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In origine era una principessa fluffy, di quelle morbidine con il panciotto. Rideva e conosceva la gioia. Poi, alcune cose nel regno hanno rubato la sua serenità, graffiato la fiducia, stravolto l’ordine del creato. Piano piano hanno iniziato a comparire scaglie sulle sue braccia e sulle gambe, ogni giorno un paio. Principessa Fluffy piangeva, le lacrime cadevano sulle ginocchia e sentendo il fastidio del bagnato e l’incertezza della vulnerabilità giurò a se stessa che non avrebbe pianto mai più.

Per suggellare il patto, si tagliò un ginocchio con una lama rubata dalle cucine e le lacrime residue non rinfrescavano più la pelle delicata, ma bruciavano saline a contatto con il sangue. Principessa Fluffy
diventò in quell’istante una guerriera e più il corpo si copriva di squame maggiore era la sua forza.
La guerriera non amava la sua nuova pelle, che la faceva apparire come un serpente: fredda, diversa. Tuttavia, una notte si accorse che la luce debole della luna creava un effetto iridescente sulle sue squame e iniziò a leggere il potere della mutazione.
Il regno non si accorse che Principessa Fluffy non c’era più, svanita nel nulla, la guerra civile e la fame imperversavano e la guerriera di giorno si copriva da capo a piedi con un saio di iuta col cappuccio, per sgusciare non vista tra la folla del mercato cittadino, e di notte riposava sotto la luna, con un occhio a fessura sempre aperto, vigile, pronta a intercettare pericoli.

Un giorno un gruppo di topolini sgattaiolato fuori dalle cucine le passò sotto il naso; lesta con una mano li afferrò per le code e li fece penzolare a testa in giù, gli occhi a fessura fissi nei loro occhi a spillo nero. I topolini non tremavano, anzi, la guardavano con aria di sfida e senza alcun pudore o preoccupazione per le loro vite la sbeffeggiarono: “Fluffy, come ti sei ridotta! Strisci come un verme iridescente ma non sei un vero serpente, cammini tra la gente del mercato ma non sei più una principessa. O chissà se lo sei mai stata” ridevano. Non ebbe coraggio di mangiarli, nè di buttarli fuori, nemmeno di contraddirli. I topolini bisbetici avevano ragione – e non avevano nemmeno colpa della loro indelicatezza un po’ crudele, erano solo piccoli roditori. Li posò a terra e loro ripresero ad annusare in giro per le stanze, con tutta calma e squittendo sciocchezze.
Quella notte, Fluffy la guerriera si sentì male. Bruciava tutto, come avesse avuto la febbre. La pelle da sauro stava cadendo e sotto rimanevano ferite vive, in molti punti. Solo sulle ginocchia rimase saldamente attaccata e lei non ebbe la forza di staccarla del tutto.
Al mattino, la principessa che non sapeva più come si chiamasse guardò fuori dalla finestra e vide un gruppo di donne della corte e popolane che si muovevano in gruppo, vestite a festa. I volti sorridenti erano colorati con il belletto e gli abiti stirati per bene, freschi e rinnovati. Le campane suonavano, si preparavano tutti per il giorno di festa.
Principessa guerriera Fluffy corse in una camera della sua dimora che era rimasta chiusa per anni e anni, aprì i vecchi armadi e trovò dei vestiti buoni. Bendò le ferite notturne, bendò le squame rimaste e si infilò in quei panni non suoi. Nessuno la riconobbe tra i festeggiamenti del giorno, e se anche qualcuno sì, ebbe comunque il buon gusto di non dire null’altro che “ti troviamo bene, come sei bella oggi”. Iniziava una nuova vita, la terza, che prontamente lei (ragazza o pitone che fosse) battezzò Clotilde.
Clotilde imparò le usanze del luogo, a girare per il mercato, a fare la riverenza, a chiedere l’ora e persino a civettare. Qualcuno le faceva un complimento ogni tanto, ma lei non dava credito a nessuno, sapeva bene cosa ci fosse sotto l’abito.
Clotilde stava bene, aveva imparato a camminare a testa alta e no, non piangeva mai, nemmeno quando qualcuno per errore le pestava un piede ai balli oppure se un mendicante le tirava degli improperi. Clotilde restituiva gomitate ai ballerini inesperti e inaspettati insulti a chi osava prenderla a male parole, ma si badi, non per cattiveria, bensì per riflesso condizionato: in fondo era stata una guerriera – e ancora ne portava il segno.
Clotilde passò del tempo spensierato, scoprendo che nonostante la fame e la guerra nel regno, c’erano anche tanti bei luoghi dove trascorrere ore felici, sui prati e nelle botteghe. Clotilde iniziò a conoscere le persone e si accorgeva sempre più che a tanti capitava di mostrare una pelle che in fondo non era esattamente la loro.
Un giorno il suo cammino si incrociò con la strada di Corallo, un principe che era stato cavalluccio marino. Insieme si divertivano e condividevano tante cose, ma un ex sauro e un ex ippocampo come possono vivere insieme felici e contenti?
Clotilde si ritrovò di nuovo sola e ogni volta che nei mercati inciampava e cadeva per via dei suoi abiti lunghi e decorati rialzarsi era più faticoso, per via delle ferite bendate, che non erano mai più guarite del tutto. Con il tempo, i vestiti si logorarono e nella stanza riaperta non c’erano abiti infiniti. Clotilde finì per tornare alla vita notturna e persino a uscire allo scoperto con indosso solo una pelle di sauro cucita con le sue vecchie squame. Si faceva chiamare solo Sauro e scivolava tra tombini e bar e fumo. La pelle riluceva e le ferite sotto non facevano più male.
Sauro aveva diverse abilità speciali, che lə rendevano desiderabile – chi non vuole provarci con un drago? – ma anche temibile, sputava fiamme. Il mondo è un posto strano, passa dal bellissimo all’orrendo nel giro di un angolo e non sempre chi veniva investito dalle fiamme scappava a gambe levate, c’erano uomini con la spada e lo scudo.
Sauro tornava spesso a casa con profonde ferite da taglio, che si sommavano alle precedenti, riaperte ancora più in profondità. Principessa Fluffy Clotilde Sauro non piangeva. Mai. Neanche quando si sentiva esaustə e bruciante.
Quando pensava di non riuscire più a reggere questa strana esistenza che le era toccata in sorte, bussò alla sua porta un venditore di mele. Mele? Non sono sicura di volere delle mele, si disse lei. Il venditore era paziente, aspettava sull’uscio senza premere per entrare o per farle assaggiare alcunché e allora la creatura multiforme, che era affamata da morire, mangiò mele a volontà. Scoprì che le mele dissetano oltre a saziare e che fanno anche molto bene alla salute, tanto che non ci mise molto a decidere di seguire il venditore nella sua tenuta, per poter mangiare mele ogni giorno. Lui la chiamò Biancaneve.
Biancaneve coltivava le mele, le lavava e metteva nel cesto per il venditore, che ogni mattina prendeva la strada per il regno e la salutava con la mano. Biancaneve era grata di tanta calma, non c’era nulla intorno alla tenuta del venditore, se non mele chiaramente. Imparò a fare il sidro, le torte, la marmellata e pure caramelle alla mela. Quando però esaurì tutte le ricette e tutte le forze a furia di occuparsi di mele disse al venditore: “Devo confessarti una cosa. Non sono Biancaneve, io sono una creatura del giorno e della notte, nata principessa affamata e cresciuta guerriera mezzo sauro” il venditore ascoltava ma non comprendeva a fondo, le parole non scendevano nel profondo del suo cuore, così lei mostrò le antiche ferite – ormai quasi cicatrizzate – e le squame rimaste sulle ginocchia.
Il venditore la guardò, prese per lei un telo per coprirsi e le disse: “tu sei Biancaneve.” Fluffy confusa rispose: “E tu chi sei?” Ma il venditore di mele non rispose mai. E lei pianse, tradendo la sua promessa antica. Le squame bagnate e le ferite riaperte facevano male sotto la tela, Biancaneve non riusciva più a vestirsi da Biancaneve. Il venditore continuava a salutarla al mattino, con i cesti del mercato sotto il braccio, ma lei non rispondeva più. La sera chiedeva come un disco rotto “come ti chiami, chi sei?” E lui rispondeva solo “tu sei Biancaneve”.
Ogni tanto, raccogliendo mele, Biancaneve vedeva un’ombra tra le siepi e iniziò a parlarci un po’. Le giornate erano meno pesanti quando trovava l’ombra, ma non riusciva proprio a capire se fosse realtà o frutto della sua stanca immaginazione.
Fluffy guerriera Clotilde pelle di Sauro una notte scivolò via dalla tenuta delle mele, strisciò lontano sputando fiamme e mangiando erbacce e sentendo dolore perché no, le ferite non rimarginavano più, bagnate dalle lacrime salate di Biancaneve. Tornò a casa e lì rimase, in attesa di un giorno migliore.

Lei non sapeva più il suo nome, non sapeva il nome di nessuno, né del venditore né dell’ombra, nemmeno delle tante persone del regno incontrate sulla via. Provò a cercare ancora l’ombra, per parlarci e per capire, ma era intermittente, a volte c’era e a volte no; e quando c’era non sempre rispondeva, tutto dipendendo dal sole e da tante altre variabili troppo complesse per la testolina di un ex sauro. Fluffy non più Clotilde e non più Biancaneve cercava il suo nome e il suo vestito e il suo posto nel mondo. Le piaghe, un po’ cicatrizzate e un po’ no, ormai erano pelle nuova, pronta per essere coperta con altri tessuti, caso mai ne avesse trovati.
Intanto riposava nella vecchia casa, ogni tanto sputando fiamme e ogni tanto mangiando (tutto fuorché mele), parlando tra sé e sé per tenersi in esercizio, caso mai nuovi capitoli della favola si fossero approntati all’orizzonte.

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