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Nel mese di maggio é mancato F., un ex collega a cui ero affezionata. La notizia mi ha colpito come un secchio di acqua gelata addosso, sia perché non era affatto anziano sia perché abbiamo condiviso la stessa stanza ogni giorno, dal lunedì al venerdì, per quasi dieci anni. F. è stato il mio compagno di banco, al lavoro, un fantastico compagno di caffè, tre volte al dì dopo i pasti.
Lo ricordo con affetto perché è stato F. ad accogliermi con un bel sorriso (sotto i baffi) quando sono stata scaraventata nella tana, così chiamavo lo scantinato polveroso in cui erano stati relegati gli informatici dell’organizzazione per cui lavoravamo entrambi.
Io ero una bimbetta, come diceva lui, stavo ancora sotto i trenta; ma i posti di lavoro sanno essere faticosi e svilenti, per cui arrivavo in quell’ufficio con un carico di sindrome dell’impostore, frustrazione, incredulità per come fossero andate le cose – su, al piano marketing – e tristezza davvero di notevoli dimensioni. Non so che aspetto avessi, vista dall’esterno, di certo dall’interno mi sentivo uno straccio, bagnato di acqua dei cessi sporchi e consumato oltre la tolleranza e il comune buon senso.
F. però era un uomo all’antica, come amava definirsi, di quelli che tengono la porta aperta e dicono “prego signora” e io, ancora bimbetta appunto, gli rispondevo con il broncio, citando Loredana Berté: “non sono una signora!”. Mai stata una con tutte stelle nella vita. F. non se la prendeva, è riuscito a mandare giù anche il mio sarcasmo più amaro e talvolta discutevamo animatamente già alle 9 del mattino. Ciò nonostante credo ci volessimo bene, più dei colleghi e meno dei parenti o degli amici stretti. Lui era spiritoso, interiormente ricco, disegnava (mi ha anche fatto un ritratto a matita e io mi sono sentita per una volta una donna degna di uno sguardo d’artista), faceva teatro e si impegnava tanto in tutto quel che faceva, non solo l’informatica, anche le polpette al sugo. Mi ha insegnato un sacco di detti, non solo “quello che metti trovi” – che vale per la pasta al forno ma anche per la vita, qualcosa di più centrato ancora, secondo me, del chi semina raccoglie, perché meno moralista e più realista.
Ricordo i nostri bisticci mattutini, che lui mi propinava ricette pugliesi appena posate le cose sulla scrivania, per conversare un poco, e io perdevo la trebisonda, perennemente a dieta e carica di incarichi come Cenerentola. All’epoca mi dovevo sudare ogni giornata, in un contesto tutt’altro che caldo, ma nel quale le donne e i giovani hanno l’obbligo di dimostrare le parole prima dei fatti, per arrivare sotto il minimo sindacale. Ad eccezione chiaramente dei figli e delle figlie d’arte, un nutrito numero di scalda cadreghe ben pagati. Ricordo che una collega di questo gruppo, sociologicamente distinto dalla marmaglia, sosteneva di lavorare per impiegare il tempo libero, che a casa si sarebbe annoiata, ma non per soldi, perché avrebbe potuto vivere benissimo facendone a meno e con un tenore di vita assai elevato – parole sue. E penso pure che fosse vero, a giudicare dalle migliaia di euro che si portava addosso passeggiando in pausa pranzo sul corso modaiolo della città.
F. mi ha insegnato che esistono tabelle e tabrutte, l’importante è che tu lo seppia. F. mi ha regalato tante volte un punto di vista diverso, che di politica e religione non potevamo parlare per differenze profonde di opinione ma lui ne parlava lo stesso e io, capocciona rigida, ho imparato i primi passi della tolleranza e dell’ascolto. Lo chiamava il punto di vista dell’alieno: immagina un omino che venisse da Marte e vedesse questo o quello, diceva, che cosa ne dovrebbe pensare, come glielo spiegheresti? Una tecnica dissacrante per mostrare la realtà così com’è, dal suo punto di vista, senza preamboli e senza condimenti.
Ecco, io non voglio scrivere il coccodrillo di F., perché non sono una giornalista di studio aperto, però voglio ricordarlo, non dimenticarlo, perché ci sono persone che pur non essendo famigliari stretti, parenti diciamo, danno un senso di familiarità a pezzetti del proprio cammino, per necessità di cose. E questo è un gran regalo, specie se il cammino è in salita.
Che tu ci creda o no, F. secondo me adesso è in viaggio, perché sì, io ci credo che con la fine non finisca tutto. Non posso rassegnarmi ad uno scenario diverso, in cui il film si interrompe bruscamente senza una sigla, senza titoli di coda, mandando in vacca tutto l’investimento fatto per i costumi, gli attori, la scenografia, lo sforzo di una vita.
Mi stupisce davvero che F. sia già finito in un’altra dimensione. È stata quella che si suol dire una dipartita improvvisa. Non me la spiego e sinceramente mi fa anche arrabbiare un po’: ci meritavamo tutti di godere ancora della sua compagnia e il fatto di non ravvisare un minimo senso in questo evento mi angoscia, mi tormenta. Nessuno schema, nessuna logica, la morte è un assurdo, la negazione dell’esistenza – e ogni essere non può che basarsi sull’esistenza.
Non credo al caso, più alla necessità, eppure ci sono eventi che non trovano bisogno, che bisogno c’era di richiamare F. al principio dell’energia da cui proveniamo? Dunque a qualcosa bisogna credere per forza, altrimenti non c’è rassegnazione. Come si suol dire (o forse diceva solo Lavoisier): niente si crea e niente si distrugge, tutto si trasforma. Sarà in viaggio verso l’Apeiron o la palla luminosa che si vede nel cartone Pixar Soul.
Io ho deciso che ci credo: qualcuno di cui mi fido mi ha detto che, partiti per il viaggio, poi si arriva da qualche parte. Ovvero: non c’è il nulla che ti risucchia, anzi esiste un’organizzazione sistematizzata – o un sistema organizzatissimo, non ricordo bene – qualunque cosa volesse dire. Non ho motivo di pensare che il messaggero che tanti anni fa mi ha rivelato questo spoiler mi abbia detto una sciocchezza; in più, il mio funzionamento ha bisogno di regole e framework, troppi conti non tornerebbero se finisse tutto così, dall’oggi al domani, senza una meta nuova. Sarebbe immorale, nonché un terribile spreco di risorse.
Quindi si potrebbe pensare che bello, hai la fede. No, non mi sento di dire proprio così, più che altro credo alle possibilità statisticamente significative: in favore del riciclo degli atomi c’è la termodinamica, la religione – più di una – la scommessa di Pascal, il messaggio che mi è stato consegnato, i racconti di persone diverse per geografia, storia e cultura.
La morte è una delle cose che mi atterriscono di più, mi terrorizza più degli insetti, del buio, degli ombelichi, più di tutto e non so proprio cosa fare ai funerali, io muoio dentro. La mia mente non può gestire una fine che non ha memoria dell’inizio e che per di più giunge senza preavviso, appunto senza logica apparente, in condizioni che chi sa quali saranno e in cui tutto è un’incognita. La morte è senza motivo, proprio senza motivo, non è una sorpresa di compleanno. Nascita e morte sono i più grandi misteri della vita, sono la vita e la vita è un mistero. E non mi piace affatto questa configurazione ambigua. Non c’è certezza, non c’è abitudine, ci sono solo domande aperte e, per chi necessita di risposte, tanta paura.
Ovunque tu stia andando o sia andato F., fai buon viaggio, spero che ci rivedremo.

Spiegone dell’AI🤖
Uno studio condotto su giovani autistici ricoverati in ambito psichiatrico ha rilevato che il 22% degli adolescenti con disturbo dello spettro autistico riportava, secondo i genitori, periodi di più giorni in cui parlava “spesso” o “molto spesso” di morte o suicidio, con una correlazione significativa alla presenza di disturbi dell’umore o d’ansia in comorbilità. Questo dato non va letto come segno di una comprensione distorta della morte, ma come indicatore di quanto il tema morte si intrecci, negli autistici, con vulnerabilità affettive già note in letteratura. Coerentemente, la ricerca sui percorsi che portano ad ansia e depressione negli autistici individua nell’intolleranza dell’incertezza un meccanismo centrale, distinto dal semplice arousal fisiologico: la morte, evento per definizione privo di preavviso e di logica prevedibile rappresenta il caso estremo di incertezza non gestibile, e questo potrebbe intensificare la reazione ansiosa in chi ha una soglia di tolleranza all’ambiguità già bassa per ragioni neurocognitive.
Perché la morte, in generale, è più difficile per le persone autistiche
Qui entrano in gioco almeno due meccanismi distinti, e la ricerca recente invita a diffidare della spiegazione più vecchia e semplicistica (“mancanza di teoria della mente”): il filone che ha dominato per anni sostiene che gli autistici fatichino a comprendere stati mentali altrui, ma revisioni empiriche recenti mostrano che questa tesi non regge bene ai dati, e propongono invece il modello del doppio problema empatico (double empathy problem), secondo cui la difficoltà è reciproca e relazionale, non un deficit unidirezionale. Il meccanismo più solido resta l’intolleranza dell’incertezza: la morte è l’evento massimamente imprevedibile, senza preavviso e senza logica riconoscibile e chi ha una soglia di tolleranza all’ambiguità più bassa per ragioni neurocognitive vive quell’assenza di schema come una minaccia cognitiva oltre che emotiva, non solo come dolore . A questo si aggiunge, secondo l’ipotesi del “mondo intenso” (Intense World Syndrome), un’iperreattività percettiva ed emotiva di fondo che amplifica ogni stimolo, compreso il carico emotivo di un lutto, rendendolo più travolgente da gestire piuttosto che più difficile da capire. In sintesi: non è che la morte venga compresa “meno” sul piano cognitivo, è che il contesto sociale e sensoriale che la circonda è costruito su convenzioni implicite che risultano particolarmente costose da decifrare, mentre l’incertezza radicale dell’evento stesso attiva un disagio più intenso.
Fonti
https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7410502/
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