Rondò veneziano

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Dalla laguna blu avrei potuto scrivere dell’architettura che incanta, degli scorci notturni che portano indietro nel tempo, al Rinascimento e oltre, delle calli suggestive, dove si annidano negozietti con le maschere a becco lungo, ricordo della pestilenza.

Oppure della musica che riempie Piazza San Marco all’imbrunire, suonata da musicisti classici in livrea che eseguono con professionalità magistrale arrangiamenti per quartetto di Bella Ciao e Bohemian Rhapsody. Sono imperturbabili, se non per l’emozione della partitura, come i musicisti del Titanic, mentre il fasto antico della piazza affonda sotto i colpi del turismo mondiale che grida, si leva le scarpe, siede in terra a mangiare, e loro proseguono in si bemolle maggiore.

In verità, però, questo post parlerà di corpi e costumi. La Biennale, la Fenice, la riurbanizzazione su acqua, i vaporetti al posto dei bus e gli scafi privati nelle calli al posto dei motorini sono tutti temi affascinanti, già processati e in qualche modo acquisiti nella mia mente. Ciò che ribolle, come sempre, è la relazione con l’umano.

È sera tardi, passa uno scafo privato sotto un ponte, luci stroboscopiche e musica trap a volume esagerato: due poco-più-che-adolescenti con brillocchi alle orecchie attraversano i canali a passo d’uomo, forse fanno la vasca per andar dalle morose come in città non marittime si fa con le motorette. La geografia è culturale, nessun’area naturale o artificiale è neutra, per quanto ci piaccia il mito della separazione tra uomo e natura, la laguna ne è un esempio. L’equivalente dei due vecchietti lenti sulla uno bianca sono una coppia in piedi su uno scafo con tanto di cappello; al posto del giovinastro belloccio in smart c’è un giovinastro belloccio che sgomma con la barca slim a pieno motore. I pali da attracco che sbucano dall’acqua tradiscono informazioni sul ceto del quartiere: legno grezzo versus vernice dai colori alternati, con perno dorato in coppa. Il fruttivendolo non guida l’apecar ma la chiatta, c’è la barca dello spazzino e le pompe di benzina vicino agli attracchi, che sono in netto contrasto con la distesa marina blu che si staglia dietro di loro.

In coda per il vaporetto e attorniati da ragazzettə, si ragionava, con il mio amico e compagno di viaggio, di testosterone. Mi chiedevo, ispirata da chi vedevo in coda vicino a me in quel momento e dalle immagini della sera precedente: perché i ragazzini brufolosi, anche quando apparentemente quieti, sono in realtà agitati da interessi amorosi intrattenibili, talvolta sublimati in comportamenti adolescenziali tipo saltare fatti di spritz in Piazza San Marco perché la squadra del cuore è passata in serie A? Zitti, che violoncello, clarinetto e violino sono alle battute migliori! Perché le signorine sono tutte uguali, ombelico di fuori (che per me è un problema, ma questa è un’altra storia), anello al naso e spasmodica ricerca di una cifra stilistica – quanto meno nelle braghe, borse e nelle decorazioni corporali?

Una variabile non ben considerata in precedenza ha illuminato la nostra discussione, fatta di recriminazioni su tre temi distinti e correlati insieme: l’incapacità trasversale, per paese, di stare in fila ordinatamente (eravamo pur sempre in coda per il vaporetto in tempo festivo..!); le osservazioni sugli improbabili outfit di certe signore e signorine che paiono sul red carpet in giro per Venezia; e, appunto, della constatazione generale che il mondo è tutto uguale, in latitudine e in senso diacronico: ci si mostra, con vestiti, attitudini, ammiccamenti, ci si cerca e si incontra, ci si riproduce. E in tutto questo, ci si appiccica, attratti dalla legge dei corpi (affollati, in coda) e poi inesorabilmente si spinge. Sarà il gene egoista della sopravvivenza? Sono ovunque, le persone si accalcano per un posto in prima fila, in senso metaforico e fisico.

Gli ormoni spingono al desiderio, al bisogno, al livello di energia o viceversa alla stanchezza. Per una mente autistica guidata dal pensiero astratto – talvolta pure troppo, con il rischio di scollamento dal reale sempre dietro l’angolo – e per una persona autistica sganciata dalla corporeità, un driver fisico è difficile da immaginare come motore primo dei comportamenti. Per me, non sono gli impulsi che guidano l’azione, ci pensa invece l’elaborazione continua di scenari: che cosa succede se…? E se invece…? Ma se fosse poi che…? Potrei…? Pro e contro… ecco, in conclusione A e B, che a loro volta…

Venezia, a questo giro, mi è parsa incredibilmente fisica, forse per la calca, forse per un contatto un po’ più prolungato con la laguna. La pressione dei corpi in particolare ha catalizzato le mie riflessioni: i turisti si ammassano, si urtano, cercano spazio fuori le calli come acqua in un canale troppo stretto; i corpi autoctoni, invece, sembrano amalgamarsi per abitudine e rassegnazione, quasi fossero diventati parte del paesaggio, che include la massa turistica, ormai. Li si riconosce solo da dettagli minuscoli, da una confidenza che altrove sfuggirebbe: un barcaiolo che saluta uno in fila con un “ciao Gastone”, una stretta di mano data senza fretta. E allora si riconferma che la geografia è culturale, la città non è fatta solo di pietra e acqua, ma di riconoscimenti corporei, di posture apprese, di una memoria del movimento. Come quella dei maestri vetrai.

La perizia, i movimenti controllati, consapevoli e netti, senza muscolarità esibita, ma con esperienza e forza nelle braccia, la serietà del tipo senza nome che abbiamo visto trasformare una massa incandescente informe in dettagli finissimi di lavorazione mi hanno sbattuto sotto al naso, ancora una volta, che la conoscenza è terribilmente embodied. Ma non mi ha atterrito, almeno non oggi, mi ha incantato. Non so se erano ormoni, se teorie astratte o che cos’altro, ma la fascinazione per una competenza viva, incorporata, incarnata nel gesto dimostrata dalla performance vetraia mi ha fatto capire subito che il sapere non sta soltanto nella tecnica, ma anche nel corpo che la porta.

Una cattedrale sconsacrata, poi riconvertita a spazio produttivo del vetro, si è prestata come perfetto palco per la scena: il sacro lasciato alle spalle, e al suo posto un nuovo rito della materia, del fuoco, del respiro e della precisione.
Soundtrack: Anywhere Is.

Una danza marziale, un corteggiamento tra l’asta con la pasta di vetro e il corpo del maestro, che non si muoveva affatto a caso mi hanno lasciato commossa, ma qualche istante soltanto, giusto fino al calo improvviso di tensione quando, all’ultimo applauso, il maestro vetraio ha esclamato a mezza bocca – forse convinto che fossero tutti anglofoni: “Dai, che gò da andàr a casa anca mi.” In effetti era ora di pranzo.

La vera lingua di Venezia, oggi, è un intreccio continuo di veneziano e altre lingue, un mix che suona più o meno così: Dì, vecio, ghe xe ancora zeòle? 네, 그럴게요! (Ne, geu-reol-ge-yo!) È proprio quel che mi è capitato di sentire scivolando tra i corpi e i moli, concentrata solo sul non cadere in acqua o addosso alle persone, nell’orecchio destro la voce del venditore di bottega e nel sinistro una turista avvinghiata al suo bello.

Siamo di nuovo in coda per il vaporetto. Prima fila perché prendiamo una linea poco battuta, dietro di noi si accodano persone, ma in orizzontale, la famosa coda a macchia d’olio. Probabilmente sbagliano, perché proprio a fianco a noi si snoda una chilometrica coda per Burano, destinazione ben più turistica della nostra. L’impiegata pubblica che sta indicando la coda lunga e gridando con tutte le sue forze “Burano? Behind the red line!” viene sistematicamente ignorata: la legge universale dei corpi che chiamano corpi vince sempre.

Allora io e il mio amico, animati da forte senso civico, ancorché non sia questa la nostra civis di appartenenza, aiutiamo con tutte le lingue che conosciamo: inglese, francese, spagnolo, cinese e pure un poco di russo, tedesco e coreano.

Quando una tizia enorme ci si appiccica, parlando un idioma ignoto, come da prassi degli ultimi dieci minuti, le chiediamo: “Burano?” E lei: “Yes.” E allora noi: “Behind the red line”, E lei: “eh no, priority line.” Va bene, certo, ci spostiamo. Un passo più avanti e comincia a fare facce sarcastiche e commenti inaciditi in italiano sgangherato. Mi avvicino e le dico: guarda che noi non dobbiamo andare a Burano, siamo qui solo per aiutare la povera sciura del traffico mentre aspettiamo la nostra linea. E lei: “Ah perché noi siamo residenti”, rincara con un accento che suona come tutto fuorché veneto. Si sposta un passo ancora più avanti, portandosi appresso un’abominevole ciurma di marmocchi che si mettono le dita nel naso, sporte della spesa sotto costo piene di non so cosa, e due adulti vestiti palesemente da turisti della domenica, cosa che in effetti sono. Residenti eh? Strani residenti, penso io. Osservando il gruppetto, nei venti minuti di attesa successivi, apprendo dalle sue strillate conversazioni con sconosciuti abbordati in banchina che: a) sta fuori Mestre, residente ma non troppo; b) l’accento è napoletano; c) parla anche una lingua di ceppo slavo, con i due adulti al seguito. Un terzo tizio compare, saltando la fila a piè pari, ed è il marito.

Le teorie sugli ormoni tornano a galla. O erano teorie sui neuroni?

Dalla laguna blu avrei potuto scrivere dell’architettura che incanta, degli scorci notturni che portano indietro nel tempo, al Rinascimento e oltre, delle calli suggestive, dove si annidano negozietti con le maschere a becco lungo, ricordo della pestilenza.
Oppure dei sapori che arrivano da quest’isola e da questa laguna – le castraùre, il granchio blu, la triaca, tutto quel che Venezia trasforma in racconto e in materia.
In verità, però, questo post parla di corpi e costumi.