Il lusso del tempo

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Era una giornata di ferie non pianificata, presa un po’ all’improvviso per gentilezza del mio capo che è persona empatica ed intelligente, capisce quando ho qualcosa che non va e sa bene che non è un’azione preordinata. La mattina era iniziata infatti in maniera drammatica, con il ribadito predominio di Re colon sulle mie volontà. Re colon ha modalità di esercizio piuttosto brusche, non ho possibilità di contro argomentare.

Alla mattina poco produttiva per causa di forza maggiore, si aggiungeva anche la prospettiva di un pomeriggio con un evento in bilico tra il lavorativo e il privato: nella modernità fluida, maturare competenze, avere interessi trasversali, stimolare e nutrire la propria creatività e capacità di fare è un onere che bisogna sobbarcarsi in prima persona, sono da dispiegare risorse economiche e tempo privato per rimanere competitivi. Al contempo, però, beneficiare del risultato della maturazione individuale è una prerogativa dei datori di lavoro, perché l’individuo con upgrade non è separabile dall’individuo in versione precedente, che era al lavoro fino a prima della maturazione. Mi spiego meglio: come già diceva André Gorz ne L’immateriale, i lavoratori contemporanei non mettono a disposizione soltanto il proprio tempo e le abilità minime richieste per la ripetizione di un compito, come all’epoca della catena di montaggio di fordiana memoria, ma sono chiamati a mettere a disposizione anche un extra quid, qualcosa di personale e straordinario, che giustifica il fatto che proprio loro siano stai scelti per ricoprire quel ruolo o quella posizione.

Le aziende non si nutrono solo della presenza fisica del lavoratore, ma anche nel suo prodotto intellettuale, che deve essere appetibile e accattivante. Il plusvalore del prodotto intellettuale è un regalo e quindi un guadagno a tutti gli effetti per chi di fatto lo richiede senza farne richiesta esplicita.

Nel mio personale caso il gioco riesce semplice, perché sono di natura curiosa, intraprendente, amo imparare cose nuove, ideare e scoprire, mi viene facile e mi dà soddisfazione: anche nel lavoro riverso di buon grado il mio meglio. Nella mia più che ventennale, esperienza lavorativa assai raramente il plusvalore che ho generato è stato riconosciuto da chi stava sopra di me, di norma viene sfruttato senza attribuzione di alcun credito, poi denigrato, in modo da non doverlo retribuire né riconoscere, neanche a parole. Penso di essere ormai assuefatta questo meccanismo, disillusa, mi rifugio nella soddisfazione del nuovo e del ben fatto e l’abbraccio stretta come un orsetto di peluche, ben consapevole della triste realtà: il plusvalore non è monetizzatile, non nelle mie tasche.

Nel pomeriggio di quel giorno di ferie imprevisto, sarei dovuta recarmi negli uffici di Google, per un laboratorio mani in pasta sull’intelligenza artificiale, un settore estremamente interessante ai miei occhi, poiché è pieno di implicazioni filosofiche, etiche, letterarie, sociologiche, matematiche e tecniche. Il ramo dell’intelligenza artificiale mi sembra l’anello di congiunzione tra le tecniche, le arti e le scienze, un punto di incontro che sino ad ora solo l’umano e mai la macchina aveva saputo incarnare. Ma Re colon contesta anche la prospettiva della visita agli uffici Google, vai a capire perché. La giornata ha molteplici condizioni incerte e ogni variazione sul tema abituale è una variabile ansiogena, per questo ho preso la giornata di ferie, sentivo il bisogno di rientrare in uno schema. Maledette abitudini, sono dittatrici, sia quelle buone che quelle un po’ coglione (tipo prendere ferie quando esistono alternative).

Sono assorta nei miei pensieri quando il mio amico Charlie mi riporta alla realtà trascendente: deve fare la pipì. Guinzaglio e usciamo. Lui subito approfitta della mia evidente distrazione, che anche camminando scrivo e penso e ho la testa fra le nuvole: mi trascina mio malgrado nel parco.

Sorrido, assomiglia vagamente alla scena della carica dei 101 in cui Pongo il cane prende le redini della situazione e trascina Rudy il pianista trasognato ai giardini, ma in declinazione autistica e cioè senza socializzazione con altre persone e altri cani.

Il mio amico cane marcia spedito, ha tutta l’area di sapere esattamente dove vuole andare; è cauto, sa che nell’erba alta io non ci metto i piedi, resta sul sentiero e ogni tanto si gira a controllare che io sia ancora lì, dietro di lui. Ad un certo punto, alzo lo sguardo dal display del telefono e mi rendo conto dello scenario: verde brillante, cielo terso, aria che profuma, silenzio, pochissimi tranquilli pedoni nel sentiero di fianco a noi. Percepisco una riconnessione immediata con me stessa, tornano a galla senza preavviso le sensazioni di una me bambina non ancora disillusa e triste. Mi sento fortunata, perché Charlie forse sapeva che avevo bisogno di una pausa detox e perché ho il privilegio di potermela concedere.

Il tempo, oggi, è un bene di lusso. Spesso è anche una scusa, tirarlo in causa è un modo per dire non voglio o non posso fare questo o fare quello, ma altrettante volte è un problema reale, perché la mancanza di tempo libero, il tempo della noia dell’ozio, impedisce il fluire del pensiero e delle emozioni, ostacola la libertà.

Fuori dal parco, mi prendo il tempo per sbirciare al di là dei cancelli delle villette, guardare i prati fioriti di margherite: la primavera è la mia stagione preferita. Tanti alberi sono in fiore, tanti prati risplendono del baluginio dei raggi solari. Chissà se chi vive in queste case ha il tempo, l’occasione di godere del tempo, chissà se si sta affannando nella rincorsa della produttività industriale oppure se ha il privilegio di potersi riconnettere con una dimensione del tutto umana ma ormai straordinaria, il ciclo delle stagioni.

Non ho mai considerato il tempo climatico un argomento degno di nota, mi sono dovuta ricredere studiando all’università una delle tante materie del mio corso di studi che ritenevo inventate di sana pianta, scienza della carta igienica le denominavo con una presunzione imperdonabile. Ho scoperto invece che umanità e natura sono strettamente correlate non solo dal punto di vista evolutivo, biologico ma anche dal punto di vista culturale; e non è un fatto di progresso o sviluppo, ma di lungimiranza e comprensione.

Ricordo che il corso si chiamava antropologia della contemporaneitĂ  e il docente, Mauro Van Aken, per le prime due lezioni mi sembrava seguire una narrativa freak priva di logica. Entro la fine del corso, invece, avevo la mente piena di spunti di riflessione, nuove chiavi di lettura per il naturale e per il sociale e la consapevolezza che certi temi non sono affatto carta igienica, sono vita e umanitĂ .

Questo docente è un antropologo vero, prima delle lezioni si era sparato mesi e mesi nei territori di confine, quelli della striscia per intendersi e lì, anche in tempi meno bui di quelli odierni, la certezza non era nulla di certo, adattandosi a condizioni impervie, andando oltre all’adattamento, cercando di comprendere, non solo con la mente ma anche con le sensazioni, con l’esperienza.

A lezione raccontava delle storie sui ciliegi nei baladi, villaggi palestinesi di vocazione agricola, che devono convivere con dei limiti normativi sull’uso della terra stessa e dei metodi per coltivarla imposti da chi governa i territori. Mal tolleravo questi racconti, all’inizio: cosa mi importa a me dei ciliegi a chilometri di distanza da qui? Sono solo ciliegi, onestamente pensavo. Invece anche nel modo di osservare o ignorare la natura, di utilizzarla o sfruttarla c’è la conoscenza incorporata, c’è cultura e c’è sapere.

Forse il punto che avevo faticato a cogliere all’inizio del corso era proprio questo: quando la natura viene portata indoor smette lentamente di essere un contesto e diventa uno sfondo. Una pianta sul davanzale, il meteo ridotto a icona sul telefono, la stagione percepita più dal cambio di guardaroba che dall’odore dell’aria. Nella comodità degli ambienti climatizzati e nelle giornate scandite da schermi e scadenze, il clima diventa qualcosa che “succede fuori”, quasi un dettaglio.

Eppure per la maggior parte della storia umana non è mai stato così: il vento, la pioggia, l’umidità, la luce erano coordinate quotidiane del pensiero e dell’agire, elementi che modellavano abitudini, tempi, relazioni.

Camminando nel parco ho avuto la sensazione molto semplice – e forse proprio per questo rara – di tornare per un momento dentro quell’orizzonte degli eventi: non osservare la natura come un oggetto, ma accorgermi di essere ancora, inevitabilmente, dentro la sua atmosfera.

Forse è questa la dimensione che rischiamo di perdere quando tutto diventa interno, stabile, controllato: la consapevolezza che vivere significa anche stare nel tempo che fa.