Grandi equivoci parte 1

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Mi porto avanti, perché lo so già che dopo la prima serie me ne verranno in mente diversi altri di “grandi equivoci”.

Le persone autistiche sono spesso descritte o giudicate come immature. Fa parte di uno stigma infantilizzante che giudica alcuni comportamenti tipici di molte persone autistiche come appartenenti a fasi di crescita precedenti alla maturità.

Lo psicologo Francesco Boz definisce così la maturità:

La maturità non è semplicemente una questione di età anagrafica, è una combinazione di consapevolezza di sé, responsabilità e capacità di gestire emozioni e relazioni. Secondo Daniel Goleman, una parte fondamentale della maturità è l’intelligenza emotiva, la capacità di riconoscere, comprendere e regolarizzare le proprie emozioni e di empatizzare con quelle degli altri. La maturità implica anche un passaggio dal vivere secondo impulsi immediati al saper ritardare la gratificazione. Come descrive Walter Mischel sul famoso marshmallow test, chi è maturo riesce a prendere decisioni basate non solo su ciò che vuole adesso, ma su ciò che sarà meglio nel lungo periodo. A livello relazionale, la maturità significa comunicare bisogni e limiti senza aggressività né passività. Gli studi di Erik Erikson sulla teoria dello sviluppo psicosociale mostrano che nelle fasi adulte la capacità di creare legami profondi e significativi è un indicatore chiave di maturità. Infine, essere maturi vuol dire assumersi la responsabilità delle proprie azioni, senza proiettare costantemente la colpa all’esterno. Non significa essere perfetti, ma sapersi osservare con onestà e crescere quindi attraverso le esperienze. La maturità, in sintesi, è la capacità di coniugare autocontrollo, empatia e responsabilità. E questo, più che un traguardo, è un processo continuo.

Ecco, la persona autistica ha un problema con le proprie emozioni, spesso, si chiama alessitimia, una difficoltà nel riconoscere, identificare e descrivere i propri stati emotivi. È una condizione che ricorre con una certa frequenza nell’autismo, ma non riguarda tutte le persone autistiche e non coincide con l’immaturità di cui parla Boz.

La persona autistica può avere difficoltà a comunicare i propri bisogni e le proprie opinioni, oscillando tra il silenzio assoluto e lo sbrocco. Può avere difficoltà nella regolazione del proprio sistema nervoso, anche perché il mondo, reale e relazionale, la sovraccarica continuamente. Può avere difficoltà con l’assunzione di responsabilità, ma anche per un discorso di ipertrofia etica e dubbi costanti su cosa sia giusto e cosa no: dinamiche che non hanno necessariamente a che fare con l’immaturità.

Proviamo ad affrontare la questione come un teorema, ma applicato alla mente anziché ai numeri.

Premessa maggiore: maturità è riconoscere le emozioni, dare loro un nome e gestirle. Si intende controllare la rabbia, smaltire la tristezza o la frustrazione, dimenticare il torto subito, non “fissarsi” sul disagio o non esaltarsi in modo giudicato sproporzionato rispetto all’oggetto del proprio interesse. Che so, le balene, come accade all’avvocato Woo.

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Premessa minore: la persona autistica spesso non sa dare un nome a ciò che prova, non lo riconosce, può confondere un’emozione con una sensazione o un pensiero o uno stimolo; se anche capisce cosa sta succedendo nel suo io, non è assolutamente detto che sappia gestirlo. Riconoscere un’emozione e riuscire a regolarla, infatti, sono due competenze distinte. Questo viene giudicato un comportamento immaturo, così come avere interessi totalizzanti agli occhi altrui strampalati (videogiochi, skateboard da dita, collezionismo, oggetti di un colore specifico, animali o pupazzi).

“Dai, non comportarti come un bambino/a”, quasi si riducesse tutto ad un capriccio. Anche la selettività alimentare rientra in questa falsa rappresentazione della persona autistica come un infante.

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Conclusione: sembra immaturità, ma non si tratta di immaturità, Proporrei di chiamarla maturità condizionale, prendendo in prestito una metafora dal diritto penale. Si può essere maturi, cioè avere le competenze per riconoscere emozioni, contesto e comportamento socialmente atteso, e riuscire a gestire bene le proprie reazioni, ma a determinate condizioni: contesti chiari, trasparenti ed espliciti, relazioni significative, motivazioni che rendano possibile e sostenibile lo sforzo. Perché per una persona autistica gestire le emozioni, il cibo, i suoni, le luci e le persone può richiedere uno sforzo considerevole.

Ci sono tante cose fondanti il mondo di valore autistico, ad esempio le relazioni significative cioè persone molto importanti e con le quali non si fa masking per amore delle quali si può imparare a transigere rispetto a comportamenti che suonano come socialmente inopportuni. Oppure una situazione in cui la giustizia prevale sulla propria esigenza: non amo togliermi le cuffie in metropolitana, ma se qualcuno è in difficoltà le tolgo e monitoro la situazione. Se invece qualcuno mi dice “non fare i capricci; devi proprio tenere quegli affari indosso tutto il tempo?” per me può andarsene a quel paese.

La differenza è sostanziale: nel primo caso esiste una ragione che giustifica lo sforzo e gli attribuisce un significato; nel secondo viene semplicemente pretesa una prestazione di conformità. Nel contesto neurotipico ci si può sforzare comunque, ma ad un costo non sostenibile.

Quindi? Practical hint: evita di trattare una persona autistica come un eterno/a bambino/a. Con i suoi comportamenti cerca di regolare il proprio sistema nervoso e di abitare un mondo progettato per persone diverse da lei. Non tutto quello che ti sembra un capriccio lo è. E non tutto quello che sembra immaturità è incapacità di essere adulti.