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C’era una volta un camaleonte di nome Kamillo Kromo. Viveva nell’immaginario di Tullio Altan, un illustratore che trent’anni fa ha scritto e disegnato la storia di questa graziosa bestiola disagiata.
Kamillo Kromo non sa cambiare colore. È andato a scuola, come tutti i camaleonti, ma proprio non ce la fa.

Si narra però che nemmeno i suoi avi siano sempre stati capaci di cambiare colore, utilizzavano vernice, ombrelli, linfa assunta mangiando piante, ma nessun metodo funzionava bene per mimetizzarsi in un mondo tutto colorato, che per giunta cambia con le stagioni. Poi la camaleonte Konchita ha capito come fare e l’ha insegnato a tutti.
Kamillo però non ce la fa, no, per quanto si sforzi. Crede di diventare del colore della neve e si fa tutto blu. Non spoilero la fine, caso mai vogliate leggere questo simpatico libretto per ragazzi, però entro la fine della storia, la famosa morale della favola, anche lui sviluppa una sua strategia adattiva, diversa da quella degli altri camaleonti, ma tanto efficace che..
Quando ero piccola amavo Kamillo Kromo perché mi sentivo vicino a lui e alla sua incapacità di assomigliare agli altri, pur non sapendo bene perché io empatizzassi così tanto e perché fossi diversa. Kamillo Kromo (conte di Cavour, aggiungevo io) mi faceva anche un po’ rabbia, perché il nome Camillo si scrive con la C – sono sempre stata un po’ grammarnazi – e perché mi è sempre stato inculcato il principio che se ti impegni ce la fai. Dunque, evidentemente, Camillo era uno scansafatiche, mentre io di fatiche ne facevo 12 come Asterix e Obelix.


Quando vado in giro e ho un’espressione che non controllo, corrucciata o disgustata o triste anche se il contesto sociale non lo richiederebbe, mi sento come Camillo, anzi Kamillo. Mia sorella me lo fa spesso notare, ad esempio prima di entrare in un negozio dove intende acquistare “togliti subito quella faccia”, mi dice e io con puntualità le rispondo: perché, non sono un camaleonte?

La verità è che proprio no, non lo sono. Se il mio stato interno è alterato la faccia lo mostra, solo che non so distinguere tra quando è alterato per fame, freddo, sonno, frustrazione, perché mi prude una etichetta: la mia espressione fa quello che vuole. A volte riflette un pensiero chiocciolare divertente o dell’angoscia esistenziale e no, nulla c’entra con ciò che sta accadendo intorno a me. Ma non riesco ad esprimerlo, nè a parole né con la mimica.
C’è un esercizio che fanno fare alle persone in alcuni esperimenti sociali sull’intercultura: guardare delle foto di facce e abbinare una emozione presunta.

Viene fatto perché si sostiene che le emozioni siano situate, cioè che il modo in cui vengono riconosciute, nominate, espresse e interpretate dipenda anche dal contesto culturale: significa che non esiste necessariamente un vocabolario universale e inequivocabile delle espressioni facciali. Alcuni esempi: secondo alcuni resoconti etnografici di Bateson e Mead, le mamme balinesi sgridano i figli spalancando gli occhi e mostrando il bianco del bulbo oculare. Una risata in oriente può essere imbarazzo o disagio, non per forza allegria (Mazzocconi, Laughter and culture).

Molte persone autistiche non imbroccano il significato delle espressioni, dei gesti, né riescono a regolare le proprie manifestazioni in base all’emozione che sarebbe appropriato esprimere in un certo contesto. E non è detto che quello che il loro viso comunica corrisponda a quello che stanno provando. Talvolta questo aspetto viene scambiato per egoismo, ma garantisco che è tutta un’altra faccenda.
Molte persone autistiche vivono le emozioni come una palla di caos fuori e dentro di sé, con grande disagio. Io scambio puntualmente la stanchezza per febbre e talvolta anche mi viene. Riconoscere i segnali che arrivano dal proprio corpo, distinguere la fame dalla stanchezza o identificare un’emozione attraverso le sue manifestazioni fisiche non è sempre immediato. In psicologia si parla anche di interocezione, cioè della capacità di percepire e interpretare i segnali provenienti dall’interno del corpo. Eppure le stesse incasinate persone hanno delle skill compensative, ad esempio alcune notano dettagli impercettibili, se in una stanza un oggetto cambia di posto lo vedono al volo. Non è una caratteristica universale, naturalmente, ma una delle possibili configurazioni delle abilità percettive, così come Kamillo Kromo sviluppa altre abilità, diversa da quella di cambiare colore a comando.
C’è un altro libro che mi viene in mente a proposito di emozioni e situazioni, letto ben più di recente, si intitola Amori Imperfetti, di Maria Rita Parsi. Leggendo la sinossi mi illudevo fosse un manuale di istruzioni per imparare a cambiare colore. E invece.
C’è un esercizio in fondo al libro, più di uno in verità, ma uno in particolare che ha destato il mio stupore: scrivere un’emozione per ogni lettera dell’alfabeto. Il mio compito è quasi in bianco, nonostante abbia mangiato un dizionario prima dei sei anni; sotto la lettera A però ho scritto aritmia, atarassia e alessitimia.

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