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– Ci guardiamo un film?
– No grazie, preferisco leggere.
Questo copione mi è capitato un sacco di volte. Non vado volentieri al cinema, non conosco i film cult, ma nemmeno quelli underground da cineforum. Guardo e riguardo volentieri solo cartoni animati Disney (ma non tutti), musical e il varietà in televisione, preferibilmente su Rai 1.
Sembro una persona colta e quindi ci si aspetterebbe che io colga i riferimenti cinematografici, se saltano fuori in una conversazione. E invece li ignoro e se mi si consiglia una pellicola (che oggi poi è un link di Netflix) rispondo candidamente “raccontami tu la trama, io non guarderò il film”. Il motivo non è pigrizia o mancanza di tempo o stronzaggine, ma il fatto che ci metto diverse ore ad uscire dal film: mi restano le sensazioni appiccicate addosso, a volte anche per giorni.

Una volta ho visto un film con Ryan Gosling su uno stunt-man di nome Colt e, nelle scene finali, sembra che muoia. Non farò spoiler e non rivelerò se si salva, però per due o tre giorni mi sono svegliata al mattino chiedendomi con un velo d’ansia “Come sta Colt?”. Non è follia allucinatoria o incapacità di distinguere la realtà dalla fantasia, ma iperstimolazione, colori e suoni e sensazioni sono così travolgenti e forti che non riesco a smaltirli in fretta. Per via di questa cosa disagevole evito i film, non solo thriller o drammatici, anche un banale Indiana Jones può darmi fastidio con tutti quegli spari e quei rumori di pestaggi e gli urlacci avventurosi. Per non parlare della scimmietta uccisa dal dattero avvelenato che mi fa stare proprio male.
Mia sorella, che è ADHD, vive invece l’opposto: l’iperstimolazione la calma e la tranquillizza, lei vive e dorme con la televisione perennemente accesa e per calmarsi si guarda un bel film horror. Quando eravamo piccole avevamo molte videocassette e per scegliere che cosa guardare c’era sempre un micro dramma da affrontare: lei non voleva scegliere, ma io volevo vedere solo un numero limitato di cartoni; quindi se mettevamo su una cassetta che a me non piaceva me ne andavo quasi subito, se mettevamo uno dei miei preferiti comunque non arrivavo mai alla fine, per me le proiezioni migliori finiscono quando lo decido io, quando sono sazia. Se ho digerito le parti più gioiose dell’intreccio e so che seguiranno momenti di suspense prima del plot twist o del bene che trionfa sempre, metto una fine fittizia prima che il pathos diventi troppo, come un segnalibro virtuale che sancisce la fine logica e non fisica del film. Mia sorella non ha mai gradito la mia apparentemente inspiegabile fuga prima della fine e in effetti anch’io ci ho messo molti anni a capire perché lo facevo e lo faccio tutt’ora.

Ho letto su Instagram una riflessione interessante, la riporto in traduzione italiana, qui il link https://www.instagram.com/p/DdMlJZ_iaLF/?stkn=Mm5nZ2xzMWtjNG4w
Le persone autistiche non guardano i film come fanno tutti gli altri.
Notano ogni dettaglio dell’inquadratura: le comparse sullo sfondo, i cambi di illuminazione, quell’oggetto di scena apparso nella terza sequenza e ricomparso nell’undicesima. La maggior parte delle persone segue la storia; il cervello autistico osserva tutto simultaneamente.
Certi film diventano qualcosa di simile a una casa.
Non sono solo dei preferiti: sono luoghi in cui il sistema nervoso torna perché sa esattamente cosa aspettarsi e trova una sicurezza autentica in quella prevedibilità.I personaggi di finzione possono sembrare più reali della maggior parte delle persone vere.
Le loro motivazioni sono spiegate, i loro comportamenti coerenti. Le regole del loro mondo sono comprensibili – cosa che raramente accade con il mondo sociale – e quella chiarezza ha un reale effetto stabilizzante.L’esperienza emotiva di un film arriva con tutta la sua intensità.
Una colonna sonora che cresce gradualmente, una scena che coglie qualcosa che il cervello autistico ha provato ma mai visto definito a parole, un personaggio il cui mondo interiore rispecchia il proprio. La reazione non è plateale: è il sistema nervoso che riconosce qualcosa che aspettava di vedere.Riguardare un film non è un atto di nostalgia.
Significa tornare a qualcosa che il cervello ha mappato completamente, dove gli stimoli sono noti e gestibili e la gratificazione emotiva arriva esattamente quando previsto. È conforto, nel senso neurologico più autentico del termine.Per molte persone autistiche, il cinema ha rappresentato la prima esperienza di comprensione.
Non da parte di un’altra persona.
Ma da parte di una storia che, finalmente, aveva colto nel segno.
Spiegone dell’AI🤖
Il passaggio tradotto da Instagram, pur non essendo una fonte scientifica, descrive fenomeni ben documentati in letteratura. L’attenzione a dettagli di sfondo, cambi di illuminazione e oggetti di scena ricorrenti è coerente con il modello dell’Enhanced Perceptual Functioning proposto da Mottron e colleghi, secondo cui le persone autistiche mostrano prestazioni superiori in compiti di ricerca visiva e discriminazione percettiva rispetto ai neurotipici, un vantaggio confermato da una meta-analisi di studi di neuroimaging.
Questo spiega bene perché “il cervello autistico osserva tutto simultaneamente” invece di seguire solo la trama principale: non è distrazione, è un profilo attentivo diverso, orientato al dettaglio locale più che alla gestalt narrativa complessiva. Il tuo aneddoto personale — smettere di guardare un film “quando sei sazia” — si inserisce coerentemente in questo quadro: hai bisogno di un confine prevedibile e autodeterminato più che di seguire l’arco narrativo previsto dal regista, il che rimanda anche al tema dell’intolleranza dell’incertezza e al bisogno di schemi chiusi.
ADHD: la teoria della stimolazione ottimale
Il modello di riferimento è la Optimal Stimulation Theory di Zentall e Zentall, secondo cui il rapporto tra livello di attivazione (arousal) e prestazione cognitiva segue una curva a U rovesciata: sia troppo poca sia troppa stimolazione peggiorano il funzionamento, mentre esiste un livello intermedio ottimale, diverso da persona a persona. Le persone con ADHD tendono a partire da un livello di attivazione corticale più basso della media (ipoarousal), e il cervello, per compensare, ricerca attivamente stimoli esterni che alzino il livello di arousal fino alla soglia funzionale: rumore di fondo, movimento, musica, luci accese durante il sonno. Non è capriccio né cattiva igiene del sonno, è autoregolazione neurofisiologica.
Le prove sperimentali
Alcuni studi controllati confermano il meccanismo in modo diretto. Un lavoro pilota ha mostrato che bambini con ADHD ottenevano prestazioni migliori nella memoria di lavoro verbale quando esposti a rumore bianco rispetto al silenzio, mentre nei bambini a sviluppo tipico il rumore bianco non produceva lo stesso beneficio o risultava addirittura controproducente. Un secondo studio su bambini in età prescolare con ADHD ha replicato l’effetto positivo del rumore bianco sia sulle prestazioni attentive sia sui comportamenti “on-task”, cioè la capacità di restare concentrati sul compito assegnato. Anche la musica sembra avere un effetto simile: uno studio randomizzato controllato su adulti con ADHD ha rilevato un miglioramento significativo dell’umore dopo l’ascolto di musica di Mozart, in linea con l’ipotesi che uno stimolo strutturato e prevedibile aiuti a regolare l’arousal interno.
Perché la TV aiuta ad addormentarsi
Applicato al sonno, il meccanismo si spiega così: un cervello ipoattivato, lasciato nel silenzio e nel buio totale, non riceve abbastanza stimolazione per “occupare” l’attenzione, e questo lascia spazio a pensieri intrusivi, irrequietezza motoria e difficoltà a lasciarsi andare. Un sottofondo costante e prevedibile — la TV accesa, un podcast, un rumore bianco — fornisce lo stimolo minimo necessario a mantenere il sistema nervoso in una zona di comfort, distraendo dal rimuginio e facilitando paradossalmente il rilassamento. È l’esatto opposto del meccanismo autistico con i film: bisogno di ridurre l’input per non restare in sovraccarico, mentre il profilo ADHD ha bisogno di aumentarlo per raggiungere la soglia in cui il sistema funziona bene. Due strategie di regolazione opposte, entrambe legittime, entrambe spiegabili da modelli neurocognitivi diversi ma complementari.
Fonti
Mottron e colleghi, Enhanced Visual Functioning in Autism: An ALE Meta-Analysis
https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC6870295/
Zentall e Zentall, Tipping Points? Curvilinear Associations Between Activity Level and Mental Development in Toddlers (che riprende e applica la loro Optimal Stimulation Theory), su PubMed Central https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC6693500/
Ali e colleghi, Listening to White Noise Improved Verbal Working Memory in Children with Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder: A Pilot Study, su MDPI https://www.mdpi.com/1660-4601/19/12/7283/pdf?version=1655274818
Autori dello studio, The Effects of White Noise on Attentional Performance and On-Task Behaviors in Preschoolers with ADHD, su MDPI
https://www.mdpi.com/1660-4601/19/22/15391/pdf?version=1669029755
Autori dello studio, Listening to Mozart Improves Current Mood in Adult ADHD – A Randomized Controlled Pilot Study, su Frontiers https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fpsyg.2019.01104/pdf
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