Sai, qui la gente… pigia (e si pigia)

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Il neurotipico non ha paura della folla. Lo so, ho promesso nelle regole di questo blog di evitare generalizzazioni e opposizioni “noi-loro”, però oggi proprio non ce la faccio, sono molto agitata. O arrabbiata. O frustrata. O spaventata. Non conosco bene la differenza, se non come definizioni della Settimana Enigmistica. Pagherei adesso per averne una copia con me e potermi distrarre in qualche modo, perché ci sono così tante persone, così vicine a me che ho i sudori freddi.

Pare che esista una fobia specifica per la folla, nel mio caso non so è questa l’ansia che mi affligge: quando sono andata a Pechino ero preoccupata di reggere, si sa che i cinesi sono tanti. E invece sono stata benissimo, come un pascià. In metropolitana si avvicinano alla banchina, ma una persona incaricata del servizio pubblico, in piedi su un apposito rialzo per poter vedere bene sopra le teste di tutti, armato di fischietto si fa sentire forte se le persone si spintonano. O se qualcuno tenta un furto o se si muovono disordinatamente, in modo convulso.

Ricordo anche la festa dei templi: ci abbiamo messo due ore per arrivare a destinazione, in mezzo a una quantità impressionante di persone. Se un drone ci avesse fotografati dall’alto, avrebbe visto blocchi di otto persone per otto avanzare ordinatamente al fischio dei militari. I gruppi procedevano quando veniva dato il segnale, lasciando liberi gli incroci con le strade di uscita dalle abitazioni, in modo da non intasare il flusso. I miei compagni di viaggio erano angosciati, continuavano a cercare percorsi alternativi, a domandarsi come avremmo fatto ad arrivare. Io, invece, ero tranquillissima. «Rilassati e pensa ai fatti tuoi, è come essere su un convoglio», dicevo. Nessuno mi urtava, nessuno cercava di guadagnare una posizione, nessuno mi costringeva a interpretare continuamente i movimenti degli altri. Potevo semplicemente stare lì, dentro un sistema che funzionava. Due ore di folla e io ero serena.

Generata da AI, ma generata bene :)

È proprio questo il tema: il movimento della folla occidentale neurotipica non è controllato, non prevedibile, privo di schema. Mai capitato di vedere la coda all’italiana? Si sviluppa in orizzontale, per grumi. Sono alla banchina del treno e c’è un capannello di anzianotti che se la conta su e continua a toccarsi sulle braccia, uno di loro ondeggia pericolosamente avanti e indietro. C’è il gruppetto dei maranza, lì di fianco, che si muovono come avessero la taranta, saltellano sui piedi e continuano a vociare “oh fra”. Uno indietreggia e quasi mi viene addosso, con tutto che sono già spalle al muro. Poi ci sono le mammine con l’ombrello, molte con il velo, ombrelli così ampi che sembrano ombrelloni da riviera romagnola. Loro sono anche ferme, ma se devi passare pare che tengano radici nel cemento del binario e devi fare il pelo agli ombrelli gocciolanti, prendendoti l’acqua. Poi ci sono i furbi, che passano alla destra del cordone di capannelli giustapposti e mi chiedo: dove si metteranno una volta fermi? Qui non c’è più posto neanche per respirare. Nessuno sta soffrendo come me, il fatto di avere arti che si urtano non li tange.

Immagine generata da AI

La questione, almeno per me, non è quindi soltanto quante persone ci siano, ma quanto sia possibile prevederne i movimenti. In un ambiente affollato ricevo continuamente informazioni: qualcuno si avvicina, qualcun altro arretra, una persona mi passa dietro, un’altra mi sfiora. Devo monitorare le traiettorie, calcolare le distanze, prevedere gli spostamenti e, possibilmente, evitare collisioni. Tutto questo mentre cerco magari di ascoltare un podcast o semplicemente di pensare ai fatti miei. È una specie di sistema di monitoraggio del traffico che funziona in background, ma che consuma risorse.

La ricerca scientifica sulle esperienze sensoriali degli adulti autistici negli spazi pubblici descrive proprio questa combinazione di fattori: carico sensoriale, affollamento, ambiente poco controllabile e imprevedibilità. Non è un singolo rumore o una singola persona a creare necessariamente il problema, ma l’accumulo di stimoli che arrivano contemporaneamente e che non possiamo interrompere o gestire. MacLennan e colleghi, in uno studio qualitativo del 2023, hanno individuato proprio nella prevedibilità, nello spazio fisico e nella possibilità di recupero alcune delle dimensioni fondamentali che rendono un ambiente pubblico più o meno accessibile.

Per salire sul treno i neurotipici spingono; passano davanti e rischio di caderci addosso. Essere toccata o urtata, come accade alle fiere o al supermercato nel weekend, è una delle cose che mi manda più fuori dai gangheri. Avverto un senso di pericolo come se fossi un cavernicolo che sente il ruggito della tigre dei denti a sciabola, mi preparo alla guerra. Ma il ruggito è dentro di me.

E non è che io abbia un problema con qualsiasi forma di contatto fisico. Il contatto mi piace quando sono io a desiderarlo, quando lo scelgo e quando posso decidere di interromperlo. Quello che non sopporto è essere toccata senza averlo chiesto. Nemmeno la confidenza o l’affetto di una persona cara autorizzano automaticamente qualcuno a mettermi le mani addosso. Quelli che mentre ti parlano ti toccano continuamente il braccio, la spalla, il gomito, mettono a dura prova la mia pazienza. Anche se sono amici stretti.

È una distinzione importante: il contatto consensuale e desiderato non è la stessa esperienza di un contatto improvviso e non richiesto. La possibilità di scegliere cambia completamente il significato di quello che succede al corpo.

Anche la distanza ha un suo peso. In psicologia si parla di distanza interpersonale per indicare lo spazio che manteniamo fra noi e gli altri durante le interazioni. Uno studio di Fusaro, Fanti e Chakrabarti, pubblicato nel 2023 su Autism Research, ha osservato, in un campione di adulti, una maggiore distanza interpersonale nei partecipanti autistici rispetto a quelli non autistici. Non significa che tutte le persone autistiche abbiano bisogno della stessa distanza, naturalmente, ma aiuta a comprendere perché un avvicinamento considerato del tutto normale da qualcuno possa essere vissuto da qualcun altro come un’invasione.

Se qualcuno si avvicina troppo, di solito mi sposto io. Non gli dico niente, cerco semplicemente di recuperare qualche centimetro di territorio. Nel frattempo, però, penso: ah, non hai timore di ascelle e fiato, eh, capitano coraggioso. A me gli odori altrui danno la nausea, li avverto subito e forti.

Quando non posso allontanarmi, la faccenda peggiora. Aumentano i battiti, mi irrigidisco, divento aggressiva. È come se il corpo avesse già deciso che siamo in pericolo e che dobbiamo prepararci a difenderci, anche se razionalmente so benissimo di trovarmi in una metropolitana e non nella savana. Non è una diagnosi di disturbo post-traumatico, naturalmente: è il modo in cui riesco a descrivere questa risposta di allarme, molto fisica e molto rapida.

La situazione agli ascensori dei grattacieli non cambia di molto: anche i colletti bianchi, più pinguini che mai, pigiano. E si pigiano dentro una cabina alla star trek che esplicitamente dichiara di non reggere più di venti persone; dentro saremo il doppio. Sento l’odore di tintoria e appretto del ragazzo in giacca e cravatta di fianco a me. Sento le gocce di sudore sulla fronte perché non sono abbastanza vicino all’uscita ma neanche vicino alle pareti dell’ascensore. Ho nelle orecchie le conversazioni di due coppie di colleghe, sulla destra parlano di vacanze (ma a novembre? Mah) sulla sinistra parlano di cose aziendali incomprensibili fatte di acronimi. Sono dodici piani e al 3 sono già tentata di scendere. Pigiano e si pigiano, se devono scendere alcuni gridano “permesso” e io penso “permesso dove? Mi dematerializzo all’istante?” Quelli davanti non si spostano, di lato nemmeno. Li urto con ferocia come un placcatore di rugby e allora si fanno un paio di centri metri più in là. Riesco a far scendere gli urlatori di “permesso” però non riesco più a salire io. L’ultimo dei pinguini, vicino alle porte” mi fa: “ma ci stai”. Che strano senso dello spazio che hanno, devono essere state sardine in scatola nella scorsa vita. Grazie, ma vado a piedi, rispondo. Piuttosto sputo i polmoni come un tisico in fin di vita. Le scale in salita mi fanno aumentare il nervoso, arriverò al piano fradicia e ansante come nessun pinguino mai.

Immagine generata da AI

E non pensiate che basti avere un posto assegnato per risolvere tutto. Ai concerti vado soltanto se posso stare seduta e ho una posizione precisa, ma anche lì, dopo un po’, comincio ad agitarmi. C’è sempre qualcuno che deve passare, qualcuno che deve uscire, qualcuno che si alza e qualcuno che torna. Al cinema è uguale: i pinguini si alzano, passano davanti, cercano il posto, escono per comprare qualcosa, rientrano. E io sono lì, incastrata nella mia poltroncina, a dover assistere anche allo spettacolo collaterale dei loro spostamenti.

Le feste, invece, le evito direttamente. Non ci vado. Non è una questione di snobismo o di scarsa voglia di socializzare: è che l’insieme di persone, rumori, movimenti, contatti potenziali e impossibilità di controllare l’ambiente diventa un lavoro a tempo pieno.

C’è anche un costo che si vede poco dall’esterno. Quando ho trascorso troppo tempo in mezzo agli stimoli, non torno semplicemente a casa un po’ stanca. Ho bisogno di isolarmi, di spegnere tutto. A volte mi addormento di colpo, quasi svenissi. È come se il sistema avesse consumato tutta l’energia disponibile e decidesse autonomamente di staccare la corrente.

La ricerca sugli ambienti pubblici accessibili alle persone autistiche identifica proprio il recupero come una dimensione fondamentale: non basta riuscire a entrare in un luogo e a sopportarlo per il tempo necessario. Conta anche la possibilità di allontanarsi dagli stimoli e recuperare dopo l’esposizione. In altre parole, un ambiente può essere formalmente accessibile e risultare comunque estremamente costoso da frequentare.

Quando penso alle esigenze vitali, prima di bere o fare pipì mi viene in mente “lo spazio vitale”. Vorrei tanto che ci fosse una bolla intorno a me, che mi protegge dagli urti, odori, suoni, ma soprattutto fa capire agli altri quali sono i miei confini, senza possibilità di equivoci.

Non vorrei necessariamente stare sempre da sola, né vivere in un mondo senza persone. Vorrei poter stare in mezzo agli altri senza dovermi difendere continuamente dalla loro prossimità. Vorrei che i confini del mio corpo fossero rispettati anche quando non sono materialmente visibili. Che nessuno desse per scontato di potermi toccare, che non fosse necessario arretrare contro un muro per conservare qualche centimetro di spazio personale.

Ai tempi del Covid ricordo che avevano messo dei cerchi di nastro per terra in palestra, affinché ognuno rimanesse nel suo spazio durante i corsi di fitness, specie quelli aerobico musicale, avevo pianto di gioia. Ricordo di aver pregato che questo cerchio ci seguisse per sempre, anche passata l’emergenza sanitaria, affinché io fossi protetta per sempre.

Non era soltanto una questione di distanza. Era sapere esattamente dove potevo muovermi, dove finivo io e dove cominciava qualcun altro. Era non dover controllare continuamente chi mi stava arrivando addosso, non dovermi spostare, non dover negoziare ogni centimetro. Potevo concentrarmi sulla musica, sui movimenti, sul mio corpo. Potevo semplicemente fare fitness.

Per qualche mese avevamo trasformato una necessità sanitaria in una piccola forma di accessibilità sensoriale. Poi abbiamo tolto il nastro, riaperto le porte e ricominciato a pigiare.

Mi manca il mio cerchio.

Immagine generata da AI

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