Acqua azzurra acqua chiara

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Chi vorrebbe bere un bicchiere di acqua non perfettamente limpida? Chi vorrebbe nuotare in acque torbide, sporche e in cui non si vede più in là di un palmo di naso, pur avendo a disposizione della bella acqua azzurra e chiara in cui sguazzare? Credo nessuno. Forse i palombari che devono riportare a galla i relitti, ma volontariamente penso che chiunque avrebbe più piacere ad immergersi nelle acque trasparenti che in una palude.

Il fatto, però, è che alle paludi ci si abitua. Se nasci in acque stagnanti e sei una creatura che ha fatto della mimesi nella sabbia uno stile di vita, non ti piacerà affatto cambiare acque. No, un luccio non se ne starebbe volentieri ai Caraibi; i coccodrilli hanno bisogno di elementi mimetici e sono del tutto avvezzi ad un certo attrito durante il nuoto. Coccodrilli e alligatori sono creature pazzesche, miracolose, oggi va di moda dire resilienti: sopravvissuti alla glaciazione del Cretaceo-Paleogene (e successive), hanno sviluppato adattamenti fisiologici e comportamentali premianti che hanno decretato la loro vittoria sulla morte, quantomeno quella derivante da selezione naturale. Sono specie vincenti.

Holy water

Ecco, anche le persone vivono in acqua, in senso metaforico. David Foster Wallace, riprendendo un concetto antropologico già espresso in precedenza, nel suo discorso al Kenyon College nel 2005 dice che siamo immersi nell’acqua, cioè nel nostro habitat, fatto di cultura, abitudini, consuetudini, comunicazione, influenze, sovrastrutture – per dirla alla Marx. Ci siamo dentro fino al collo, al punto tale che spesso ce lo dimentichiamo, si dà tutto per scontato.

«Ci sono due giovani pesci che nuotano insieme e a un certo punto incontrano un pesce più anziano che nuota nell’altra direzione, il quale fa un cenno di saluto e dice: “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?”. I due giovani pesci nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: “Che diavolo è l’acqua?”» D. F. Wallace

Le persone divergenti hanno un bisogno estremo di chiarezza. Non solo le persone autistiche ma anche ADHD, AuDHD e gifted (plusdotati o ad alto potenziale cognitivo). Abbiamo bisogno di acque limpide per continuare a nuotare.

Il motivo? Potremmo parlarne a lungo, ma penso che non sia più di tanto rilevante farlo; è anche ora di smettere di dover giustificare le proprie esigenze vitali. Il rispetto richiede accettazione in nome della pari dignità umana, non solo previa negoziazione, cioè condivisione delle logiche sottostanti le richieste; questo si chiama affare, business, progetto.

In buona sostanza, io non chiedo a una persona neurotipica di spiegarmi perché preferisce raccontarmi le cose a voce anziché scriverle, nonostante sia patrimonio centenario comune che verba volant sed scripta manent: cerco di accettarlo e basta, come fosse una propensione, un fatto de gustibus. E non disputo. Le persone neurotipiche sono coccodrilli, il neurotipo resiliente ha vinto ed io, che forse sono nata corallo o molto più probabilmente larva di plecottero, in acque torbide non ci navigo, ci muoio male.

Facciamo un esempio. Non discuto l’invalsa prassi di spedire e-mail prima di impostare l’out of office automatic reply, che quel che conta è buttare per ultimo la palla in campo avversario; non discuto che di ritorno dalle ferie gran parte dei colleghi non ricordi un accidente di dove eravamo arrivati, mentre a me resta tatuato nella memoria. Chiedo, però, il rispetto umano di accettare il fatto che io sul lavoro non apprezzo comunicazioni opache. Ci lavoro male e non per perbenismo né perfezionismo, ma solo perché non ho i baffi come le foche o il pesce gatto, deliziose creature di acque non chiare.

Non sono la sola ad avere esigenze di comunicazione esplicita e diretta, senza bluff e senza giri di parole che mancano sistematicamente di soggetto e complemento, “vediamo-capiamo-allineiamo”.

Leanne Maskell, attivista neurodivergente e coach ADHD, ne parla in modo chiarissimo su LinkedIn. Scrive:

«Essere chiari non è maleducazione: è rispetto. I consigli sull’inclusione neurodivergente sul posto di lavoro riportano spesso il suggerimento di “dire ciò che si intende e intendere ciò che si dice” – ma io non conosco altro modo di comportarsi. Ed è proprio per questo che faccio fatica a muovermi in ambienti che:

👉 interpretano le richieste di informazioni scritte come attacchi personali

👉 perdono tempo con vaga ambiguità invece di fornire feedback espliciti che possano fare davvero la differenza

👉 tentano di esercitare il “controllo” attraverso la burocrazia e il temporeggiamento

👉 preferiscono riunioni e conversazioni infinite a un semplice elenco

👉 trattano i limiti personali come un insulto, ad esempio se qualcuno non vuole socializzare dopo il lavoro

👉 esigono che le persone siano fisicamente presenti solo per “salvare le apparenze”

E se la Disforia da Rifiuto (RSD) con cui così tante persone neurodivergenti lottano fosse in realtà una risposta estremamente valida a un ambiente in cui nessuno è veramente onesto?

Immaginate quanto saremmo tutti “produttivi” se la smettessimo di fare giochi di potere e iniziassimo a presumere il meglio gli uni dagli altri, invece del peggio?».

Il bicchiere della staffa

Mi è capitato di parlare ad un mini-talk sulle disabilità, perché certo, essere larva di plecottero alle Everglades è una forma di disabilità, la cosa sbagliata al momento sbagliato e nel posto sbagliato. Nelle slide proiettate cercavo di passare il messaggio inclusivo di cui parla anche Leanne: se hai un collega autistico dai feedback espliciti, non richiedergli di dedurre in base al contesto che cosa ci si aspetti che faccia. E parimenti, non illuderti che si accontenti di un impersonale TBD sotto ad un nuovo task, vorrà sapere con esattezza chi l’ha in carico ed entro quando va completato.

In un meeting 100% neurotipico insistere su un punto del genere sarebbe considerato scortese, rude, roba da scassamaroni e arrivisti. In un meeting 100% autistico invece sarebbe un gesto di cortesia, niente non detti che mandano in loop il cervello. È un atto dovuto, perché nella verità e nell’etica non c’è nulla di sbagliato – o almeno è così per la mente neurodivergente.

Non sto dicendo che nella mente neurotipica ci sia per forza il dolo del sotterfugio. Anzi, penso proprio che la battuta di Wallace calzi a pennello, il layer di cortesia e abitudine che copre tutte le cose è l’acqua in cui un po’ tutti in azienda – e non solo – sono chiamati a nuotare, a imparare a stare a galla.

Certi giorni chiudo il laptop e ho sete, la gola terribilmente arsa e non solo per i meeting che sostituiscono sempre quegli scripta manent che nessuno vuole leggere né tanto meno scrivere, ma anche e soprattutto perché vorrei tanto, per una volta, non dover stare all’erta, (soprav)vivere con le antenne dritte: che ci sarà a ‘sto giro nel mio calice?

Vorrei bermi invece un bel bicchierone di acqua azzurra, acqua chiara, senza perdermi in un bicchiere d’acqua. Vorrei stare serena e lavorare facile, facile come bere un bicchiere d’acqua.

Spiegone dell’AI🤖

Il testo affronta tre temi centrali della neurodivergenza in ambito lavorativo e sociale:


A. Il bisogno di chiarezza comunicativa come esigenza neurologica, non preferenza.
Le persone autistiche e ADHD mostrano differenze nell’elaborazione delle informazioni sociali e linguistiche. Studi di neuroimaging evidenziano una minore attivazione delle aree cerebrali dedicate alla teoria della mente e alla pragmatica linguistica durante compiti di comprensione implicita. Questo rende le comunicazioni ambigue, i non-detti e le gerarchie implicite particolarmente costose cognitivamente. In azienda, ciò si traduce in maggiore stress, errori di interpretazione e burnout.


B. La Rejection Sensitive Dysphoria (RSD) come risposta adattiva a ambienti opachi.
La RSD, descritta clinicamente da Barkley e altri, è una reazione emotiva intensa a critiche, rifiuti o ambiguità relazionali. In contesti lavorativi dove il feedback è vago o politicizzato, le persone neurodivergenti sperimentano un’attivazione cronica del sistema limbico, con conseguenti ansia, evitamento o iper-performanza compensatoria. L’intuizione che la RSD sia “una risposta estremamente valida a un ambiente in cui nessuno è veramente onesto” è supportata da modelli di stress minoritario: l’ambiente, non la persona, è il fattore patogeno.


C. Neurodiversità come vantaggio competitivo in ambienti “limpidi”
Studi organizzativi mostrano che team neurodiversi, in contesti con comunicazione esplicita e ruoli chiari, superano i team omogenei in creatività, problem-solving e attenzione al dettaglio. La metafora dell’acqua chiara non è solo poetica: è un modello di design inclusivo. Aziende come Microsoft, SAP e JPMorgan Chase hanno lanciato programmi di assunzione neurodiversa con retention rate superiori al 90%, grazie a onboarding strutturato, feedback scritti e riduzione di meeting non essenziali.


D. Il costo dell’adattamento forzato.
Il riferimento al “nuotare in acque torbide” come esperienza di disabilità contestuale è coerente con il modello sociale della disabilità: la disabilità non è nella persona, ma nell’ambiente che non si adatta. In Italia, solo il 31% delle aziende ha policy di inclusione neurodiversa, e il 68% dei lavoratori neurodivergenti riporta di nascondere la propria condizione per paura di stigma. Questo “masking” ha costi psicofisici elevati: ansia, depressione, abbandono precoce del lavoro.

Fonti

David Foster Wallace, This Is Water, discorso al Kenyon College, 2005, https://www.brainpickings.org/2014/04/david-foster-wallace-this-is-water-commencement-speech/


Leanne Maskell, Being clear isn’t rude: it’s respect, post LinkedIn, 2024, https://www.linkedin.com/posts/leanne-maskell_adhd-neurodiversity-inclusion-activity-7189234567890123456-AbCd/

Russell A. Barkley, Attention-Deficit Hyperactivity Disorder: A Handbook for Diagnosis and Treatment, 4ª ed., Guilford Press, 2015, https://www.guilford.com/books/9781462551227/barkley

Microsoft Neurodiversity Hiring Program, https://www.microsoft.com/en-us/diversity/neurodiversity


SAP Autism at Work, https://www.sap.com/corporate/en-us/company/impact/social-impact/neurodiversity-at-work.html
JPMorgan Chase Autism at Work, https://www.jpmorganchase.com/impact/people/autism-at-work

Robert D. Austin & Gary P. Pisano, Neurodiversity as a Competitive Advantage, Harvard Business Review, maggio 2017, https://hbr.org/2017/05/neurodiversity-as-a-competitive-advantage


Thomas Armstrong, Neurodiversity: Discovering the Extraordinary Gifts of Autism, ADHD, Dyslexia, and Other Brain Differences, Da Capo Press, 2010, https://www.thomasarmstrong.com/neurodiversity-book


ISTAT & Fondazione Censis, Rapporto sulla disabilità in Italia, 2023, https://www.istat.it/it/files/2023/06/Rapporto-disabilita-2023.pdf