L’incredibile avvocato Woo

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Per un periodo ho studiato coreano. Andavo a scuola nel weekend con A. e non era la prima volta che sperimentavamo questo trascinamento di altri nel mio mondo di interessi totalizzanti.

Otto anni prima avevamo provato con il cinese, che poi io ho portato avanti per più di dieci e ho pianto tante di quelle lacrime quando ho dovuto lasciare. Ogni giorno mi dico “lo riprenderò”, ma un po’ l’ansia, un po’ gli interessi autistici che non vanno quasi mai per sottrazione ma solo per addizione – a differenza del tempo a disposizione, alla fine io e il cinese, oggi, siamo sempre più lontani e la vivo molto male, un mezzo lutto. Anzi un lutto a tre quarti almeno.

Avevo anche un blog ben seguito, si chiamava qcinacinese e il nome del mio sito l’aveva scelto il mio amico F. Un giorno ero arrabbiata con me stessa e l’ho distrutto. Ma questa è un’altra storia.

Sono stata appassionata di serie coreane, quelle che vengono dette K-drama, e mi piaceva perdermi in storie, ambientazioni e modi di raccontare le relazioni che avevano qualcosa di diverso da ciò a cui ero abituata. Soprattutto mi piaceva la sonorità dell’hangul, di cui ho iniziato a imparare anche qualche parola, guardavo le serie in lingua originale. Ad ogni contesto la sua lingua, le traduzioni spesso non rendono bene l’impalpabile ma esistente, il sostrato culturale fatto anche di intonazioni.

Le immagini dei gimbap mi fanno venire l’acquolina in bocca e quando i personaggi parlano di cucina coreana non sarebbe la stessa cosa sentirlo in traduzione.

È così che ho incontrato Woo Young-woo.

Non nella realtà, naturalmente. Sullo schermo, attraverso Avvocato Woo, il cui titolo internazionale è Extraordinary Attorney Woo, in onda su Netflix.

Woo è una giovane avvocata autistica che, dopo aver concluso brillantemente gli studi, viene assunta in un prestigioso studio legale di Seul. Ha una memoria straordinaria, una passione sconfinata per le balene e un modo tutto suo di affrontare i problemi. È brillante, ma fatica a interpretare molte convenzioni sociali che gli altri sembrano conoscere per istinto. Le transizioni possono metterla in difficoltà, alcuni ambienti la sovraccaricano e le interazioni quotidiane richiedono un lavoro che chi le sta intorno spesso nemmeno immagina.

Ogni episodio racconta un caso giudiziario, ma il processo è soltanto una parte della storia. Una signora in giallo giovane (e simile a me più che a Jessica Fletcher) che attraverso le cause affronta il suo senso di giustizia, non sempre condiviso, le sottili discriminazioni, i guai di famiglia, la vita insomma.

Porte girevoli

Devo fare una confessione: la scena più commovente di tutta la stagione è stata per me quando lei è alle prese con una porta girevole, primo episodio.

Non è una scena drammatica nel senso convenzionale del termine. Nessuno sta morendo, nessuno pronuncia un monologo straziante, nessuna orchestra interviene a suggerire chissà quale momento di pathos. Eppure vedere qualcuno di così simile a me, nel mio percepito, alle prese con la realtà progettata per tutti fuorché per lei/noi mi ha profondamente colpito. Perché a nessuno frega un cazzo delle porte girevoli, che anzi mettono nei luoghi fighi come grandi hotel e il mio posto di lavoro che alla pinguinitudine ci tiene molto, ma a me fa il terrore. Come le grate spacca budella di Prince of Persia. Woo Yong Woo – che come specifica sempre ha un delizioso nome palindromo – spiega perfettamente perché le porte girevoli sono un oggetto equivoco, su cui ragionare, una giostra di vantaggi e svantaggi. Non è terrore immotivato, fobico.

Sullo schermo c’era una porta girevole. E c’era una persona che non riusciva ad attraversarla con la naturalezza che gli altri davano invece per scontata. Ecco, per me, quando ho visto la prima volta quella puntata, è stato come incontrare qualcuno della mia specie.

Le porte girevoli sono oggetti curiosi. Per molte persone sono semplicemente un sistema per entrare in un edificio. Per altre possono diventare un piccolo problema di coordinazione, orientamento, tempismo e gestione degli stimoli: bisogna capire quando entrare, seguire il movimento, calcolare lo spazio, coordinare i propri passi con quelli della struttura e uscire al momento giusto. Tutto contemporaneamente. E, preferibilmente, senza bloccare la fila di persone che ti osservano con crescente impazienza. O senza stare male perché si infilano a tradimento nel tuo spicchio di porta circolare e circolante, spingendo e vociando.

Una piccola coreografia sociale e motoria che nessuno ti ha mai insegnato perché, evidentemente, tutti gli altri hanno ricevuto con il manuale di istruzioni sin dalla nascita.

Woo può trovarsi in difficoltà in queste situazioni. La serie ci permette di vedere una difficoltà che, nella vita quotidiana, rischia di essere interpretata come goffaggine, stranezza o incapacità.

Ma il punto non è la porta, non solo.

Il punto è che un ambiente progettato intorno alle abitudini della maggioranza può trasformare un gesto semplice in un ostacolo per qualcun altro.

Non tutte le persone autistiche hanno difficoltà con le porte girevoli, naturalmente. Non tutte sperimentano le transizioni nello stesso modo. Ma molte conoscono la sensazione di dover dedicare un’enorme quantità di energia a qualcosa che gli altri fanno senza pensarci.

E conoscono anche quella sensazione spinosa di sapere che una cosa dovrebbe essere semplice, vedere che per gli altri lo è, e non riuscire a capire perché per te non funzioni allo stesso modo.

Ci sono molti ottimi motivi per vedere questa serie tv, già nella prima puntata c’è tutto, dipinto in modo rigoroso: ecolalia, info dump, senso di giustizia che non si transige, pensiero chiocciolare, stimming, no contact, monotropismo, selettività alimentare, stimming and so much more.

L’unica cosa non verosimile è come le persone abbozzino alle sue stranezze in favore o cambio delle cose strafantastiche che lei ha da offrire. Secondo me fuori dalla tv non succede quasi mai, non a me.

Pianeta balene

https://strangerclubofseries1.com/

Woo ama le balene e chi è autistico potrebbe riconoscere qualcosa di molto più familiare per le persone autistiche: un interesse speciale non è necessariamente un passatempo al quale si dedica il tempo libero. Può essere una fonte di piacere, regolazione emotiva, conoscenza e identità. Può offrire un territorio nel quale il mondo diventa finalmente ordinato, prevedibile e interessante.

Per Woo, le balene non sono soltanto animali, sono un modo di organizzare il pensiero, una risorsa cognitiva. Sono una lingua nella quale alcune cose diventano più facili da comprendere e anche una parte di lei che non deve giustificarsi per esistere.

C’è qualcosa di profondamente significativo nel vedere una passione trattata come una risorsa, anziché come una perdita di tempo da correggere.

Naturalmente, non tutte le persone autistiche possiedono una memoria prodigiosa o riescono a trasformare i propri interessi in soluzioni professionali geniali. La serie indulge, almeno in parte, nel cliché della persona autistica eccezionale.

Ma c’è una distinzione importante: non dobbiamo essere dei geni perché i nostri interessi meritino rispetto.

Non dobbiamo guadagnarci il diritto di essere noi stessi dimostrando di essere più intelligenti, più produttivi o più utili degli altri.

Comunicazione implicita

Una delle cose che trovo più interessanti di Woo è il suo rapporto con la comunicazione: non sempre capisce ciò che gli altri intendono quando le parole non corrispondono al loro significato letterale. Le convenzioni implicite, le allusioni, i sottintesi e le aspettative non dichiarate possono creare situazioni complicate.

Woo può essere diretta quando gli altri si aspettano diplomazia, oppure non cogliere immediatamente un significato che tutti considerano ovvio.

La sua difficoltà non consiste necessariamente nel non comprendere le persone. Spesso consiste nel dover ricostruire consapevolmente regole che gli altri applicano in modo automatico.

È una differenza importante.

Immaginiamo di dover lavorare in un ufficio nel quale nessuno spiega le regole, ma tutti si aspettano che tu le rispetti. Se sbagli, non ti dicono quale regola hai violato: ti giudicano per non averla capita. Benvenuti nel meraviglioso mondo della comunicazione implicita.

Woo ci mostra quanto sia faticoso dover decodificare continuamente il comportamento altrui. E ci invita a considerare una possibilità: forse il problema non è sempre chi non capisce il messaggio. A volte è anche chi pretende di essere capito senza averlo mai formulato chiaramente.

Questo non significa che tutte le persone autistiche comunichino allo stesso modo, né che le persone neurotipiche siano incapaci di comprendere gli altri. Significa che le differenze comunicative possono produrre incomprensioni reciproche, soprattutto quando ciascuno presume che il proprio modo di interpretare il mondo sia quello naturale.

Cuffie: proteggersi dagli stimoli

Un altro dettaglio significativo della serie è l’uso delle cuffie per ridurre il rumore ambientale.

Per alcune persone autistiche, i suoni possono risultare particolarmente intensi, intrusivi o difficili da filtrare. Un ambiente che per gli altri è semplicemente rumoroso può diventare una quantità ingestibile di informazioni sensoriali.

In questi casi, le cuffie non sono un vezzo. Sono uno strumento per gestire gli stimoli.

La stessa cosa vale per altre strategie di autoregolazione: allontanarsi da un ambiente sovraccaricante, ripetere determinate parole, muoversi in un modo particolare, cercare routine o ridurre le interazioni quando le risorse sono esaurite.

A volte questi comportamenti vengono giudicati strani perché sono visibili. La fatica che li rende necessari, invece, rimane invisibile.

Woo ci ricorda che ciò che appare insolito dall’esterno può avere una funzione precisa dall’interno. E che non tutto ciò che si discosta dalle abitudini della maggioranza deve essere corretto.

C’è una domanda che dovremmo porci più spesso: stiamo cercando di aiutare una persona a stare meglio oppure stiamo cercando di renderla meno scomoda da osservare? Non sono la stessa cosa.

Il lavoro: essere competenti non significa essere convenzionali

Woo è una professionista preparata, brillante e capace di affrontare problemi complessi. Eppure, il suo ingresso nel mondo del lavoro è condizionato dalla sua diagnosi.

La serie mostra come il pregiudizio possa precedere la valutazione delle competenze: prima di vedere ciò che una persona sa fare, si presume di sapere ciò che non potrà fare. Una dinamica che conosciamo anche fuori dalla fiction.

Un modo di comunicare non convenzionale può essere scambiato per incompetenza. Una difficoltà nelle interazioni sociali può oscurare la capacità di analisi. Una necessità di adattamento può essere interpretata come mancanza di autonomia.

Nel frattempo, le organizzazioni continuano spesso a selezionare e premiare non soltanto chi svolge bene il proprio lavoro, ma chi sa anche esibirne le convenzioni sociali nel modo atteso.

Woo è interessante proprio perché costringe lo studio legale a confrontarsi con una domanda scomoda: che cosa significa davvero essere una brava avvocata?

Saper parlare con disinvoltura durante una riunione? Interpretare ogni sottinteso? Mantenere il contatto visivo? Oppure analizzare un problema, individuare elementi trascurati, ragionare con precisione e costruire un’argomentazione solida?

Ovviamente, il lavoro richiede anche collaborazione, comunicazione e capacità di affrontare le responsabilità. La soluzione non consiste nel negare queste esigenze, ma nel distinguere quelle realmente necessarie da quelle che riflettono soltanto abitudini culturali.

Un ambiente inclusivo non elimina ogni difficoltà. Elimina, per quanto possibile, gli ostacoli inutili e permette alle persone di lavorare senza dover spendere tutte le proprie energie per sembrare normali.

Il merito di Woo non è soltanto suo: è anche delle persone che la circondano

Un personaggio fondamentale per comprendere questa dinamica è Jung Myeong-seok, il suo superiore.

Non è un mentore perfetto, né qualcuno che comprende immediatamente ogni aspetto di Woo. Ma il suo rapporto con lei evolve e mostra quanto possa essere importante un ambiente nel quale una persona venga presa sul serio.

Anche i rapporti con i colleghi, con l’amica Dong Geu-ra-mi e con Lee Jun-ho, che diventa il suo interesse sentimentale, contribuiscono a esplorare diversi aspetti della sua vita.

Woo non è soltanto un’avvocata. È una donna che cerca amicizia, amore, autonomia e riconoscimento.

La sua neurodivergenza influenza il modo in cui vive queste esperienze, ma non esaurisce la sua identità.

Ed è qui che la serie offre uno dei suoi contributi più importanti: mostra una persona autistica che non deve essere ridotta a una diagnosi, nemmeno quando quella diagnosi è centrale nella storia.

Allo stesso tempo, la disponibilità delle persone intorno a lei è una parte essenziale del suo percorso. Non perché l’inclusione consista nel trovare qualcuno disposto a essere gentile con una persona diversa, ma perché le opportunità individuali dipendono anche dalle condizioni in cui ci viene permesso di esprimere le nostre capacità.

Non basta dire a qualcuno che può farcela, bisogna anche evitare di costruirgli davanti una porta che non riesce ad attraversare e poi rimproverarlo perché è arrivato in ritardo.