Un vaso di dolore

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Talvolta io sono un piccolo vaso di dolore. Insomma un vasino. Per bimbi stitici o con la cistite, perché il dolore persiste a lungo. Oppure più poeticamente un vaso di Pandora, poetico solo se lo prendi alla lettera, immaginando una splendida porcellana finemente decorata, stretta tra le affusolate dita della mitologica bella Pandora. Lei era così celebre e bella che le hanno intitolato persino una catena di negozi di monili metallici (che siano preziosi sul serio è tutto da vedere, dipende dal sistema di riferimento).

Il vaso di Pandora è un contenitore di bacarozzi. Te lo immagini? Nel mondo contemporaneo non sarebbe nemmeno un vaso, ma una teca, un rettilario o un formicaio: per errore si rovescia e giù bestie schifide che strisciano, volano, zampettano leste in giro per la stanza. A meno che l’osservatore sia un entomofilo, una scena disgustosa per i più, non importa il neurotipo.

Il vaso di Pandora però non era una teca e non si è aperto per caso, ma per curiosità, per il desiderio di infrangere un taboo, un po’ come la storia della povera Eva: in qualche modo c’entra l’atavica panzana che il dolore delle donne è conseguenza di qualcosa che loro hanno fatto e mi ha stufato, perché non è vero; non è sensibilità esagerata o che “fanno uscire dai gangheri” e fa scalpore che nel 2026 ci siano VIP donne che si vociferano abbiano pure pestato i fidanzati. Le mani non si alzano mai, non importa quale genere su quale genere, però vorrei ricordare che per secoli le donne di casa sono state maltrattate dal genere opposto con ampie giustificazioni: storicamente, l’ordinamento riconosceva al capofamiglia il diritto di correzione e disciplina (ius corrigendi o castigandi) nei confronti della moglie e dei figli. La violenza domestica era tollerata entro i confini dell’ordine familiare. Solo con il codice Zanardelli del 1881 inizia ad esserci qualche traccia, poi rubicata dal codice penale Rocco del 1930 nei “Delitti contro l’assistenza familiare”, un reato punito solo per tutelare l’autorità e l’ordine della famiglia come cellula dello Stato autoritario, piuttosto che i singoli individui.

La prima sentenza della Corte costituzionale che nega lo ius corigendi maschile è del 1956, cioè dell’altro ieri, significa che ci sono ancora uomini che hanno respirato la cultura dell’uomo-che-porta-i-pantaloni, se non altro per età anagrafica. Il delitto d’onore (che valeva solo in senso unilaterale, delitto di un uomo contro una donna) è stato abrogato nel 1981, non so se rendo l’idea. Qualche passo in avanti – legalmente parlando – si è fatto tra il 2013 (Convenzione di Istanbul) ed il 2023, con la riforma Cartabia. Detto ciò, è evidente che ci sia ancora un pregiudizio gigantesco nei confronti del dolore delle donne e anche quella strana forma di contro pregiudizio per cui se una donna alza la voce o risponde male “allora vedi che la questione di genere non c’entra”?

La controcultura machista è così radicata nel mondo che pervade tutto, anche le donne la interiorizzano: così spesso capita di credere che siamo deboli, poco capaci, che “abbiamo esagerato” e alla fine rimane dentro il segno del passato, di generazioni di sofferenze e fatiche, si introietta l’errato concetto che soffrire sia necessario, un pezzetto di vita che non puoi evitare.

Ecco, per me il dolore è proprio un vaso di Pandora: siccome le parole riferite alle emozioni (positive ma anche negative) sono difficili da “sentire” per me (nel senso di to feel, non to hear), ho bisogno di esperienze concrete da agganciarci. A volte sto male e non le riconosco, le emozioni. Sento come un kebab formato da strati di malessere, dove ogni strato è legato ad un evento frustrante o triste o sminuente, non per forza legato al mio genere; sicuramente però il fatto di non saper fermare il kebab che monta e chiuderlo dentro a un vaso sperando che si decomponga da solo sì, credo sia legato al genere e al mio neurotipo autistico. La brutta notizia è che il kebab del dolore nel vaso del dolore è come il panino dei documentari di Michael Moore, non si decompone neanche in giorni e giorni.

Se chiudo gli occhi e immagino davvero la scena di un contenitore da laboratorio che mi cade di mano (e sì, è altamente probabile dato che sono disprassica) e si rovesciano fuori una valanga di insetti disgustosi, tutti attaccati ai pezzetti di carne che rosicchiano, sento dolore, lo capisco, percepisco, perché paura forte (fobia) e disgusto mi fanno tendere i muscoli, stringere i pugni, annodare lo stomaco (letteralmente) e quindi sì, certo che sento dolore. Un vaso di dolore, cazzo.

Quando sento dolore, emotivo, non riesco a sganciarmi dal dubbio di averlo meritato o provocato. Penso e ripenso alle circostanze, a ciò che mi fa soffrire e non riesco mai a far chiarezza completa sulla genesi delle emozioni e sulle cause etiche: il tribunale della mia mente ribalta le sentenze in gradi di appello pressoché infiniti.

C’è inoltre da dire che la bella Pandora mica lo sapeva che nel vaso brulicavano creaturine schifide, il vaso era bello, misterioso e bello, e lei si pensava chissà che. Infatti nel mito non le cade, lo apre proprio lei, che è curiosa come una scimmia. Anzi, come una donna, per la cultura maschilista classica e mediterranea scimmia e donna si assomigliano, lo pensano anche i personaggi di Philip Roth; ma non gli porto rancore, i suoi romanzi sono una sorta di verismo contemporaneo, mica un manuale di sociologia applicata.

Pandora era un po’ una tontolona, infatti in casa mia si dice ‘non fare la pandora‘, per dire l’ingenua, la tonta appunto. Io non sono affatto una Pandora. Innanzitutto non sono greca. Non sono mitologica, non sono nemmeno bella. Sono curiosa e maldestra, spesso ingenua, ma questa è un’altra storia, una storia di neurodivergenza. Effetti collaterali dello spettro, diciamo.

Come Pandora però ho bisogno di un vaso, per narrarmi. Un vaso di brutture, un vaso da notte, un pitale. Un vasino, appunto. Un vaso di dolore, nella sostanza, anche se nella forma mi sforzo di pitturarlo di bello e formalmente stiloso. Questo blog talvolta è il mio vaso di Pandora, e di questo mi scuso: contiene rancori, delusioni, perplessità e in fondo – ma proprio in fondo – anche un po’ di speranza, proprio come nel mito.

Scrivo per necessità, per rigurgito, per impeto e per dolore, non per ambizione e non per omaggio alla bellezza, che di bello troppo spesso c’è troppo poco in questa vita spericolata.