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Stavo andando a buttare la pattumiera, puzzolente. E già in ascensore mi sentivo una schifezza ambulante, non solo per il sacco dell’immondizia, ma per quella mia strana attitudine a portarmi addosso, quasi fisicamente, le sensazioni negative che mi lasciano addosso gli altri, quando le cose non vanno per il verso giusto o ci sono problemi. Speravo di non incontrare nessuno. Invece, appena uscita, mi sono trovata davanti un vicino con un mazzo di fiori. Un uomo che conosco da quando ero piccola, un tipo che per me è stato quasi sempre un personaggio sullo sfondo, né particolarmente buono né particolarmente cattivo, una figura secondaria della mia infanzia, un NPC della realtà condominiale. Solo che stavolta aveva in mano un mazzo di fiori colorai: enorme, variopinto, diritto, alto, tenuto con forza e orgoglio; e io gli ho detto scusa, ho la pattumiera, con quella preoccupazione quasi automatica di non contaminare la sua bellezza con il mio odore di rifiuto, con la mia goffaggine dell’uscire dall’ascensore in retro con sacchi più alti di me. E lui – against all odds – ha risposto: tranquilla, capita a tutti. Una frase piccolissima, quasi nulla. Eppure è stata sufficiente a spalancare una specie di varco nelle mie emozioni.
Non mi ha trattata come un problema da gestire o aggirare. Non ha protetto i fiori da me. Ha protetto me dalla mia vergogna. E io, con i sacchi della spazzatura e i vestiti slargati di SHEIN e i capelli da lavare, sono passata nella scia profumatissima del suo mazzo meraviglioso, come se per un attimo si potesse attraversare la bellezza senza dover prima diventare presentabili.

Ho pianto nel box perché quel gesto, così minimo, era in realtà enormemente riparativo. Ho annusato a fondo, inspirando forte l’aria, che profumo. E io potevo starci dentro, anche se i fiori non erano per me, anche se non è il mio compleanno o un anniversario, anche se non ho alcun ruolo sociale (madre, moglie) che mi rendesse degna di un mazzo dritto e profumato, almeno non in quel momento.
Non ho pianto perché la scena fosse “oggettivamente” enorme. Ho pianto proprio perché era minuscola e delicata, gratuita: in quel momento ero già arrivata lì sentendomi stanca, sporca, ingombrante, fuori posto, quasi contaminante, e invece non mi è stato restituito il solito sguardo di fastidio, di evitamento, di scetticismo o di tolleranza educata. Mi è stata restituita una possibilità, esistere senza vergogna o senso di colpa, così com’ero in quel momento.
Mi ha ricordato tutte le volte in cui, invece, non ho trovato alcuna delicatezza, soprattutto al lavoro. Ho avuto diversi capi che mi hanno fatto sentire sempre un po’ troppo, modo paternalistico e furbo per dire non abbastanza. Quelli davanti ai quali devi spiegarti, giustificarti, difenderti persino quando sei rapida, precisa, competente. Quelli che confondono la competenza con l’arroganza, l’efficienza con la presunzione, la franchezza con la mancanza di tatto, e allora ti costringono a piegare il capo per i “modi”, per il presunto difetto di human touch, per quella specie di colpa morale che viene attribuita a chi parla chiaro o vede prima degli altri. E intanto il lavoro scorre dentro ore di call infruttuose, meeting in presenza che sembrano costruiti più per sfinire che per decidere, capetti del momento che interrompono, sminuiscono, sbeffeggiano, pur essendo meno competenti di te. Come se la tua intelligenza dovesse sempre essere accompagnata da una richiesta di scuse anticipate. Come se la tua velocità dovesse continuamente dimostrare di meritarsi il diritto di essere tale.
Ecco perché quel vicino con i fiori mi ha commossa così tanto. Perché in fondo la sua frase diceva esattamente l’opposto di quello che tante relazioni professionali e personali insinuano ogni giorno: non devi meritarti di occupare spazio, non devi renderti più digeribile, non devi dimostrare di essere innocua per essere trattata con rispetto e stima, per essere accolta nella tua semplice esistenza. Se hai una pattumiera in mano, capita a tutti di doverla buttare. Punto. Si sa che la pattumiera puzza. Si sa. Non c’è scandalo. Non c’è umiliazione. Non c’è bisogno di costruirci sopra un’epica del merito o del fallimento. Se hai qualcosa da dire, da osservare, si sa che le parole portano emozioni, tanto quanto la pattumiera fa odore. Se hai delle parole in bocca, capita a tutti di doverle dire. Punto. Si sa che le parole emozionano. Si sa. Non c’è scandalo, umiliazione o epica, almeno non dovrebbe.
Sul piano romantico, questa dinamica si fa ancora più scivolosa, perché la persona autistica consapevole del proprio funzionamento potrebbe tendere a fare una cosa che la espone moltissimo: pensare che le mancanze o le crepe della coppia possano dipendere esclusivamente da un proprio difetto, da una propria goffaggine, da un proprio eccesso o da una propria insufficienza. Sopportare, tacere, aspettare, adattarsi, cercare di essere più comprensibile, più leggerə, più tollerabile o tollerante, più amorevole, più chiarə, più esplicitə, più semplice, più tutto. La presenza in coppia diventa obbligo di performare, perché a nessuno piace il partner che porta giù la pattumiera (emotiva?). Capita a tutti?
L’abitudine a interrogarsi su di sé può diventare una soglia d’ingresso per rapporti sbilanciati, soprattutto quando si intreccia con stili di attaccamento insicuro o evitante, camouflaging e una tendenza a leggere le difficoltà relazionali come un proprio difetto. Può accadere di sentirsi esageratə, difficile, complicatə, troppo sensibile, carente in human touch; quanto invece si tollera controllo o fragilità mascherata o continua richiesta di centralità? Non capita sempre, non capita a tuttə, ma il rischio c’è ed è reale.
Sapendo di sopportare poco si finisce per sopportare tutto, fino allo strappo.
Per chi ha una sensibilità autistica e una forte coscienza del proprio funzionamento, il terreno è pericoloso, sacrificio, colpa preventiva, obbligo di spiegarsi meglio, spiegarsi di più, ammorbidire i toni, essere più paziente, nella disperata attesa che l’altrə prima o poi riconosca il valore di tanto sforzo. Tuttavia, può accadere che se dall’altra parte c’è poca capacità di reciprocità, o poca maturità emotiva, o semplicemente poca voglia di vedere davvero l’altrə, quella propria disponibilità diventi il luogo in cui ci si consuma, come una candela.
Allora la scena del vicino con i fiori non parla solo di gentilezza. Parla anche del contrario: di quanto spesso, nella vita quotidiana, in casa o al lavoro, la gentilezza sia sostituita da microumiliazioni, da freddezze involontarie o strategiche, da rapporti asimmetrici in cui unə deve sempre spiegare e l’altrə può sempre sottrarsi. E forse è per questo che ho pianto così tanto. Perché quella frase semplice, “capita a tutti”, aveva dentro una rivoluzione silenziosa: diceva che esistere, così come si è, non è un errore da correggere. Diceva che portare giù la spazzatura (sia essa fisica o emotiva) non rende puzzolenti in prima persona, che è normale non essere sempre al top (ad esempio se scendi la pattumiera), ma non per questo ci si merita di essere scansati.
La frase del vicino diceva che si può attraversare il mondo senza dover chiedere scusa per il proprio odore, per la propria prontezza o al contrario la goffaggine, per la velocità di pensiero o la lentezza d’azione, per la propria fame d’amore, per il proprio bisogno di essere vistə con dignità e calore.
Tornata di sopra, in casa, mi ha assalito un gran senso di vuoto. La letteratura recente suggerisce che, nelle persone autistiche, sintomi depressivi, solitudine e fattori interpersonali tendono a coesistere più spesso, e che queste variabili possono contribuire alla sofferenza psicologica.
Ecco io vorrei dire ma grazie al cazzo. Il bisogno di amore, riconoscimento, tenerezza e feedback positivo non è meno forte in persone che hanno un funzionamento neuropsicologico incline a poter sopportare o apprezzare anche momenti di ritiro nei propri spazi, tempi e interessi: una persona autistica non è che non desideri il contatto, è che desidera il contatto giusto.
Gli studi che ho trovato mi sembrano interessanti proprio quando mostrano che la salute mentale non peggiora nel vuoto, ma peggiora dentro relazioni difficili, dentro ambienti non accomodanti, dentro una vita in cui la fiducia sociale può essere bassa e la sensazione di appartenere può essere fragile.
In uno studio su adulti autistici, la social self-efficacy, cioè la fiducia nella propria capacità di stare nelle relazioni, risultava positivamente associata al benessere mentale; inoltre, la fiducia era più alta quando si trattava di interagire con il proprio gruppo di appartenenza rispetto ai gruppi esterni. Questo mi sembra importante perché sposta il centro dal presunto “deficit” astratto alla qualità concreta dell’incontro: non basta dire che una persona è sociale o non lo è, bisogna chiedersi con chi, in quale contesto, con quale livello di riconoscimento reciproco.
E allora forse il punto non è che una persona autistica desideri poco contatto. Il punto è che spesso desidera il tipo di contatto che non le chiede di essere più facile da amare, più lisciə, più performativə, più spendibile. Quello che non impone il primo passo relazionale come tassa d’ingresso. Quello che non riduce l’altrə a problema, caso, fatica, incomodo, ruolo. Quello che lascia passare, come una scia profumata in mezzo alla pattumiera, una forma di dignità e delicatezza non condizionata. Quello che riconosce la sua presenza a voce alta: “tranquilla, capita a tutti”.
La mia impressione è che molta tristezza, in un contesto autistico, non sia affatto patologica nel senso più povero del termine, ma una risposta umana a una fame reale.
Se incontrare gentilezza autentica è raro, se il riconoscimento arriva tardi o a intermittenza, se bisogna sempre prepararsi a essere fraintesi o tollerati più che accolti, allora è logico sentirsi tristi. Non perché si sia fragili in modo misterioso, ma perché si è esposti a una carenza relazionale concreta.
La solitudine, per una persona autistica, non è solo assenza di compagnia o di small talks, ma è più spesso assenza di amore, di delicatezza, di condivisione emotiva, di apprezzamento, di uno sguardo che dica senza contrattazione che esisti bene così come sei.
Fonti
Depression in autistic adults https://medscience.center/RJPP/articles/2024.3/RJPP_2024_3_Art-05.pdf
Targeting Social Self-Efficacy May Improve Mental Health … https://www.psychiatryadvisor.com/news/social-self-efficacy-mental-health-autism/
Differential diagnosis of autism, attachment disorders, complex post-traumatic stress disorder and emotionally unstable personality disorder bpspsychub.onlinelibrary.wiley
Autistic traits and social skills in Chinese college students: Mediating roles of adult attachment styles and empathy https://link.springer.com/article/10.1007/s12144-020-00751-y
Updated systematic review of suicide in autism: 2018–2024 (Brown et al., 2024), https://doi.org/10.1007/s40474-024-00308-9.
Social self-efficacy and mental well-being in autistic adults: Exploring the role of social identity (Camus et al., 2024), https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11067414/.
The Relationship Between Autistic Traits and Depression: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12729959/.
The impact of depressive and anxious symptoms on quality of life in adults on the autism spectrum: https://openaccess.city.ac.uk/id/eprint/33013/1/Autism%20Research%20-%202024%20-%20Thiel%20-%20The%20impact%20of%20depressive%20and%20anxious%20symptoms%20on%20quality%20of%20life%20in%20adults%20on%20the%20autism.pdf
The Relationship Between Autistic Traits and Quality of Life https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1089/aut.2022.0117
Measuring Loneliness in Autistic Adults: A Collaborative … https://www.liebertpub.com/doi/10.1089/aut.2024.0258
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