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Pare che si possa soffrire per qualcuno, ma non sconfinatamente e senza regole. C’è una regola per tutto, di questo sono sempre stata persuasa, se no il patto sociale non tiene. Ho passato mezza vita a studiare le regole, pensando che così sarei rimasta a galla nel mare tempestoso dell’umanità, illogica, caotica e contraddittoria: regole di diritto, regole religiose, regole di comunicazione, regole tecniche per la creazione degli strumenti – che servono a loro volta a regolare tante cose, dai soldi al divertimento. E però degli umani ancora non ho capito niente, posso confessarlo senza vergogna.
Ci sono delle regole anche nella sofferenza, perché sia equilibrata, perché non passi i confini, perché non sbulacchi dal vaso, come diceva un’amica genovese.

- Della quantità ovvero: mi spiace per te ma non troppo, altrimenti ti levo la scena. In psicologia relazionale si può parlare di personalizzazione e, soprattutto, di difficoltà a mentalizzare, ossia di fatica nel distinguere e tenere separati gli stati interni propri da quelli dell’altro. Faccio un esempio: quando i genitori si dispiacciono talmente tanto per i figli da aver poi bisogno di essere loro rassicurati dai figli stessi, questi ultimi non hanno di fatto più il diritto di provare e manifestare il proprio dolore; non vengono accolti ma sostituiti. In termini clinici, questa dinamica è spesso descritta come una forma di parentificazione emotiva o di inversione dei ruoli di cura, in cui il bambino si trova a dover regolare le emozioni del genitore invece di essere lui contenuto. Lo stesso accade se la manifestazione di sofferenza viene trasformata dall’interlocutore in un giudizio negativo su di sé, del tipo:
se tu sei triste, io sono cattivo / ho fallito / ho sbagliato tutto / mi colpevolizzi.
In questo caso, la sofferenza dell’altro diventa rapidamente una prova del proprio fallimento morale o relazionale e la risposta emotiva si sposta dal “mi dispiace per te” al “cosa dice questo di me?”. È un meccanismo ben noto in terapia di coppia e familiare, dove uno dei partner o dei genitori non riesce a sostenere il dolore altrui senza sentirsi immediatamente accusato o inadeguato. - Della qualità ovvero: ci si può dispiacere sì, ma non fino al punto di non saper gestire il dolore e trasformare il sentimento in impulsi dannosi, per sé o per altri; l’intensità esagerata pare faccia solo casino. In termini di psicologia clinica, si direbbe che la risposta emotiva esce dalla cosiddetta “finestra di tolleranza”, diventando iperattivata (panico, rabbia esplosiva) o ipoattivata (collasso, dissociazione), e perdendo la funzione comunicativa e adattiva dell’emozione. E però mi chiedo: se nasci esagerato puoi morire moderato?
- Della direzione ovvero: se io soffro perché tu mi dici che io ti ho fatto soffrire e, lo sai, vederti soffrire mi fa soffrire… abbiamo un problema. Con l’io probabilmente. Di nuovo un furto di scena, il loop di cui al punto uno, l’inversione dei ruoli emotivi. Questo schema è tipico delle relazioni in cui la colpa e la vergogna diventano il motore principale della dinamica emotiva: A ferisce B, B soffre, A vede B soffrire e soffre a sua volta, ma la sofferenza di A viene immediatamente letta come ulteriore prova del danno fatto a B, alimentando un circolo vizioso di colpa → dolore → colpa. In terapia sistemico-relazionale si parla di “loop simmetrico” o di “escalation complementare”, a seconda di come i due interlocutori si posizionano rispetto al dolore. Come si disinnesca? Non so, chiediamo agli artificieri.
- Della root cause ovvero: se soffro (o mi arrabbio o altro) perché ho una rappresentazione mentale di ciò che mi hai comunicato ma che non corrisponde al reale, non solo non è razionale, è anche proprio male.
Questo fenomeno può essere descritto attraverso diversi concetti, a seconda di quanto è sistematico: invalidazione emotiva (il tuo resoconto del tuo stato interno viene sostituito da quello dell’altro); difetto di mind reading o lettura del pensiero (attribuire all’altro pensieri o sentimenti senza verificarli); epistemic overreach (oltrepassare ciò che si può legittimamente sapere sull’esperienza interna dell’altro); sostituzione della prospettiva («io interpreto ciò che provi e la mia interpretazione diventa più autorevole di ciò che mi dici»). In ambito clinico, queste dinamiche sono spesso osservate nelle relazioni caratterizzate da gaslighting sottile, da stili comunicativi giudicanti o da modelli familiari in cui l’esperienza interna dei membri più vulnerabili (bambini, adolescenti, persone neurodivergenti) viene sistematicamente riscritta dagli adulti o dai partner dominanti. L’effetto cumulativo è una progressiva erosione della fiducia nel proprio vissuto emotivo e percettivo – sofferenza che si aggiunge alla sofferenza. - Della proporzionalità ovvero: la sofferenza deve apparire proporzionata alla root cause, altrimenti scatta il “te la prendi troppo”, “ma pensa a quelli che stanno peggio di te / ai bambini dell’Africa”, frasi che notoriamente non hanno mai fatto digerire alcun groviglio emotivo a nessuno. Questa richiesta di “proporzionalità” è un classico meccanismo di invalidazione sociale: si misura il dolore non in base a chi lo vive, ma in base a una scala esterna e comparativa. In psicologia si parla di “minimizzazione” e “confronto discendente”, strategie che servono a chi ascolta a ridurre il proprio disagio di fronte al dolore altrui, ma che lasciano chi soffre ancora più solo e incompreso.
- Della narrazione ovvero: l’emozione negativa va ben raccontata, perché se si oscura la propria sofferenza, allora non esiste. Vige il principio di presunzione di felicità, nella nostra società, non si concede a priori il beneficio del dubbio triste. Con delle eccezioni ovviamente, i disabili per esempio sempre “oh poverini”, tutti angeli sofferenti (moralizzazione e infantilizzazione dei disabili, che è male per loro ma sta male riconoscerlo). Questa “presunzione di felicità” è un aspetto ben documentato della cultura contemporanea: il dolore è tollerato solo se performante, estetizzabile o rapidamente risolvibile. Chi non riesce a “raccontare bene” la propria sofferenza – per stile personale, per neurodivergenza, per trauma – rischia di essere letto come esagerato, drammatico o, al contrario, come freddo e distaccato. Nel caso delle persone disabili, si osserva spesso una doppia bind: o sono angeli ispiratori o sono pesi tragici, raramente soggetti complessi con un’esperienza emotiva legittima e sfaccettata.
Questi fenomeni, che hanno nomi e pattern precisi in psicologia, mi chiedo perché non li insegnino a scuola, alle medie per dire, anziché insistere con quella scemenza di pallamano. Con rispetto per i pallamanisti o pallamanovali.
Soffrire è una faccenda complessa, le sentenze di cassazione ci ho messo molto meno tempo ad imparare a leggerle con facilità: non posso star così male da travalicare i confini, i boundaries come dicono i TED talk, né altrui né miei, che esser sottoni nelle relazioni non porta mai nulla di buono. Non posso star male ma far finta che vada tutto bene; anche negazione e repressione fanno danni, al corpo e alla mente. Personalmente se soffro lo confondo con la fame o con qualche malattia infettiva e ho risolto la faccenda, curo il sintomo ma raramente la causa. E poi si ricomincia, perché il corpo ha una voce potente, che sa farsi sentire anche quando orecchie e cervello sono sordi.
Arginare la sofferenza è una tecnica quasi mistica per me, dicono che le emozioni non sono mai sbagliate, vanno espresse. Però al contempo “gestite” e sta cosa non la capisco proprio, perché se produci un litro di sapone per i piatti da qualche parte la devi pur mettere la schiuma e i suoi residui pieni di tensioattivi. Forse c’è chi nasce con lo scarico e chi no, c’è chi ce l’ha ingorgato e chi funzionante ma in un posto irraggiungibile dall’acqua che lava via tutto.

Per una persona autistica la gestione delle emozioni è un casino, non perché – come semplicisticamente si rappresenta spesso – non provi nulla o non abbia empatia (al massimo, manca quella cognitiva, non emotiva), ma al contrario perché vive sensazioni intensissime che non sa scaricare, talvolta nemmeno riconoscere e che stenta a raccontare. Per esempio io sono prolifica di parole scritte ma se mi si chiede: che cosa c’è che non va? Non so proprio spiegarlo, nella mia mente c’è un desk affollato di foglietti, sparpagliati, impilati, tanti non si leggono nemmeno e altri sono criptici, tanto che se li riferisci a voce alta si creano solo malintesi.

Spiegone dell’AI🤖
La difficoltà nel tradurre in parole coerenti un vissuto interno caotico e frammentato è coerente con quanto descritto in letteratura sull’autismo e sull’alessitimia: molte persone autistiche riferiscono di provare emozioni intense ma di faticare a identificarle, nominarle e comunicarle in modo linearmente comprensibile per gli altri. Il risultato è spesso un senso di incomprensione reciproca: l’autistico sente troppo e non riesce a dirlo bene; l’interlocutore neurotipico riceve segnali confusi e tende a semplificare, etichettare o ritirarsi.
Perché le persone divergenti sono più vulnerabili a questi meccanismi
- Difficoltà di lettura dei segnali sociali e relazionali
Le persone autistiche e molte persone neurodivergenti hanno spesso difficoltà nella lettura implicita delle intenzioni altrui, nel riconoscere segnali sottili di manipolazione, nel distinguere tra critica costruttiva e attacco personale, o nel percepire quando un confine è stato violato. Questo non significa “mancanza di intelligenza” o “ingenuità”, ma una diversa configurazione neurocognitiva: il cervello neurodivergente può essere eccellente nel rilevare pattern logici, dettagli sensoriali o coerenti interne, ma meno attrezzato per decodificare rapidamente le micro-dinamiche di potere, le bugie sociali o le manipolazioni emotive sottili. Risultato pratico: una persona autistica può non accorgersi di essere in una relazione abusiva fino a quando il danno non è già avanzato, perché i segnali di allarme (toni di voce, sguardi, silenzi punitivi, colpevolizzazioni indirette) non vengono letti come “pericolo” ma come “confusione” o “mia colpa”. - Alessitimia e difficoltà di identificazione emotiva
L’alessitimia – la difficoltà a identificare, nominare e comunicare le proprie emozioni – è molto più frequente nelle persone autistiche rispetto alla popolazione generale (stime tra il 40% e il 60% degli autistici, contro il 10% circa nella popolazione neurotipica). Chi ha alessitimia:
• fatica a dire “sono arrabbiato”, “sono triste”, “mi sento usato”;
• tende a somatizzare (mal di testa, stomaco, stanchezza cronica);
• può confondere emozioni diverse (es. paura con rabbia, tristezza con fame);
• ha più difficoltà a usare strategie di regolazione emotiva adattive (come la rivalutazione cognitiva). Questo rende più facile per un partner, un genitore o un collega manipolativo:
• invalidare il vissuto emotivo (“non è vero che stai male”, “te la prendi troppo”);
• sostituire la prospettiva (“tu non sei triste, sei solo stanco”);
• colpevolizzare (“se stai così è perché non sai gestire le emozioni”, “è un tuo problema”).
Studi mostrano che l’alessitimia è un fattore di rischio transdiagnostico per psicopatologia e distress, e media parzialmente il legame tra esperienze infantili avverse (ACEs) e problemi di salute mentale in età adulta.
- Esperienze avverse infantili (ACEs) più frequenti
Diversi studi indicano che i bambini e gli adulti neurodivergenti riportano tassi più elevati di esperienze avverse infantili (abusi emotivi, negligenza, bullismo, esclusione sociale, invalidazione cronica) rispetto ai coetanei neurotipici.
Ad esempio:
• Uno studio statunitense ha trovato che i bambini con autismo hanno odds ratio di circa 2,15 di aver sperimentato ACEs rispetto ai bambini non autistici, anche controllando per reddito familiare e altre condizioni.
• Un’analisi su oltre mezzo milione di adulti ha confermato che le persone con disabilità e condizioni neuroevolutive hanno prevalenze più alte di ACEs multipli.
• Un lavoro specifico su bambini con disabilità intellettiva in residenze ha rilevato che quasi la metà (49,3%) aveva sperimentato 2 o più ACEs.
Perché questo conta: gli ACEs sono fortemente associati a:
• difficoltà di regolazione emotiva;
• bassa autostima;
• tendenza a normalizzare relazioni disfunzionali;
• maggiore rischio di vittimizzazione ripetuta in età adulta.
In altre parole, molte persone neurodivergenti arrivano all’età adulta già addestrate a dubitare del proprio vissuto, a minimizzare il proprio dolore e a tollerare dinamiche relazionali nocive.
- Sensibilità sensoriale e sovraccarico emotivo.
Molte persone autistiche e neurodivergenti hanno una sensibilità sensoriale elevata (ipersensibilità a suoni, luci, contatti, odori) e una minore soglia di tolleranza allo stress.
In contesti relazionali tesi:
• il sovraccarico sensoriale riduce la capacità di pensare chiaramente e di porre confini;
• la fatica cognitiva rende più difficile dire “no”, spiegare le proprie esigenze o allontanarsi da situazioni tossiche; • il bisogno di prevedibilità e routine può essere sfruttato da partner o figure autoritarie che usano minacce implicite di caos o abbandono.
- Norme sociali e “doppio legame” relazionale.
La società tende a:
• premiare la conformità neurotipica (contatto oculare, conversazione fluida, gestione “appropriata” delle emozioni);
• penalizzare o patologizzare le espressioni autistiche (evitamento dello sguardo, monologhi su interessi specifici, reazioni emotive intense o atipiche);
• moralizzare e infantilizzare le persone disabili (“poverini”, “angeli”, “ispirazione”), negando loro il diritto a essere arrabbiate, egoiste, complesse.
Questo crea un doppio legame:
• se la persona autistica esprime disagio in modo “troppo intenso”, viene etichettata come drammatica o instabile;
• se lo esprime in modo “troppo piatto” o confuso, viene letta come fredda, non credibile o poco affidabile.
In questo contesto, i meccanismi descritti nel post (invalidazione, epistemic overreach, sostituzione della prospettiva, minimizzazione) diventano strumenti relazionali quasi “strutturali” contro le persone neurodivergenti.
Dati statistici sintetici
• Vittimizzazione e abuso: studi qualitativi e quantitativi indicano che le persone autistiche riportano tassi più elevati di vittimizzazione interpersonale (bullismo, abuso emotivo, violenza di coppia) rispetto ai neurotipici, con vulnerabilità specifiche legate alla difficoltà di riconoscere e reagire a comportamenti abusivi.
• ACEs: bambini con autismo hanno circa il doppio delle probabilità di aver sperimentato esperienze avverse infantili rispetto ai coetanei non autistici.
• Alessitimia: stimata tra il 40% e il 60% nelle persone autistiche, contro circa il 10% nella popolazione generale; associata a maggiori livelli di distress psicologico, ansia, depressione e difficoltà di regolazione emotiva.
• Salute mentale: le persone neurodivergenti mostrano tassi più alti di ansia, depressione, PTSD e ideazione suicidaria, in parte mediati da ACEs, invalidazione cronica e difficoltà di accesso a supporti adeguati.
Perché serve supporto psicologico alle persone divergenti
Il supporto psicologico non è “per correggere” la neurodivergenza, ma per:
- Costruire un linguaggio emotivo condiviso
Molte persone autistiche e neurodivergenti non hanno mai avuto uno spazio in cui:
• imparare a nominare ciò che provano senza essere giudicate;
• distinguere tra “questo è mio” e “questo è tuo” (mentalizzazione);
• riconoscere quando un’emozione è legittima anche se “scomoda” o “eccessiva” per gli altri.
Una terapia neuro-affermativa aiuta a tradurre il “desk affollato di foglietti” in mappe emotive più leggibili, senza imporre narrazioni neurotipiche.
- Interrompere i cicli di invalidazione internalizzata
Dopo anni di messaggi del tipo:
• “te la prendi troppo”;
• “non è successo niente”;
• “sei troppo sensibile”;
• “dovresti essere grato/a”;
molte persone neurodivergenti interiorizzano l’idea che il proprio dolore sia illegittimo o esagerato.
Un percorso psicologico consente di:
• riconoscere queste dinamiche come esterne e non come difetti personali;
• ridefinire i confini come diritti, non come pretese;
• allenarsi a dire “questo per me non va bene” senza crollare nella colpa o nel panico.
- Sviluppare strategie di regolazione su misura
Le tecniche di regolazione emotiva “standard” (respirazione, mindfulness, journaling) possono non funzionare o addirittura peggiorare il sovraccarico in persone autistiche con sensibilità sensoriale elevata o alessitimia.
Un terapeuta competente in neurodiversità può:
• adattare gli strumenti al profilo sensoriale e cognitivo della persona;
• lavorare su piani concreti (routine, script, segnali di allarme, piani di uscita da situazioni tossiche);
• integrare approcci basati sulla mentalizzazione, sulla regolazione emotiva e sulla finestra di tolleranza, ma declinati in modo neuro-affermativo.
- Prevenire e uscire da relazioni disfunzionali
Il supporto psicologico aiuta a:
• riconoscere pattern ricorrenti (partner che colpevolizzano, amici che minimizzano, colleghi che sfruttano);
• costruire reti di supporto alternative (gruppi tra pari, comunità online, spazi neuro-affermativi);
• sviluppare piani di sicurezza emotiva e pratica per uscire da relazioni abusive o altamente invalidanti.
Studi mostrano che le persone autistiche che ricevono supporto psicologico adeguato riportano:
• maggiore capacità di identificare e nominare le emozioni;
• riduzione di ansia e depressione; - migliore qualità delle relazioni e maggiore senso di agency.
In sintesi
Le persone neurodivergenti, in particolare quelle autistiche e quelle con alessitimia, sono più vulnerabili a cadere in meccanismi relazionali disfunzionali – come invalidazione emotiva, epistemic overreach, sostituzione della prospettiva, minimizzazione e parentificazione emotiva – a causa di una combinazione di fattori neurocognitivi, esperienziali e sociali. Le difficoltà nella lettura implicita dei segnali relazionali, l’alta prevalenza di alessitimia e di esperienze avverse infantili, la sensibilità sensoriale elevata e le norme sociali che penalizzano le espressioni emotive atipiche contribuiscono a creare un terreno fertile per relazioni in cui il dolore viene sistematicamente riscritto, negato o strumentalizzato. Il supporto psicologico neuro-affermativo non mira a “normalizzare” la neurodivergenza, ma a fornire strumenti per costruire un linguaggio emotivo condiviso, interrompere i cicli di invalidazione internalizzata, sviluppare strategie di regolazione su misura e prevenire o uscire da relazioni disfunzionali, migliorando così la qualità della vita e il benessere mentale delle persone neurodivergenti.
Fonti
Fonagy et al., “Mentalization: A New Focus of Research and a New Form of Therapeutic Intervention in Psychiatry”, https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11191373/
Autori vari, “Il ‘virus rivelatore’. Nuovi scenari, emergenze e prospettive di ricerca sulle relazioni educative e familiari”, https://oaj.fupress.net/index.php/rief/article/download/11322/9868
Autori vari, “Experiences of interpersonal victimization and abuse among autistic people”, https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11191373/
Siegel D., “The Window of Tolerance” (concetto sviluppato in vari lavori sulla regolazione emotiva e il trauma), https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11657135/
Autori vari, “Disguised Emotion in Alexithymia: Subjective Difficulties in Emotion Processing and Increased Empathic Distress”, https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7379392/
Autori vari, “Alexithymia and the Reduced Ability to Represent the Value of Aversively Motivated Actions”, https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC6315179/
Autori vari, “Adverse Childhood Experiences Predict Common Neurodevelopmental and Behavioral Health Conditions among U.S. Children”, https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC8471662/
Autori vari, “Adverse childhood experiences: a meta‐analysis of prevalence and moderators among half a million adults in 206 studies”, https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10503911/
Autori vari, “Experiences of interpersonal victimization and abuse among autistic people”, https://journals.sagepub.com/doi/pdf/10.1177/13623613231205630
Autori vari, “Foregrounding Meaning and Motive in the Domestic Abuse Perpetration of and Response to Neurodivergent Men”, https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/01639625.2024.2319638
Autori vari, “Examining the mental health symptoms of neurodivergent individuals across demographic and identity factors: a quantitative analysis”, https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11961925/
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