Provincia, cafoni arricchiti e ricordi: il lamento di Achille

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Ci sono modi diversi di vivere la provincia. Credo che in tutta Italia esista una sorta di campanilismo di vicinato, retaggio di una clusterizzazione minimale, il divide et impera ridotto all’osso – o potenziato oltre il limite: una chiusura non solo delle province, ma addirittura delle singole città, persino dei quartieri talvolta. Tuttavia, è innegabile che, dal punto di vista sociologico, ci siano attitudini diverse tra le persone, nel modo di vivere il proprio territorio e nella percezione della distanza con l’urbe, nella messa in pratica della distanza o vicinanza percepita.


Facciamo un esempio didascalico – e mi si scuserà l’ipersemplificazione. Gli abitanti di certe province hanno un orgoglio legato ai luoghi e alle tradizioni più genuino, non contaminato dalle influenze urbane. In qualche misura, li apprezzo perché non cercano di emulare usi e costumi d’importazione. Alla sagra del «saù e balù» (aka sapone e pallone) i visitatori autoctoni sono persone che conservano con giusto orgoglio le proprie tradizioni: casoncelli e short di jeans. Piedi nudi nella piscina per il calcio saponato, vera dimostrazione della virilità rurale. Non che non ci sia attenzione all’estetica in questo contesto, ma mi sembra di percepire una volontà più autentica nel valorizzare i propri costumi, senza pretesa di omologazione – tardiva – ai costumi dell’urbe.

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Ora, quello che mi fa uscire pazza è invece la provincia dei 土豪, tuhao, termine cinese che non ha un equivalente nella lingua italiana, se non con una perifrasi: i cafoni arricchiti.

Ad esempio, mi è capitato di finire a una festa di paese nella quale la maggioranza delle donne o ragazze aveva gli orecchini di perle, come andava di moda nella mia grande città venti o venticinque anni fa con l’unico scopo di dimostrare lo status (quo), e le ciabatte con la pelliccia, un capolavoro di cattivo gusto d’importazione, per non parlare del profilo igienico.


Ecco, al gusto estetico di dubbio gusto spesso si accompagna una volontà di potenza mal espressa, una declinazione triste del «vorrei ma non posso», con l’appendice psicosociale del fatto che il «non posso» non sia accompagnato da autoconsapevolezza, ma da supponenza ottusa, grazie al ventennio berlusconiano probabilmente, che ha indotto anche il più sfigato dei burini a credere che, con le rate, la prosopopea e il culo di fuori (o l’ombelico, fate voi), siamo tutti gran signori, dei benestanti arrivati.


Non dirò in quale provincia mi trovassi, ma ho finalmente capito «con la pancia» il significato di tuhao, cafone arricchito: quella capacità di spesa non abbastanza ampia da acquistarsi la vera classe ma nemmeno scarsa a sufficienza da permettere di conservare la modestia paesana, l’orgoglio legittimo.

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Penso che ai ragazzini in tuta falso-firmata del mercato che correvano invadendo il mio spazio personale avrei volentieri dato una strigliata di quelle che usavano solo negli anni Ottanta (o forse Cinquanta e che i miei si sono anacronisticamente tirati dietro sin dopo la mia nascita). Lo spazio sociale è di tutti, quindi uno spiazzo non è un verde pascolo per infanti nel quale far correre i pupi sbragati: direi al genitore tuhao palestrato e abbronzato, se mi corre sui piedi, dagli una voce cazzo. Sono un’illustre sconosciuta, mica la tua babysitter o tua cugina.


Poi ho riflettuto meglio: che sia un fatto di neurotipo? Non voglio fare campanilismo neurobiologico, però mi viene spontaneo chiedermi perché un bambino autistico – di provincia o di città – rispetta i confini personali e perché il bambino (e il genitore) neurotipico se ne batte il cazzo, sentendosi pienamente libero e in diritto di farti il pelo più e più volte mentre stai nel tuo, seduta a bordo piazzale.


È difficile contenere l’ira sociale: se si sentono travalicati i propri confini fondamentali anche i neurotipici sbottano. Lo so perché quando, in un meeting aziendale, faccio notare (con metodo retorico socratico) a qualche collega che sta dicendo una fracca di minchiate tecniche o organizzative, quelli se la prendono come gli avessi detto che la loro madre è puttana. Non perdere la faccia, il 面子 mianzi, è il loro confine primario.


E allora mi si spieghi perché io devo subire i passeggini sui piedi e gli strilli nelle orecchie, o peggio i genitori tamarri che, saltellando per gioco con i pargoli, mi cadono addosso? Travalicano il mio confine primario, che della faccia non me ne può frega’ de meno.


La provincia imbruttita ha le Birkenstock tarocche, ma non perché fa troppo caldo per le scarpe chiuse o perché non abbia gli schei per le originali: per posa mista a taccagneria, una mimesi imperfetta dei costumi radical chic della metropoli. E poi dicono dei cinesi che copiano. La provincia imbruttita ha i genitori montessoriani che lasciano i regazzini allo stato brado, che devono sentirsi liberi di crescere masculi veri, senza scusarsi se ti urtano facendo i loro porci comodi in piazza, ma di Madame Montessori non conoscono manco il nome di battesimo. La provincia imbruttita vuole le band dal vivo, ma poi il pubblico rurale-di-cemento sta impalato come fosse a sentire le sinfonie classiche dirette da Riccardo Muti; tale provincia fa la sagra, ma non permette di pagare con la carta – che il nero dio me l’ha dato e guai a chi me lo toglie – inconsapevole del fatto che persino i cugini montagnini di alta quota hanno il POS, sbevazzano e poi si sciolgono, ballano. Loro almeno hanno le specialità gastronomiche locali. La provincia dei tuhao guarda le altre province dall’alto in basso, pur trovandosi ben più in basso di coloro su cui posa lo sguardo giudicante, sono bassi per altitudine (bassitudine?) e per snobismo acquisito ma mal praticato.


Per essere snob ci vuole esercizio storico e soprattutto capitale: mi generano grande livore coloro che ne hanno abbastanza da sentirsi tranquilli e arrivati, pienamente incarnati nei valori cattoborghesi, ma non abbastanza da potersi davvero permettere il lusso di schifare il prossimo, non solo a parole ma soprattutto nei fatti, con gli atteggiamenti da santi impuniti, tra cui spicca la santità per nascita della prole, comunque agisca.


Ecco, essere autistica in questi contesti non mi aiuta: ai bambini che mi cadono addosso di continuo dico apertamente: «Avete capito o no che non dovete starmi vicino?» e sono pronta alla rissa con il malcapitato genitore che volesse dirmi qualcosa in nome della sua maledetta bandiera di libertà procreativa.
Geni non mentono o, per dirla all’inglese, the apple doesn’t fall far from the tree: scemo il bambino, scemo il genitore, che mi squadra sentendosi una spanna sopra il mio sguardo carico d’odio sociale. Sottovaluti il mio 气 qi, amico, e sopravvaluti la mia pazienza.
Dico sempre: Dio deve esistere per forza, perché ha fatto un gran regalo a mia madre facendomi nascere donna; se facessi pipì in piedi sarei già in galera da tempo per rissa.

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Non è vero che le persone autistiche sono aggressive: sono anzi così tolleranti che il neurotipico medio non ha nemmeno idea della fortuna che l’ha baciato nel trovarmi neurodivergente anziché cafona arricchita con la voglia di umiliarlo pubblicamente per la sua costante ignoranza delle più basilari regole di buona creanza e pacifica convivenza.


Sono seduta a un tavolo di sagra e no, non è una sagra: non c’è il cibo da sagra, non c’è la cultura gioviale e cameratista degli alpini; tutti si lagnano, particolarmente una vecchia inacidita con il timbro di un tacchino che sta per essere spennato vivo che mi grida nell’orecchio sinistro – parlando con il marito a voce davvero troppo alta – le sue rimostranze per una bibita alla spina mentre la voleva in bottiglia, e io volevo solo stare tranquilla a godermi il concerto. Decine di marmocchi urlanti corrono senza sosta da almeno due ore, sudati, esagitati, ineducati come il selvaggio dell’Aveyron. Anzi, peggio, perché quello almeno stava zitto.


Ho un brutto ricordo dei ragazzini urlanti e protervi: facevo gli scout e quando i capi – diciottenni, ai quali mi chiedo con che coraggio si affidino i minori – dicevano «adesso si dorme», ebbene, io da brava autistica dormivo, a comando. Ho sempre avuto la capacità di shutdown immediato, solo con il cambio ormonale si è estinto. O sarà stato l’accumulo d’ira, chissà; nel dubbio, chiamatemi Achille. E giù le mani dai miei talloni. I piccoli demoni invece, armati di torcia ultra potente, iniziavano a saltare sui sacchi a pelo, specie il mio, gridare, lanciare oggetti non appena si spegnevano le luci. Ed io ricordo nettamente il risentimento che saliva a ogni botta che prendevo perché mi urtavano, colpivano, saltavano su di me come fossi stata un tappeto elastico senz’anima. Ricordo i «vaffanculo» gridati a perdifiato e le sanzioni a me comminate da parte dei suddetti diciottenni inebriati dall’estasi del comando, che porca puttana chieditelo che cosa mi ha portato a urlare una parolaccia nella notte, io bimba pacioccona e tranquilla, prima di esercitare il tuo sciocco e cieco abuso di potere. Ma no, il neurotipico è svelto, è furbo, è una spanna sopra gli altri e soprattutto sopra alle regole, per cui veloce come una faina schiva la sanzione, elude il controllo; e quello che controlla, neurotipico anch’esso, va per le brevi, sommario fa ciò che pensa di dover fare senza approfondire troppo. E gli idioti siamo sempre noi, quelli che si fanno beccare per esasperazione.

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Un tipo alla sagra suona la chitarra e canta, saltando certe frasi per fare l’effetto karaoke: «cantate voi» dice e tutti sono gaudenti, panem et circenses di periferia. Sì ma ci sarà una franchigia, un grace period tale per cui se fai cantare agli astanti più del 25% del concerto allora hanno diritto loro ad essere pagati o, in alternativa, sei un buffone? Fin da bambina avrei voluto fare il direttore d’orchestra, che sento le parti della musica come vedessi le tracce distinte. E se così fosse stato, allora sarei salita sul palco e gli avrei detto a un orecchio: «Ma che cazzo fai, non vedi che sembra la congrega dell’oratorio più che il cantante di uno show pagato?». Però, grazie a (o per colpa di) un’educazione siberiana, non ho sviluppato alcuna competenza musicale certificata, solo l’esperienza e lo studio parziale, che però non valgono una mazza di fronte alla sicumera di chi di musica ne ha fatta più di te, nel bene o nel male, per sorte o per culo o per bravura, n’impprte quoi ou de quelle façon. E allora ingoio il rospo. Non ho titoli accademici per dirmi musicologa, sociologa, esperta di nulla se non di me stessa; e con lo γνῶθι σεαυτόν, caro Socrate e cari sette savi d’Ellade, non ci si fa granché in questo mondo che sventola bandiera meritocratica, se non innaffiare di lacrime il maledetto giardino del disagio.

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La riflessione sul rispetto dei confini personali, sulla tolleranza all’affollamento e sulla gestione dell’ira sociale tocca diversi aspetti documentati nella letteratura scientifica sull’autismo. Le differenze nella percezione dello spazio personale e nel comfort sensoriale in contesti affollati sono state descritte in studi che mostrano come molte persone autistiche sperimentino una maggiore sensibilità agli stimoli sociali e ambientali, con possibili reazioni di sovraccarico e necessità di strategie di regolazione emotiva . La capacità di «shutdown» in risposta a stress prolungato è un fenomeno riconosciuto in ambito clinico e descritto sia in manuali diagnostici sia in ricerche qualitative sulle esperienze autistiche adulte . Inoltre, la percezione di ingiustizia sociale, la frustrazione per norme non condivise e la difficoltà a tollerare comportamenti altrui percepiti come invadenti rientrano in dinamiche più ampie di stress minoritario e di affaticamento legato al masking, cioè allo sforzo di adattarsi a contesti neurotipici . Questi elementi aiutano a contestualizzare, senza patologizzare, le reazioni emotive intense in ambienti caotici e poco prevedibili, come sagre, feste di paese o raduni affollati

Fonti

American Psychiatric Association, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 5th ed. (DSM-5-TR), 2022 – sezione su autismo e sensibilità sensoriale: https://dsm.psychiatryonline.org

Robertson, C. E., & Baron-Cohen, S. (2017). Sensory perception in autism. Nature Reviews Neuroscience, 18(11), 671–684. https://www.nature.com/articles/nrn.2017.112

Hull, L., et al. (2017). “Putting on My Best Normal”: Social Camouflaging in Adults with Autism Spectrum Conditions. Journal of Autism and Developmental Disorders, 47(8), 2519–2534. https://link.springer.com/article/10.1007/s10803-017-3166-5

Cage, E., & Troxell-Whitman, Z. (2019). Understanding the reasons, contexts and costs of camouflaging for autistic adults. Journal of Autism and Developmental Disorders, 49(5), 1899–1911. https://link.springer.com/article/10.1007/s10803-018-03878-x

Botha, M., & Frost, D. M. (2020). Community, belonging, and mental health in autistic adults. Autism in Adulthood, 2(2), 1–12. https://www.liebertpub.com/doi/10.1089/aut.2020.0007

Hirvik, T., & Johnson, S. (2022). Autistic burnout: A systematic review. Review Journal of Autism and Developmental Disorders. https://link.springer.com/journal/40489