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Oggi il mio cervello ha riprodotto 24 ore di playlist involontaria, con cambi di traccia, remix spontanei e loop che non ho chiesto. Ogni giorno, in verità, nella mia testa suona musica o parti di musica, a volte senza soluzione di continuità, altre con pause di silenzio.
Questa è una storia di audio tracking delle 24 ore. Come un Holter.
Mi sono svegliata nel silenzio. E non è un buon segno. Ho fatto incubi tremendi, che sono sempre senza musica, solo i sogni belli e buoni (καλὸς καὶ ἀγαθός) hanno una colonna sonora.
Tra i miei preferiti di quest’ultima categoria ci sono i sogni in cui riesco finalmente a comporre un brano; quando accade, non è uno sforzo, la musica mi viene a trovare di notte esattamente come fa di giorno con le melodie già note, solo che in sogno mi accorgo, dopo un po’ che la mugolo o la suono – sì, nei sogni suono assai meglio di quanto io sia capace nella realtà – che non è affatto una musica già nota, è tutta roba originale. E così alzo il volume, nella mia testa, ripeto in loop l’armonia, nella speranza disperata di non perdere le note appena mi sveglio. In sogno, questo tipo di sogno, so benissimo che sto dormendo e non desidero altro che mischiare un poco l’onirico con il reale. In fondo lo vogliono tutti, realizzare i propri sogni.
Una volta sono certa di avere anche iniziato a scrivere la partitura – altra splendida illusione, visto che io e il pentagramma siamo conoscenti formali, senza troppa confidenza. Non odio il pentagramma, anzi, trovo spassoso il solfeggio e ammiro chi ci va veloce come un treno nella lettura delle note.
Mi ricordo di un ragazzetto all’accademia professionale di musica: quando toccava a lui solfeggiare la sezione ritmica mi incantava, pareva fare beatbox, preciso e veloce, espressivo.

Oggi mi sono svegliata nel silenzio perché in sonno mi tormentava un vicino di casa che è un essere disgustoso: quando ero un’adolescente non si è comportato bene con me, solo io e lui lo sappiamo – sempre che si ricordi; l’ho dimenticato per trent’anni e poi è tornato a gamba tesa nella mia vita, dando il tormento a me e alla mia famiglia, gratis, completamente gratis, per il puro gusto di rompere i coglioni restando impunito.
Costui è una di quelle persone dal profilo stimabile, che ha costruito un’esistenza a doppio binario, inattaccabile fuori e marcio dentro, come una banana passita con le mosche intorno. Mi disgusta incontrarlo, eppure accade quasi regolarmente e il mio inconscio non dimentica nulla, per quanto il mio strato conscio invece ci provi fortemente. Il silenzio, quando la dimensione onirica non è della categoria migliore e mi porto dietro gli strascichi emotivi dei brutti sogni, non è pace, è un vuoto che rischia di essere riempito con pesantezza e disagio.
Poi, per fortuna, durante la mattina la musica è partita.
Spice girls, Wannabe | La cosa bella di questa riproduzione mentale sono le tracce dei cori isolate, che partono come fuochi d’artificio e fuori contesto, senza lead vocal; mi viene da sorridere, che se fuori sentissero ciò che ascolto io sarebbe tutto molto più comico di com’è. Salgo in macchina, ogni tanto mi esconoi mugolii di accompagnamento, seconde voci e le mani non possono trattenersi dal ballare e dirigere le voci. Dopo un paio d’ore (e solo Dio sa quante migliaia di ripetizioni) lo slam slam slam slam di Mel C ha iniziato a essere remixato con una traccia tamarra da disco palestra Love don’t let me go di David Guetta (solo la prima frase e la parte di percussione elettronica). Non conosco un accidente di tecnica di missaggio, né ho aspirazioni da DJ, ma evidentemente qualcosa nei miei apparati sinaptici lo ignora. Mi sento un po’ Zoey.
Poi è arrivata Dido a cantare Stan, la cover di Eminem, che in apertura è proprio suono del dolore; sentire le note iniziali nella mia mente mi ha riconnesso con un passato ambiguo, dove gioia intensa, impulso alla vita e lotta per restare a galla nonostante nessuna boa si profilasse all’orizzonte finivano tutti nella stessa musica. Ho rivisto il cortometraggio di un saggio di liceali, che tentatava un’esecuzione in ensemble di quel brano. Poi una frase specifica focalizza la mia attenzione: And I want to thank you for givin me the best day of my life, lo leggo come un riferimento all’oggi, un ringraziamento mentale a chi mi sta dando un poco di sollievo, nel secondo tempo del corto. La mia partita ha passato il quarantacinquesimo minuto, ci sono state ben poche occasioni di andare in porta, tutti in difesa e senza previsione sui tempi di recupero. La sensazione di essere ancora vivi, nonostante la fatica, serve come l’acqua. Piccoli sorsi bastano.
Nel frattempo, mentre uno spotify cerebrale mi tiene occupata una parte minima di concentrazione, faccio le cose di tutti i giorni, lavoro, interagisco, guido, discuto pure. Sto parlando e nel mezzo del discorso mi esce per caso il sintagma “una mattina mi sono svegliata”. Che assist, il servizio di mind-streaming fa partire subito Bella Ciao, in una versione piena di distorsioni metal. Ogni musica va in loop, mi tocca sentirla per minuti e minuti, a volte ore, che mi piaccia l’arrangiamento oppure no. Sorrido di nuovo, il suono grunge e incazzato dell’inno partigiano mi sembra del tutto fuori luogo per essere in un parcheggio del Leroy Merlin a cuocere sotto il sol leone. L’immagine che vedo in sovraimpressione è una festa dell’Unità, non so dove e non so quando, innaffiata da litri e litri di birra in grandi boccali da Oktoberfest.
Giriamo i corridoi del grande magazzino del bricolage, io mi sollazzo perché con questa colonna sonora in testa sembra che debba acquistare le seghe circolari per svaligiare la Zecca di Stato come nella Casa di Carta. Mi sento Mosca. Poi però alla cassa la musica cambia: il sosia di craig david mi passa davanti, sgarbatamente, ao’, ma come te permetti? Penso tra me e me, lo ributto indietro con modi forse poco carini e molto poco femminili (non mi dovrei scordare che so pur sempre una signurina) e per fortuna Monday tacatacataca ton Tuesday (7 Days) non attecchisce più di tanto.
Quando discuto la musica si ferma, con le emozioni forti non riesco a regolarmi attraverso schemi musicali, temo che il mio sistema neurobiochimico sia troppo affaccendato con la produzione e gestione di altri tipi di molecole per produrre le allucinazioni sonore, più o meno gradite. La mia regolazione emotiva – che passa per la musica – sotto stress non ha risorse sufficienti per mantenere attiva la sessione sonora.
Usciamo dal negozio, torna Craig David, poi passa Bon Jovi – Livin’ on a Prayer, ogni tanto spodestato da Savage Love di Jason Derulo. Che orribile mix. Sì, spesso mi accade che suoni nella testa musica che in verità non mi piace per niente, il che è fastidioso. Ma poteva andare peggio, come sentirsi in testa Nek o Laura Pausini. Brani che amo nel profondo, al contrario, non suonano mai, se voglio Smiling Face di James Taylor – un pezzo che rasserena anche il cielo più nuvoloso, con quel suo chitarrino gioioso – la devo per forza mettere su Spotify, quello vero.
A pranzo mi tiene compagnia Dreams dei Cranberries, ma solo dal secondo 34 al 47, in loop. Dolores O’riordan canta con più fiato, forse la traccia è raddoppiata, oppure più avanti nel brano c’è una parte con i cori e ora non mi ricordo dove stia e me la sono copiata inconsapevolmente per il mio audio mentale. Comunque in chiusura del mio sintagma mentale ci metto un doppio battito della batteria, tipo stop and go con crash choke, il piatto soffocato e la cassa in controtempo. Così, per dare un gusto più spicy.
Non so come, nel reale intanto sono scivolata in un momento di rabbia furiosa. Anzi lo so eccome come sia successo, un ignoto parrucchiere prenotato online si è fottuto 60€. Prima ha confermato l’appuntamento, poi incassato tramite la piattaforma di servizi e infine ha elegantemente scritto fuori piattaforma ci dispiace ma il salone è chiuso. E non vuole rimborsarmi. Dio benedetto se il salone è chiuso disattiva le prenotazioni online, no? E soprattutto non incassare pagamenti. Respiro a fondo, nel silenzio mentale, dov’è la musica proprio quando serve? Riprovo, con un altro salone, sembro Crudelia Demon, ci devo andare per forza dal parrucchiere, anche se è una user experience massacrante per una persona autistica. Lo stesso numero balengo me lo fa anche il secondo negozio: ma cos’è la giornata del pirla? Pago cose che poi non riesco ad avere? Dio buono se sto lavando il mio karma, sento odore di candeggina. Mi arrabbio non perché non ho ciò che vorrei (o meglio dovrei volere), ma per l’illogico comportamento di tenere attiva un’agenda digitale se poi non è affidabile: prenotazioni di serie A – quelle telefoniche – e di serie B – via piattaforma, che però casualmente è ciò che ti permette di trovare nuovi clienti fuori dal vecchio metodo del passaparola? In questo modo colposo crei solo disagio, per maledetta neurotipica incuria o furberia. Come prenotare il posto in open space ma poi sedersi a cazzo dove cazzo capita.
Fatto sta che la musica non riparte, l’assistenza della piattaforma ha i tempi di risposta di Poste Italiane e allora mi metto a pulire lo sporco ostinato che tanto piace ai pubblicitari dei prodotti per la casa; mentre frego e sfrego con la furia di Anna Franzoni scivolo dolcemente in Raindrops keep fallin on my head. Che sembra bene e invece è male, perché suona carina, ma la mente la sta riproducendo in 0.7x, chiave minore, come un carillon al rallenty e in sovraimpressione c’è l’immagine di un lunapark semi abbandonato e buio, un pagliaccio che ride e piange come jocker. Piove ma nessuno ha l’ombrello e la pioggerella sono lacrime.
E più mi incazzo e più continua, più continua e meno migliora l’umore.

Arriva il momento di tornare al Leroy Merlin, che i materiali per i lavori edili non bastano. Le raindrops mi danno un attimo tregua e prima che il silenzio duri il tempo di un drink, che vorrei tanto in sta giornata manovale un po’ del cazzo, attacca di nuovo una nuova sezione ritmica: Sunny, yesterday my life was filled with rain.. ciao Bobby Hebb.
Mi accompagna per tutto il reparto giardinaggio, alle viti e ai bulloni, di nuovo al giardinaggio, tra i diffusori di fragranze ambientali e quando passo per il corridoio con gli anti tarme. Pensavo che se ne sarebbe andato almeno alle casse, invece il volume è sempre più alto e sto canticchiando pure io, mentre la guardia buttafuori del Leroy Merlin decide di controllare la nostra spesa pantagruelica, item per item. Conta 70 e più oggetti, tutti identici per altro, con pacata lentezza e io non mi arrabbio, non mi fa proprio né caldo né freddo, sono tutta immersa nel sole musicale e lui, nero che le guardie son quasi tutte nere in Italia, vai a capire perché, ci sta dentro perfetto, anche lui nel mio mood.
Nel parcheggio, mentre carichiamo la macchina, vedo un giovinastro rasta che fuma erba con un amico sui sedili di un’auto; mi aspetto uno skip, partirà un po’ di reggae, mi dico, e invece.. va,i anche loro nel sunny. Sarà che sono troppo pettinati per I shoot the sheriff, hanno una macchina che ciao poveri.
Sunny ha continuato senza tregua anche mentre scaricavamo, anche quando mia sorella ha commentato “oggi non ho ritrovato la mia macchina al primo colpo per ben due volte nel parcheggio, non è da me, non me lo so spiegare” e io ho accennato a voce alta un Tiziano Ferro che non ha affatto attecchito, nemmeno osservando che la suddetta macchina, tutta piena di case libri auto viaggi fogli di gior naaa le. Non me lo so spiegare, io, non me lo so spiegare.
Sunny è continuato anche dopo che il sole è tramontato, anche quando mia madre ha acceso la tv. Poi ha chiesto a mia sorella: “domani mi accompagni tu in chiesa?”, per la messa, che domani è domenica. Finalmente Hozier è entrato come un TGV in galleria, Take me to church, I’ll worship like a dog at the shrine of your lies e ho visto anche il lampo luminoso on stage e visto il piede dei musicisti battere a tempo sul pavimento.

Andando a bere dell’acqua in cucina, l’ho canticchiata anche io a voce alta, dal pubblico. Stanca, esausta, provata e sfinita da una giornata faticosa per le interazioni, i vicini e i lavori edili, mi sdraio sul letto: so please please please let me let me let me
🤖Spiegone
Nel post i temi che toccano autismo/neurodivergenza si possono leggere bene come esperienza di earworms o immagini sonore intrusive, regolazione emotiva tramite musica, carico sensoriale, memoria associativa, ripetizione e differenze nel rapporto con il linguaggio musicale.
Immagini musicali involontarie e neurodivergenza
Il testo può essere letto attraverso il concetto di involuntary musical imagery (INMI), spesso definita informalmente *earworm*: l’emergere spontaneo e involontario di musica nella coscienza, spesso sotto forma di frammenti brevi, ripetitivi e persistenti. La ricerca distingue questa esperienza dalle allucinazioni musicali: nell’INMI la musica viene generalmente riconosciuta come esperienza mentale interna, anche quando è vivida, insistente o fastidiosa.
La successione di frammenti musicali, remix mentali, ritornelli parziali, sezioni ritmiche isolate e associazioni tra canzoni, persone, luoghi e stati d’animo costituisce una buona rappresentazione narrativa dell’INMI. La musica non compare come semplice sottofondo: entra in relazione con memoria autobiografica, emozioni, movimenti del corpo, ambienti commerciali, conversazioni, rabbia e stanchezza. Il racconto mostra soprattutto la natura ambivalente dell’esperienza: una canzone può offrire struttura e compagnia, ma anche persistere oltre il desiderato, diventando un ulteriore carico cognitivo o emotivo.
Nell’autismo, il tema più rilevante è il rapporto tra musica, sensibilità sensoriale e regolazione dello stato interno. Le esperienze sensoriali delle persone autistiche sono molto variabili: un suono può risultare piacevole, organizzante e ricercato in un momento, oppure eccessivo, dispersivo o doloroso in un altro. La differenza può dipendere dalla fatica accumulata, dal contesto, dalla possibilità di controllare lo stimolo e dalla presenza simultanea di altre richieste sensoriali o sociali.
Il testo restituisce con efficacia questo carattere mutevole. Il silenzio del risveglio non è necessariamente sollievo; l’arrivo della musica non è sempre benvenuto; i brani più amati non si presentano spontaneamente, mentre quelli indesiderati possono restare in loop. La musica interna si presenta quindi come fenomeno oscillante tra conforto e invasione, tra prevedibilità e saturazione.
La ripetizione è un altro nucleo importante. I ritornelli reiterati, il frammento di pochi secondi ascoltato mentalmente per ore, le sezioni corali o percussive che si staccano dal brano e assumono una vita autonoma possono essere letti come forme di organizzazione percettiva. La ripetizione può offrire continuità, delimitare un’esperienza caotica, rendere riconoscibile un’emozione o fornire uno schema interno a cui agganciarsi. Può però diventare spiacevole quando perde la dimensione di scelta e assume una qualità perseverativa. Lo studio sull’immaginazione uditiva e sugli earworms negli adulti autistici suggerisce che immaginazione sonora e controllo dei ricordi musicali involontari sono dimensioni da considerare separatamente, senza ridurre l’una all’altra.
Un terzo asse riguarda il legame tra sovraccarico, micro-stressor quotidiani e regolazione emotiva. Interazioni sociali, luoghi pubblici, richieste pratiche, contrattempi organizzativi, lavoro fisico e memorie relazionali spiacevoli possono accumularsi nella stessa giornata. La musica del testo non risolve questo accumulo, ma lo registra: cambia con esso, lo rispecchia, lo amplifica o gli offre una forma. La ricerca mostra che la regolazione emotiva e la reattività allo stress rappresentano dimensioni rilevanti nella vita quotidiana di molte persone autistiche, soprattutto in presenza di stress sociali o ambientali ripetuti.
Per l’ADHD, il testo richiama soprattutto l’intreccio tra attenzione, attivazione, ritmo e regolazione emotiva. La musica può funzionare come stimolo che sostiene l’attivazione, accompagna l’avvio di un’attività o mantiene un livello di coinvolgimento; nello stesso tempo, può divenire competitiva rispetto al compito presente, interferendo con la concentrazione o rendendo più difficile interrompere una sequenza mentale dominante. Le revisioni sul rapporto tra musica e ADHD descrivono proprio questa doppia possibilità: la musica può favorire autoregolazione e stimolazione in alcuni contesti, ma gli effetti non sono uniformi e dipendono da persona, tipo di compito e caratteristiche del suono.
Il passaggio continuo tra canzoni, campionamenti mentali e ritornelli parziali può essere letto anche in relazione alla regolazione attentiva. Nell’ADHD, l’attenzione non è semplicemente “assente”, ma tende a essere variabile, fortemente dipendente da interesse, novità, arousal e salienza emotiva. La musica internamente presente può quindi diventare un punto di aggancio molto efficace: segue gli spostamenti, colora l’ambiente, dà un ritmo al gesto e trasforma una sequenza di compiti in una scena. Studi sull’attenzione uditiva mostrano differenze nei meccanismi di modulazione *top-down* degli stimoli sonori nei giovani adulti ADHD, suggerendo una particolare rilevanza dei processi di selezione e filtraggio dell’informazione acustica.
Il testo evidenzia inoltre un rapporto molto corporeo con il ritmo: mani che dirigono il mix, accompagnamenti vocali involontari, attenzione selettiva a batteria, controtempo, piatti e percussioni. La letteratura su ADHD e musica ha studiato differenze nei processi di timing, nella stima della durata e nella sincronizzazione ritmica. Questi risultati non equivalgono a una generale difficoltà musicale, ma indicano che la dimensione temporale e ritmica merita attenzione nello studio dell’ADHD.
Il nucleo emotivo emerge soprattutto nella scena della rabbia verso l’inaffidabilità delle prenotazioni digitali. L’episodio non riguarda soltanto il mancato servizio, ma l’incoerenza del sistema: una procedura apparentemente disponibile, un pagamento accettato, una promessa operativa che poi si rivela falsa. La frustrazione nasce dall’attrito tra aspettativa di coerenza e realtà organizzativa. Meta-analisi e revisioni indicano che instabilità emotiva, irritabilità, impulsività emotiva e difficoltà nella modulazione delle risposte affettive sono frequenti nell’ADHD e contribuiscono in modo significativo al funzionamento quotidiano.
La comparsa di una canzone apparentemente leggera durante una fase di rabbia mostra bene che la musica non segue meccanicamente l’umore. Può contrastarlo, ironizzarlo, fissarlo o renderlo più resistente. La colonna sonora interna non è quindi un semplice strumento calmante: può diventare un elemento di perseverazione, accompagnando l’emozione mentre l’emozione continua a crescere.
Nell’esperienza auDHD, la musica può collocarsi al crocevia tra sensibilità sensoriale, necessità di prevedibilità, fluttuazione attentiva, bisogno di attivazione e intensa risposta emotiva. Il testo rende visibile una dinamica in cui lo stesso fenomeno musicale può avere funzioni diverse nello stesso arco di tempo: fornire struttura, dare energia, creare continuità, sostenere il movimento, produrre associazioni mnestiche, aumentare il sovraccarico o rendere più difficile interrompere uno stato emotivo.
La tensione tra desiderare una certa musica e ritrovarsi invece intrappolati in un brano non scelto è particolarmente significativa. Da un lato vi è la ricerca di uno stimolo familiare, regolante e piacevole; dall’altro, l’esperienza di uno stimolo mentale che persiste senza consenso e occupa spazio attentivo. La compresenza di queste due esigenze -bisogno di stimolazione e bisogno di riduzione del carico – è una delle immagini più efficaci del testo.
Anche la struttura stessa del post rispecchia tale dinamica: la scrittura procede per associazioni, ritorni, cambi di tonalità emotiva, frammentazioni ritmiche e scene che si sovrappongono. La forma non descrive soltanto l’esperienza della musica mentale; la riproduce. La giornata non è raccontata come una sequenza lineare di eventi, ma come un montaggio sonoro in cui memoria, ambiente, corpo, rabbia, piacere, fatica e canzoni competono per occupare il primo piano, cosa che riproduce in parole l’esperienza sensoriale e biografica di una persona divergente.
Fonti
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