress che precede l’evento sociale stesso.
Precisione cognitiva e bisogno di coerenza logica
Molte persone autistiche mostrano un forte orientamento verso la coerenza interna dei sistemi informativi. Questo tratto è collegato alla tendenza a elaborare le informazioni in modo dettagliato e strutturato, spesso associata alla cosiddetta “weak central coherence”, cioè una preferenza per l’analisi delle parti rispetto al contesto globale. In ambito lavorativo o accademico questo può tradursi in attenzione alle fonti, alla precisione terminologica e alla coerenza dei processi. Nell’ADHD la relazione con la precisione è più variabile: la creatività e la generazione rapida di idee possono convivere con difficoltà nella gestione dei dettagli operativi. Le persone gifted mostrano spesso un’elevata sensibilità alle incongruenze logiche e ai sistemi incoerenti. In combinazione, questi tratti possono generare frustrazione quando l’ambiente sociale o organizzativo privilegia dinamiche relazionali rispetto alla precisione cognitiva.
Comunicazione sociale implicita vs esplicita
Le interazioni sociali neurotipiche si basano spesso su segnali impliciti: micro pause, cambi di tono, gesti o espressioni facciali che regolano il turno di parola e l’interpretazione del contesto. Le persone autistiche tendono invece a preferire regole comunicative più esplicite e prevedibili. Questo non implica assenza di competenza comunicativa, ma una diversa modalità di elaborazione delle informazioni sociali. L’ADHD può influenzare il timing conversazionale attraverso impulsività o difficoltà di regolazione attentiva. Nelle persone gifted, l’elevata velocità di elaborazione cognitiva può creare uno scarto tra ritmo di pensiero e ritmo della conversazione. Quando i sistemi comunicativi sono impliciti e poco strutturati, queste differenze possono generare incomprensioni reciproche e richiedere strategie di compensazione o masking.
Sovraccarico
Le differenze nel processamento sensoriale sono una caratteristica riconosciuta sia nell’autismo sia nell’ADHD. Stimoli come luci artificiali, rumori di fondo, affollamento visivo o movimenti simultanei possono generare un sovraccarico sensoriale che riduce la capacità di concentrazione e aumenta lo stress fisiologico. Nei contesti lavorativi, ambienti open space o riunioni prolungate possono amplificare questi effetti. Le persone autistiche possono sperimentare ipersensibilità a specifici canali sensoriali; le persone ADHD possono mostrare maggiore vulnerabilità alla distrazione sensoriale; le persone gifted spesso riportano una sensibilità sensoriale elevata associata a intensa elaborazione cognitiva degli stimoli. L’attenzione alla progettazione degli ambienti (illuminazione, rumore, disposizione spaziale) è quindi un elemento importante per la creazione di contesti neuroinclusivi.
Struttura va informalità dei contesti organizzativi
Molti ambienti lavorativi funzionano attraverso dinamiche informali e rituali sociali impliciti. Tuttavia, ricerche sull’organizzazione del lavoro indicano che sistemi più strutturati — agenda chiara, materiali preparatori, supporti visivi e verbali finali — migliorano la qualità decisionale e la partecipazione. Per le persone autistiche la prevedibilità e la struttura riducono il carico cognitivo sociale; per le persone ADHD facilitano la gestione dell’attenzione e della memoria di lavoro; per le persone gifted permettono un uso più efficace delle risorse cognitive analitiche. L’adozione di pratiche organizzative più esplicite e trasparenti è spesso associata a una maggiore inclusione neurocognitiva e a processi decisionali più efficienti.
Fatica cognitiva e costo del masking
Il masking è il processo attraverso cui molte persone autistiche cercano di adattare il proprio comportamento alle aspettative sociali neurotipiche, ad esempio controllando espressioni, tono di voce o modalità comunicative. Sebbene possa facilitare l’integrazione sociale, comporta un significativo costo cognitivo ed emotivo. Studi recenti collegano il masking prolungato a maggiore rischio di esaurimento, ansia e burnout autistico. Anche le persone ADHD possono utilizzare strategie di compensazione per gestire impulsività o disorganizzazione. Nelle persone gifted, il masking può assumere la forma di adattamento intellettuale o sociale per evitare isolamento. L’effetto cumulativo di queste strategie è una fatica cognitiva elevata, soprattutto in contesti professionali con molte interazioni sociali.
Fonti
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Stress and benefits of video calling for people with autism spectrum disorders https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10118183/
“Giving the patients less work”: A thematic analysis of telehealth use and recommendations to improve usability for autistic adults https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10101865/
Telehealth delivery of cognitive-behavioral intervention to youth with autism spectrum disorder and anxiety: A pilot study https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4615367/
Using a blended format (videoconference and face to face) to deliver a group psychosocial intervention to parents of autistic children https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7479349/
Mindfulness-based stress reduction for autistic adults: A feasibility study in an outpatient context https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10851647/
Tele-Assisted Behavioral Intervention for Families with Children with Autism Spectrum Disorders: A Randomized Control Trial https://www.mdpi.com/2076-3425/10/9/649
The teleNIDA: Early Screening of Autism Spectrum Disorder Through a Novel Telehealth Approach https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9946866/
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The Route of Stress in Parents of Young Children with and without Autism: A Path-Analysis Study https://www.mdpi.com/1660-4601/18/20/10887/pdf
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