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Tesi. La presenza di un’altra persona può ridurre lo stress, distribuire il carico e perfino attenuare la risposta cerebrale alla minaccia. Ma non ogni presenza lo fa, non ogni contatto calma e non ogni interazione è sostegno. Nell’autismo questa distinzione diventa particolarmente visibile: la relazione può essere nello stesso momento una risorsa e una richiesta di lavoro. La domanda interessante non è quindi se le persone autistiche vogliano più o meno contatto. È quali proprietà trasformino una relazione da ulteriore richiesta a risorsa disponibile.
1 · Il paradosso: la stessa persona può essere rifugio e rumore
Quando diciamo che gli esseri umani sono sociali rischiamo di nascondere un dettaglio: la socialità non arriva gratis. Un’altra persona può portare informazione, protezione, aiuto, calore, memoria condivisa e capacità d’azione. Ma porta anche una voce da decodificare, un volto da leggere, turni conversazionali, aspettative, movimenti, possibili fraintendimenti e la necessità di produrre segnali che rassicurino l’altro sul fatto che lo stiamo seguendo.
Per questo due frasi apparentemente contraddittorie possono essere vere nello stesso momento: «ho bisogno che tu ci sia» e «non riesco a interagire con te». Non è una contraddizione psicologica. Presenza e interazione sono variabili diverse.
La distinzione esiste già nella ricerca generale. La letteratura sul social buffering documenta da decenni che, in molte condizioni, la presenza di un partner affiliativo attenua risposte comportamentali, endocrine o neurali allo stress; ma documenta anche che l’effetto dipende dalla relazione, dall’esperienza precedente, dal contesto e dalla persona. Il partner non è un ansiolitico biologico universale.
Un caso classico è lo studio fMRI di Coan, Schaefer e Davidson (2006). Sedici donne sposate affrontavano la minaccia di una lieve scossa elettrica in tre condizioni: da sole, tenendo la mano di uno sconosciuto o quella del marito. La mano del partner attenuava maggiormente l’attività nelle reti cerebrali associate alla minaccia; la mano dello sconosciuto produceva un effetto più piccolo. Lavori successivi hanno replicato e ampliato il principio, mostrando che la qualità percepita del legame modifica l’effetto della presenza.
La Social Baseline Theory ha dato a questi risultati una lettura provocatoria: forse il cervello umano non considera l’isolamento la condizione neutra e la presenza sociale un bonus. Potrebbe trattare le risorse sociali affidabili come parte del proprio ambiente operativo, riducendo il costo stimato di affrontare una minaccia. È una teoria generale, non una teoria dell’autismo. Ma offre il punto di partenza giusto: una relazione può cambiare il costo di un compito senza svolgerlo al posto nostro.
Il problema autistico comincia un passo dopo: che cosa succede quando la risorsa sociale che dovrebbe alleggerire il carico genera a sua volta carico?

2 · Per capire il contatto bisogna prima smontare la parola «contatto»
Presenza, interazione, tocco, intimità e supporto vengono spesso compressi nella stessa idea di vicinanza. Non sono la stessa cosa. Si può desiderare presenza senza conversazione, conversazione senza sguardo, intimità senza contatto fisico, contatto fisico senza intimità. E si può desiderare intensamente una di queste cose rifiutandone un’altra.
Questa scomposizione evita una delle domande peggiori che possiamo porre alla ricerca: «agli autistici piace il contatto?». È troppo grossolana per avere una risposta interessante. Il contatto di chi? Dove? Atteso o improvviso? Scelto o imposto? Durante una conversazione o nel silenzio? Con la possibilità di spostarsi? In un momento di calma o di sovraccarico?
Una grande meta-analisi del 2024 sugli interventi basati sul tocco, non specifica per l’autismo, conferma che il tatto può produrre benefici fisici e mentali, ma mostra anche una eterogeneità enorme: cambiano popolazioni, durata, tipo di tocco, chi lo somministra e outcome misurati. Anche nella popolazione generale, dunque, «il tocco fa bene» è una sintesi troppo povera.
3 · Nell’autismo il tocco non scompare: cambia la funzione del contesto
Gli studi recenti sugli adulti autistici stanno finalmente sostituendo la domanda binaria gradisce/non gradisce con misure più fini.
Nel 2024 Mello e colleghi hanno usato un compito di body-painting: adulti autistici e non autistici indicavano, su una sagoma corporea, come avrebbero valutato tocchi ricevuti in tre scenari — intimo, amichevole e professionale — e su diverse aree del corpo. Il gruppo autistico riportava differenze nella piacevolezza, eroticità e appropriatezza del tocco soprattutto in alcuni contesti sociali. Il dato importante non è un generico «meno tocco»: la valutazione cambiava con la scena e con la parte del corpo.
Nel 2025 Fukuoka e colleghi hanno confrontato 70 adulti autistici e 70 non autistici chiedendo quali zone del corpo potessero essere toccate da persone diverse della loro rete sociale. Gli autistici permettevano mediamente il tocco su aree più ristrette. Eppure, in entrambi i gruppi, maggiore legame emotivo significava maggiore permissività al tocco; nel gruppo autistico il rapporto fra legame e confini corporei era particolarmente marcato. Avere confini più stretti non significa attribuire meno valore affettivo al contatto.
Lo studio di Li, Mello, MacLennan e Masson (2026) rende il quadro ancora meno intuitivo. Gli adulti autistici dichiaravano in media una preferenza minore per il social touch, senza che emergessero differenze statisticamente significative tra i gruppi nella frequenza complessiva e nella soddisfazione riferite. L’assenza di una differenza statisticamente significativa non dimostra, da sola, equivalenza tra i gruppi. In entrambi i gruppi contavano relazione e contesto; nel gruppo autistico pesavano maggiormente sensibilità sensoriale, imprevedibilità del tocco, ansia legata al contatto e sicurezza sociale.
C’è quindi un risultato che vale la pena isolare: preferenza, frequenza e soddisfazione non coincidono. Una persona può avere una disposizione generale più cauta verso il tocco e, nello stesso tempo, costruire relazioni nelle quali il contatto è frequente, desiderato e significativo.
Infine, Capiotto e colleghi (2024) hanno messo insieme valutazioni soggettive e conduttanza cutanea. Gli adulti autistici giudicavano il tocco affettivo più intenso sia nella componente affettiva sia in quella spiacevole rispetto ai controlli, mentre la risposta autonomica non distingueva il tocco affettivo da quello di controllo nello stesso modo osservato nei non autistici. Anche qui la categoria unica «piace/non piace» collassa dimensioni diverse.
4 · Il punto non è la delicatezza: è la controllabilità
Da questi studi emerge un principio più utile della quantità: lo stesso gesto cambia significato se cambia la possibilità di prevederlo e controllarlo. Una mano sulla spalla annunciata e desiderata non è lo stesso evento di una mano sulla spalla improvvisa, anche se pressione, temperatura e durata fossero identiche.
Li e colleghi trovano precisamente che l’imprevedibilità del tocco pesa maggiormente sull’esperienza degli adulti autistici. Questo si collega, senza coincidere con essa, alla più ampia letteratura sull’intolleranza dell’incertezza nell’autismo. Qui però non serve postulare un meccanismo universale: basta osservare che un input corporeo inatteso obbliga il sistema a gestire contemporaneamente sensazione, sorpresa, interpretazione sociale e decisione sulla risposta.
Il controllo aggiunge un’altra dimensione. Posso sottrarmi senza offendere? Posso dire basta? Posso chiedere più pressione o meno? Posso non ricambiare? Un contatto formalmente affettuoso può diventare costoso se include l’obbligo di tollerarlo e rappresentare socialmente che lo si sta gradendo.
Il contatto giusto non è quello con la pressione, la velocità o la durata universalmente corrette. È quello nel quale il corpo della persona continua ad avere potere decisionale.
5 · E se non servisse nemmeno toccarsi?
Qui entra un fenomeno diverso: la presenza parallela. Il body doubling è nato come pratica community-driven soprattutto fra persone neurodivergenti: usare la presenza di qualcun altro per iniziare, mantenere o completare un’attività. Eagle, Baltaxe-Admony e Ringland hanno raccolto 220 risposte e mostrato una varietà notevole: partner presente o remoto, conosciuto o sconosciuto, live o registrato, coinvolto oppure quasi inconsapevole del proprio ruolo. Il loro modello descrive un continuum di spazio/tempo e mutualità.
Il risultato non dimostra che la semplice vicinanza regoli l’ansia né che esista una speciale forma autistica di co-regolazione. Mostra però una cosa concettualmente preziosa: la presenza può avere una funzione senza trasformarsi in interazione continua. In alcune configurazioni, l’altro è parte dell’ambiente che sostiene l’azione più che il destinatario di una prestazione sociale.
Questo è esattamente il punto in cui il body doubling smette di essere una curiosità sulla produttività e diventa una domanda più generale. Se una presenza può sostenere l’azione con poca mutualità esplicita, forse non dobbiamo misurare la qualità della relazione soltanto dalla quantità di segnali scambiati. La ricerca disponibile non ci consente ancora di fare il salto causale; ci consente però di formularlo come ipotesi.
6 · Parlare meno non significa comunicare meno
Una relazione a bassa domanda non deve essere una relazione povera. Lo mostra bene la ricerca qualitativa sulla comunicazione non verbale.
Nel 2025 Radford, Reidinger, Kapp e de Marchena hanno studiato le esperienze di comunicazione non verbale degli adulti autistici. I partecipanti descrivevano processi cognitivi complessi dietro gesto, espressione, sguardo e interpretazione dei segnali altrui; gli autori concludono raccomandando di condividere e accettare le modalità comunicative preferite e di verificare se un messaggio sia arrivato, invece di inferirlo automaticamente dal comportamento osservabile.
Il punto è importante perché corregge un equivoco. Ridurre la domanda sociale non significa necessariamente ridurre lo scambio. Può significare rimuovere una specifica obbligatorietà: parlare quando la scrittura funziona meglio, guardare negli occhi mentre si ascolta, produrre un’espressione facciale convenzionale, rispondere immediatamente.
La letteratura sull’AAC negli adulti autistici parlanti insiste da anni sullo stesso principio: poter parlare non implica che il parlato sia sempre il canale più disponibile, affidabile o economico. Una persona può essere altamente comunicativa e avere bisogno, in certi stati o contesti, di un mezzo diverso.
Una relazione accessibile non chiede necessariamente meno comunicazione. Chiede meno comunicazione obbligatoriamente confezionata nel formato dell’altro.
7 · Gli animali: non perché «capiscono meglio», ma perché la relazione può avere un’altra grammatica
Le relazioni con gli animali sono un banco di prova interessante proprio perché separano alcune componenti che nelle relazioni umane arrivano normalmente insieme: compagnia, tatto, routine, reciprocità, linguaggio e giudizio sociale.
Nel grande studio mixed-methods di Atherton, Edisbury, Piovesan e Cross, la parte quantitativa comprendeva 735 persone. Gli adulti autistici non risultavano più attaccati ai propri animali dei non autistici e avevano anzi minore probabilità di possederne: un dato che contraddice l’idea romantica di un’affinità autistica universale con gli animali. Nel campione, tuttavia, pet ownership era associata a migliori outcome di salute mentale. Nelle 16 interviste qualitative emergevano calma, beneficio sensoriale, compagnia, minore giudizio e una relazione percepita come sottoposta a meno regole sociali.
Questo non autorizza a dire che gli animali siano intrinsecamente più trasparenti o che «non manipolino». Suggerisce qualcosa di più interessante: una relazione può diventare leggibile perché il suo repertorio è familiare, ripetuto e relativamente stabile. La prevedibilità può essere costruita nella storia fra due individui, non essere una proprietà biologica di una specie.
Un RCT esplorativo di Wijker e colleghi ha randomizzato 53 adulti autistici a dieci settimane di terapia assistita con cane o lista d’attesa. Il gruppo di intervento mostrò miglioramenti nello stress percepito e in alcuni outcome legati ad agorafobia e comunicazione sociale, mantenuti in parte al follow-up. È un risultato utile perché dimostra che una relazione mediata dall’animale può avere effetti misurabili; non dimostra quale ingrediente — cane, terapeuta, struttura, attività, contatto o aspettativa — li abbia prodotti.
È proprio questa incertezza a essere produttiva. Se un animale familiare aiuta, quanto conta il pelo, quanto il peso, quanto il rituale, quanto la presenza, quanto il fatto che non chieda una spiegazione verbale dello stato interno? Sono variabili separabili sperimentalmente, non una magia da attribuire all’animale.
8 · Il problema della sincronizzazione: essere connessi significa muoversi allo stesso modo?
Un’altra strada tradizionale per studiare la relazione è la sincronia interpersonale: quanto due persone coordinano nel tempo movimenti e comportamenti. Nella popolazione generale la sincronizzazione è spesso associata a rapport, affiliazione e coordinamento.
Nel 2025 Bierlich e colleghi hanno osservato una sincronia comportamentale attenuata negli adulti autistici durante interazioni naturalistiche; la differenza non era spiegata semplicemente da una peggiore percezione del timing. Il dato non significa che gli autistici siano meno connessi. Significa che un indice esterno di coordinamento non può essere automaticamente equiparato alla qualità soggettiva della relazione.
Questo punto è decisivo per il nostro problema. Se una persona si sente profondamente al sicuro mentre ciascuno fa il proprio lavoro in silenzio, un modello che misura la buona relazione attraverso continuo allineamento, sguardo, turn-taking o sincronia rischia di non vedere proprio la forma di relazione che sta funzionando.
9 · Il neurotipo condiviso: un confronto fenomenologico utile
La meta-sintesi di Watts e colleghi raccoglie risultati qualitativi sulle esperienze di adulti autistici nelle interazioni con altre persone autistiche. Molti descrivono queste interazioni come più facili, meno giudicanti, più autentiche e associate a diversi aspetti della qualità di vita, pur con forte eterogeneità.
Non possiamo tradurre questo risultato in «gli autistici stanno meglio fra loro». La compatibilità individuale resta decisiva e i campioni qualitativi hanno limiti importanti. Ma il risultato offre un indizio sul meccanismo: quando diminuisce la necessità di tradurre continuamente il proprio comportamento nel codice atteso dall’interlocutore, può diminuire anche il costo dell’interazione.
Questo collega il tema del contatto alla doppia empatia senza trasformarla in spiegazione universale. La domanda diventa: una relazione è faticosa perché contiene molta relazione, oppure perché contiene molta conversione di formato?
10 · Dalla quantità al costo di accesso
A questo punto i risultati, che sembravano appartenere a filoni diversi, cominciano a convergere.
La ricerca generale sul social buffering dice che un partner affidabile può ridurre il costo della minaccia. Gli studi sul tocco autistico dicono che relazione, contesto, sensibilità e prevedibilità cambiano radicalmente l’esperienza. Il body doubling mostra che la presenza può essere funzionale anche con mutualità minima. La ricerca sulla comunicazione mostra che il costo può scendere quando il canale viene adattato. Gli studi sugli animali suggeriscono che compagnia e regolazione possono avvenire in relazioni con meno regole sociali percepite. Le ricerche sulle interazioni fra autistici indicano che una maggiore facilità relazionale può emergere quando diminuisce la necessità di traduzione.
Non sono prove di un unico meccanismo. Sono risultati indipendenti che puntano verso una domanda comune: che cosa deve offrire una relazione perché le risorse che porta siano maggiori delle risorse che chiede?
La relazione non è soltanto qualcosa che riceviamo. È anche un’interfaccia attraverso cui dobbiamo passare per riceverla.
11 · Un modello provvisorio: valore relazionale meno costo di accesso
Possiamo allora formulare un modello volutamente semplice. Una presenza può fornire valore relazionale: sicurezza, informazione, affetto, aiuto, continuità, stimolazione sensoriale desiderata, condivisione del carico. Ma per accedere a quel valore può essere necessario sostenere un costo di accesso: elaborazione sensoriale, incertezza, decodifica sociale, produzione verbale, controllo dell’espressione, risposta al contatto, negoziazione, masking.
Il modello non dice che l’autismo renda ogni relazione più costosa. Dice che alcune componenti del costo possono pesare diversamente, e soprattutto che il formato della relazione può modificarle.
Da qui derivano quattro variabili candidate. Sicurezza/leggibilità: conosco abbastanza il significato della relazione da non doverlo ricalcolare continuamente? Prevedibilità: so che cosa succederà? Controllabilità: posso modificare o interrompere lo scambio senza conseguenze relazionali sproporzionate? Compatibilità del canale: posso comunicare e ricevere affetto nel formato disponibile in quel momento?
A queste va aggiunta la componente sensoriale. Un contatto perfettamente sicuro e prevedibile può comunque essere fisicamente spiacevole. Viceversa, un input tattile intenso può essere desiderato. Non esiste un punto ottimale unico: esiste un profilo dinamico.
12 · Perché «bassa domanda» non basta
La formula «relazione a bassa domanda» è utile ma incompleta. Una persona silenziosa può produrre una domanda enorme se il suo silenzio è ambiguo e bisogna capire che cosa significhi. Una conversazione rapidissima può essere poco costosa se il codice è condiviso. Un abbraccio può non richiedere parole e tuttavia essere invasivo. Un messaggio scritto può contenere moltissima comunicazione e lasciare ampio controllo sui tempi di risposta.
Perciò bassa domanda non significa poco. Significa che le richieste della relazione sono compatibili con le capacità e lo stato della persona in quel momento.
Questa precisazione impedisce anche una conclusione paternalistica: non si tratta di proteggere le persone autistiche dalla socialità. Si tratta di smettere di misurare la socialità soltanto attraverso le forme che costano meno alla maggioranza.
13 · La stessa relazione cambia quando cambia lo stato
C’è infine una variabile che quasi tutti gli studi trasversali trattano male: il tempo. Sensibilità sensoriale, disponibilità del linguaggio, bisogno di contatto e tolleranza dell’interazione non sono necessariamente costanti.
La stessa persona può desiderare una conversazione intensa quando dispone di risorse e soltanto una presenza parallela dopo una giornata di sovraccarico. Può cercare pressione fisica in un momento e rifiutare una carezza poche ore dopo. Può essere perfettamente parlante e trovare la scrittura molto più accessibile durante uno stato di forte attivazione.
La domanda empirica, quindi, non è soltanto chi preferisce cosa. È come cambiano le preferenze all’interno della stessa persona al cambiare dello stato, e quanto un partner capace di cambiare formato riduca il costo di regolazione.
14 · Come si potrebbe dimostrare davvero
Se il modello è corretto, deve produrre previsioni falsificabili. Un primo esperimento potrebbe usare la stessa persona familiare e lo stesso ambiente in quattro condizioni: assenza; presenza parallela senza richiesta; presenza con interazione facoltativa; presenza con interazione obbligatoria. Si misurerebbero stress soggettivo, conduttanza cutanea o variabilità cardiaca, performance, desiderio di proseguire e tempo di recupero. Se conta la semplice presenza, le tre condizioni sociali dovrebbero assomigliarsi. Se conta il costo di accesso, dovrebbero divergere.
Un secondo studio potrebbe mantenere costante il gesto tattile e manipolare prevedibilità e controllo: tocco auto-iniziato, annunciato, inatteso; sempre interrompibile oppure no. Un terzo potrebbe confrontare una persona familiare, un animale familiare e uno stimolo sensoriale non sociale con caratteristiche fisiche simili, per separare il significato relazionale dal calore, dalla pressione o dalla texture.
Servirebbero poi studi ecologici ripetuti durante la giornata: stato sensoriale, fatica, modalità di contatto desiderata, chi è presente, quanto costa interagire e quanto cambia lo stato dopo l’interazione. È il modo più diretto per verificare l’ipotesi che il contatto giusto sia una relazione fra variabili, non una preferenza stabile.
15 · Sappiamo che
La presenza sociale può attenuare risposte allo stress, ma l’effetto dipende fortemente dalla relazione e dal contesto.
Il social touch autistico è eterogeneo e contestuale. Gli adulti autistici non sono semplicemente persone che desiderano meno contatto: frequenza, soddisfazione, confini corporei, piacevolezza e significato affettivo possono divergere.
Prevedibilità, sensibilità sensoriale, ansia legata al tocco e relazione con chi tocca contano.
Comunicazione e parlato non coincidono. Accettare modalità alternative può rendere possibile uno scambio che il formato convenzionale ostacola.
Le relazioni con animali possono essere importanti e associate a benefici, ma non abbiamo un singolo meccanismo dimostrato che spieghi perché.
La presenza parallela è un fenomeno documentato nelle comunità neurodivergenti, ma la ricerca sul body doubling non dimostra ancora una teoria generale della regolazione affettiva.
16 · Potrebbe entrarci
Potrebbe entrarci la possibilità che una presenza affidabile funzioni come risorsa esterna incorporata nel calcolo del costo, come suggeriscono le teorie generali della regolazione sociale.
Potrebbe entrarci il fatto che prevedibilità e controllo riducano il numero di operazioni necessarie per gestire contemporaneamente sensazione e significato sociale.
Potrebbe entrarci la leggibilità appresa: una persona, un animale o un rituale diventano meno costosi perché il loro repertorio è noto.
Potrebbe entrarci il costo della conversione di formato: dover tradurre continuamente uno stato, un gesto o un bisogno nel codice socialmente previsto.
E potrebbe entrarci una possibilità ancora più semplice: ricevere affetto senza dover dimostrare in tempo reale di starlo ricevendo nel modo giusto.
17 · La domanda che resta
Quanto deve lavorare una persona per poter ricevere il beneficio di una relazione?
È possibile che una parte di ciò che chiamiamo difficoltà sociale nell’autismo non riguardi il desiderio di relazione, e nemmeno la capacità di costruirla, ma il prezzo di ingresso richiesto da alcune sue forme.
Questo spiegherebbe perché vicinanza e distanza non si dispongano necessariamente su una linea semplice. Si può voler avere qualcuno a trenta centimetri e non voler parlare. Si può voler parlare per ore e non essere toccati. Si può cercare un abbraccio molto forte e rifiutare una carezza. Si può comunicare moltissimo quando nessuno pretende che la comunicazione assuma una forma particolare.
Il contatto giusto, allora, non è il contatto che calma per definizione. È quello in cui la relazione conserva il proprio valore senza chiedere alla persona, come biglietto d’ingresso, di diventare momentaneamente più tollerante al rumore, più pronta a parlare, più facile da toccare, più leggibile o più convenzionale di quanto sia.
Forse una buona relazione non è soltanto quella in cui qualcuno sa esserci. È quella in cui può cambiare il modo di esserci senza farci pagare il cambiamento con la paura di perderlo.
Domande e risposte
| Domanda | Risposta |
| La presenza di qualcuno calma sempre? | No. Può attenuare la risposta alla minaccia in alcune condizioni, ma l’effetto dipende dalla persona, dalla relazione e dal contesto. |
| Desiderare una relazione significa poter interagire in ogni momento? | No. Il desiderio di vicinanza e la disponibilità a sostenere uno scambio sono dimensioni diverse. |
| Che cosa indica il «costo di accesso»? | È il lavoro sensoriale, cognitivo, comunicativo ed emotivo necessario per accedere ai benefici di una relazione. Qui è un modello proposto, non una misura validata. |
| Una relazione a bassa domanda è meno reciproca? | Non necessariamente. Può essere significativa e reciproca, pur permettendo di negoziare canale, tempi e intensità. |
| Che cosa resta da dimostrare? | Se il valore relazionale e il costo soggettivo possano essere misurati separatamente e se il costo predica esiti che durata e frequenza dell’interazione non spiegano. |
Le esperienze raccontate in «Body proximity», «Mano», «Non è un capriccio» e «C’era una volta una gatta» possono essere lette in dialogo con queste domande. I racconti non costituiscono prove scientifiche: rendono visibili situazioni concrete da cui partire per interrogare la letteratura e formulare nuove ipotesi.
Fonti essenziali
Beckes, L., & Coan, J. A. (2011). Social Baseline Theory: The Role of Social Proximity in Emotion and Economy of Action. Social and Personality Psychology Compass, 5(12), 976–988.
Coan, J. A., Schaefer, H. S., & Davidson, R. J. (2006). Lending a Hand: Social Regulation of the Neural Response to Threat. Psychological Science, 17(12), 1032–1039. doi:10.1111/j.1467-9280.2006.01832.x.
Hostinar, C. E., Sullivan, R. M., & Gunnar, M. R. (2014). Psychobiological mechanisms underlying the social buffering of the hypothalamic–pituitary–adrenocortical axis: A review of animal models and human studies across development. Psychological Bulletin, 140(1), 256–282.
Packheiser, J. et al. (2024). A systematic review and multivariate meta-analysis of the physical and mental health benefits of touch interventions. Nature Human Behaviour, 8, 1088–1107.
Mello, M., Fusaro, M., Aglioti, S. M., & Minio-Paluello, I. (2024). Exploring social touch in autistic and non-autistic adults via a self-report body-painting task: The role of sex, social context and body area. Autism, 28(8). doi:10.1177/13623613231218314.
Capiotto, F. et al. (2024). Autonomic and hedonic response to affective touch in autism spectrum disorder. Autism Research, 17(5), 923–933. doi:10.1002/aur.3143.
Fukuoka, A. et al. (2025). Reduced relationship-specific social touching and atypical association with emotional bonding in autistic adults. Molecular Autism, 16, 31. doi:10.1186/s13229-025-00666-0.
Li, M. T. W., Mello, M., MacLennan, K., & Lee Masson, H. (2026). Autistic adults prefer social touch less but engage just as much: The impact of social context, relationship type, sensory responsivity, and psychological factors. Autism, 30(3), 626–641. doi:10.1177/13623613251403906.
Eagle, T., Baltaxe-Admony, L. B., & Ringland, K. E. (2024). “It Was Something I Naturally Found Worked and Heard About Later”: An Investigation of Body Doubling with Neurodivergent Participants. ACM Transactions on Accessible Computing, 17(3). doi:10.1145/3689648.
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Zisk, A. H., & Dalton, E. (2019). Augmentative and Alternative Communication for Speaking Autistic Adults: Overview and Recommendations. Autism in Adulthood, 1(2), 93–100.
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Wijker, C. et al. (2020). Effects of Dog Assisted Therapy for Adults with Autism Spectrum Disorder: An Exploratory Randomized Controlled Trial. Journal of Autism and Developmental Disorders, 50, 2153–2163. doi:10.1007/s10803-019-03971-9.
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Watts, G., Crompton, C., Grainger, C., Long, J., & Botha, M. (2025). ‘A certain magic’ – autistic adults’ experiences of interacting with other autistic people and its relation to Quality of Life: A systematic review and thematic meta-synthesis. Autism, 29(9), 2239–2253. doi:10.1177/13623613241255811.
Nota epistemica
Gli studi citati appartengono a tradizioni diverse e non dimostrano nel loro insieme un unico meccanismo. I risultati sul social buffering provengono soprattutto dalla ricerca generale; gli studi sul tocco, sulla comunicazione, sugli animali e sulle interazioni autistiche misurano costrutti differenti. Il modello valore relazionale − costo di accesso è quindi una proposta interpretativa: serve a collegare risultati che oggi restano separati e, soprattutto, a generare esperimenti capaci di smentirla.