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Nelle giornate invernali, o meglio nelle fredde serate invernali, mi piace passeggiare quando si è appena fatto buio e guardare i palazzi. Nella mia città non fa mai un freddo glaciale, perché il cemento e la brulicante umanità cacciano calore; di fatto, anche gli inverni freddi non sono mai così freddi e passeggiare imbacuccata nella giacca, con il bavero tirato su fino al naso, con la sciarpa che mi protegge e con le mani ficcate in tasca è un’esperienza molto gradevole. Ho una mia teoria sulla sciarpa: se il collo è protetto, tutto il corpo lo è, mi sento al sicuro. Chiaramente la mia teoria sarebbe subito smentita se mi sparassero: una sciarpa non è un giubbotto antiproiettile né un presidio salvavita. E se questa sembra essere un’ipotesi assai remota, ci sono almeno tre buoni motivi per considerarla in ogni caso:
Sono autistica, penso al peggio. O come disse il ragazzo autistico prima di me in coda per la diagnosi: non sono convinto che il peggio si verificherà, ma poiché comunque mi viene in mente, non ha senso ignorarlo del tutto, meglio essere preparati piuttosto che colti alla sprovvista.
Nella mia città il porto d’armi è complesso da ottenere e dunque si riduce anche il numero di persone in possesso legale di un’arma, la probabilità di esser colpiti è bassa, lo riconosco. La norma sulla legalità del possesso, tuttavia, non azzera il rischio, anzi forse lo aumenta rispetto a quanto rischioso sarebbe incontrare qualcuno in possesso clandestino dell’arma: nell’ultimo caso immagino di incappare nel proiettile solo se ho a che fare con i conti da regolare, mentre nel primo temo fortemente la sensazione sopravveniente di superuomo nietzschiano, che se salta fuori dalla fondina può far davvero brutti scherzi sulla mente dell’uomo.
Inoltre, la mia città non è il mondo: in altri continenti è perfettamente normale (e legale) vedere persone sui marciapiedi con in mano una pistola; negli Stati Uniti mi succedeva con una frequenza degna di nota. Ho anche rischiato di essere marciapiedata dalle forza dell’ordine, ossia buttata a terra con il muso schiacciato sul selciato come si vede nei film, rea di essermi fermata a chiedere “why?” in risposta (giudicata evidentemente inopportuna) all’omone in divisa che intimava a tutti di circolare rapidamente. Per fortuna, dietro di me uno più sospetto della sottoscritta ha distratto l’attenzione del poliziotto armato ed è finito marciapiedato lui al mio posto.
Un’ipotesi, anche se verificata non frequentemente, è pur sempre un dato sufficiente, dal punto di vista scientifico, a mettere in dubbio la tesi che considerasse l’ipotesi come non verificabile, affatto e mai.
La tendenza a considerare seriamente anche l’ipotesi peggiore – o worst case scenario come si dice in aziendalese – non è riducibile a mero pessimismo o negatività, è una strategia di sopravvivenza cognitiva. Nella società neurotipica, le regole sociali implicite generano conseguenze altamente prevedibili per chi le sa seguire, adeguandosi alle aspettative con i comportamenti e i discorsi, mentre sono fonte di incertezza per i divergenti, che spesso infatti appaiono come folkloristici o strani o imprevedibili. La mia mente autistica mappa scenari multipli per ridurre il margine di errore, di rischio, di frustrazione potenziale. La preparazione mentale per una persona autistica diventa un presidio tanto quanto la sciarpa per il collo: non elimina il rischio, ma dà l’illusione di controllarlo un poco di più, limita la dolorosa disillusione a posteriori.
In estate non si può passeggiare guardando le finestre illuminate dall’interno, perché non sono illuminate; anzi, a volte sono del tutto sprangate per lasciar fuori il caldo torrido. L’inverno gradevole ha un prezzo di contrappasso da pagare e si paga d’estate.

Sono seduta al tavolino di un bar: un tavolino ottimale, con la paratia di fianco e senza marmocchi che gridano intorno, e così posso osservare, ascoltare, bere il mio caffè freddo e fumare, che è un brutto vizio ma ce ne sono di peggiori. L’accidia, per esempio, che ho scoperto da non molto sarebbe stato il mio vizio capitale d’elezione in epoca dantesca. Non conoscevano ansia e depressione, così si sono inventati una parola colpevolizzante per i portatori non tanto sani di malattie dell’anima e additarli, maledirli. Mi chiedo se anche all’epoca di Alighieri gli accidiosi invidiassero la leggerezza dell’estetista, ammesso e non concesso che esistessero professioni del genere in quei tempi bui di gente brutta.
La leggerezza dell’estetista è una condizione esistenziale: Kundera l’avrebbe chiamata la leggerezza dell’essere, una leggerezza del tutto sostenibile, perché perfettamente consonante con l’essere che la possiede; una sorta di coerenza sistemica squisitamente neurotipica che garantisce di poter conversare di vacanze, preoccuparsi con moderazione per le tappe fondamentali della vita socialmente intese, non fare drammi a lungo termine e soprattutto non accusare colpi psicosomatici per le ingiustizie o le contraddizioni o l’overstimolazione che sono parte integrante, forse fondativa, del mondo neurotipico. Non è proprio l’arte di sbattertene i coglioni ma in parte la ricomprende e ingloba, con esiti altrettanto fausti. La leggerezza dell’estetista è il regalo che mi porto a casa quando vado a fare le mani o la ceretta, attività completamente superflue per la mia mente atipica, che si nutre quasi esclusivamente di pensieri pesanti e libri, massime e processi; il trattamento estetico ha però un plusvalore di grande pregio, che ho scoperto col tempo e la RAL: trasmette anche a me una briciola di quella spensierata gioia del “faccio il mio, lo faccio bene per dogma autoconservativo (non per feedback o confronto con le summae) e “stasera uscimo?“. L’estetista è un capolavoro di coerenza estetica, non potrebbe essere altrimenti, con le sue sopracciglia perfette e la pelle tirata a lucido da trattamenti e cosmesi scelti con cura e perseveranza, ma è anche maestria ontologica, perché ci sta dentro. Mille volte mi sono chiesta come cazzo faccia a quadrare i conti a fine mese, l’estetista, che fatico io con due lauree corporate friendly; mi sono chiesta come diamine faccia a reggerle il fisico per fare pilates e andare a ballare il venerdì e sabato e copulare a lungo con il fidanzato manzo in modo atletico e ricorrente, che se io faccio una lezione di Zumba di troppo con sua madre e sua zia di sessant’anni mi esce una rotula, nella migliore delle ipotesi; mi sono chiesta come sia possibile che abbia un catalogo tanto amabile di temi da small talk, l’ora passa rapida e serena. Probabilmente, la sua intera giornata passa più o meno rapida e serena, ed anche quando così non fosse, ho comunque la sensazione che non debba farsi di xanax per continuare a respirare. La leggerezza dell’estetista dimezza il peso di vivere, la tristezza e la preoccupazione hanno dimensioni quantomeno maneggiabili.

Questa “coerenza sistemica” che osservo nell’estetista è esattamente ciò che spesso manca alla mia esperienza neurodivergente. I neurotipici sembrano dotati di un sistema operativo light ma perfettamente funzionante e compatibile gli uni con gli altri: le stesse regole sociali, le stesse priorità, la stessa tolleranza per ciò che io trovo intollerabile e l’intolleranza condivisa verso cose o prassi che ai miei occhi non sono poi sta gran cosa. Non dico che le menti o le vite tipiche non abbiano problemi, dico che hanno qualche shortcut in più per gestirli senza andare in crash. E lo trovo meraviglioso.
Resto sempre senza parole quando l’estetista si avvicina leggera per rifarmi le sopracciglia e non ha l’alitosi, nonostante mangi solo due gallette e tre mandorle per pranzo, non abbia mentine in bocca e magari ha già fatto pure più metà del turno senza lavare i denti. Spalanco gli occhi come i bambini nei negozi di caramelle quando mi dicono “ma sì, hai fatto bene” qualsiasi cosa io racconti, un cambio residenza, un cambio partner, un cambio di connotati: la leggerezza rende sensibilmente forti e solide le parole dell’adagio “tutto è bene quel che finisce bene”; quando ai tempi del Covid riempivano i balconi di lenzuoli con scritto “andrà tutto bene”, io credo che ci credessero, perché mica tutte le menti si fossilizzano sulla logica letteralità del fatto che non è possibile asserire oggi che andrà tutto bene domani, a meno di non possedere poteri di chiaroveggenza, a meno che l’andar bene non dipenda solo ed esclusivamente da chi ne garantisce il risultato. La proposizione è falsa, eppure c’è chi con cuor sincero riesce comunque a percepirlo come un augurio, una delicatezza forse anche in grado di influenzare la propria realtà.
La leggerezza permette di conversare amabilmente e anche quando si fa una gaffe non avere pesanti ripensamenti retrospettici. “In effetti dovrei perdere qualche chilo”, mi è capitato di dire qualche volta per sdrammatizzare la situazione, ad esempio se casco dal lettino rotolando come un orsetto e mi tiro dietro tutto il telo igienico, che dunque va cambiato. “Anche io in effetti devo perdere 902 grammi” mi rispondono con un gran sorriso, sguardo sincero e massima empatia, esili ballerine da 38 chili e due noci.
Ci credono, certo che ci credono, hanno il canone tatuato dentro, insieme alla stellina sulla caviglia e a qualche frase presa dalle canzoni pop sugli avambracci. Che sollievo vedere tanta spensierata incoscienza: io non dormirei cinque giorni e sei notti se pensassi di dovermi imprimere a inchiostro permanente le parole di chicchessia sul corpo: e se tra due anni mi sembra una cagata pazzesca? E se il font passa di moda? E se il mio corpo cambia e la scritta si slarga o restringe fino a diventare illeggibile? Perché non impararla a memoria piuttosto, scriverla su un cartoncino colorato, cantarla nella mente, piuttosto?
La leggerezza dell’estetista non è stupidità o mancanza di cultura, si badi bene: ho conosciuto estetiste deliziose che avevano studiato latino e greco, infermieristica, lavorato in azienda, che amano lèggere, eppur sono leggère. Quale sarà l’equivalente maschile, ammesso e non concesso che esista, lo sfasciacarrozze? L’imbianchino? Il carpentiere? Non per farne una questione di genere, ma la leggerezza del carrozziere non suona bene quanto la leggerezza dell’estetista, sarà un fatto di metrica. E siccome i metri e i centimetri non contano, nel mio mondo, ma la metrica sì, se non suona bene non è reale. Surreale, no? Più o meno assurdo delle ottimistiche garanzie sul futuro non posseduto?
Sono seduta al mio tavolino che sfumazzo e sbevazzo e scribacchio e mi chiedo se faccio l’effetto Pinketts, eccezion fatta per la dentatura, magari.
Rifletto sui binomi: realtà e logica, come realtà e metrica, come logica ed emozioni, sono binomi quantici, in un certo senso impossibili benché esistenti, stranianti e disagianti come le figurine quando stacchi la plastichina dal retro ma non hai ancora cercato il posto in cui attaccarla. Così mi capita spesso che un’entità sia configurata dalla mia mente in modo preciso e pronto, ready to use, ma la sua metà della mela, del binomio, non sia ready affatto, cioè la pagina dell’album su cui incollarla non si trova.
Quando ero piccola avevamo sempre un album Panini a testa, io e mia sorella: mio padre insisteva che prima si cerca il numero sull’album, il posto dove piazzare l’immagine, solo dopo si mette a nudo il retro della figurina, con la colla all’aria. Mia sorella minore era abilissima: faceva entrambe le cose in una unità di tempo, luogo e spazio millesimale. Io invece mi concentravo a fondo nello staccare il retro protettivo e poi rimanevo minuti su minuti con le dita appiccicose e l’immagine sticky che passava in modo maldestro da un dito all’altro.
Le mie emozioni sono figurine scollate e l’album della realtà non mi permette di accoglierle in modo adeguato. O meglio: io non so dove attaccarle, sono ingestibili e fastidiose come oggetti appiccicosi, che ti fanno passare la voglia di aprire un pacchetto in più. Così la logica, che è una figurina tanto speciale quanto scollata dal reale e così la metrica, bellissima ma ben lontana dalla lingua vera.

“Hai di nuovo gli orecchini diversi, cara!” sento alle mie spalle. Una signora di mezza età vestita di tutto punto sta apostrofando una signora vegliarda seduta a bersi la sua bibita della domenica; lì per lì immagino sia un complimento, anche io metto sempre gli orecchini spaiati. E le calze, pure. Le coppie spaiate indosso sono lo specchio della profonda asimmetria dell’essere umano, che non è perfettamente speculare né nel fenotipo, né nel comportamento, cosparso di nei d’incoerenza tra passato e futuro, tra appreso e corretto, tra dichiarato e agito.
Comunque per un attimo sono gaudente, che bello, penso, ho un’ignota compagna di stranezze spaianti, mi sono appaiata.
“Insomma, ne hai così tante paia, perché ti ostini a mettere quelli che son rimasti spaiati?” Capisco che non si tratta di apprezzamento, si tratta di rimprovero: la precisetta sta additando la vecchia di sciatteria. Certo, mi dimenticavo del canone tatuato.
Di fronte a me, c’è un’altra signora: è magra, è fresca di parrucchiere (ma come avrà fatto, che oggi è una domenica d’agosto e non c’è aperta manco la sacrestia?), parla di arredamento di casa, gatti, donne incinta. Zoommo la scena, allargo l’inquadratura: sono tutte donne, eccetto due giovani, e hanno tutte gli orecchini appaiati; di più, hanno tutti i gioielli appaiati. Mi chiedo se anche le calze siano pari e se i loro conti tornino sempre, leggermente lontane dall’ansia della domenica e dai ricordi festivi funesti e imperituri, che tatuano la mia memoria da anni, non ne guarisco.
Dovrei consolarmi: Kierkegaard, nel Begrebet Angest, definisce l’ansia, al contrario di quanto farà Freud, una reazione appropriata all’accorgersi che la vita non segue un ordine prestabilito; dalla possibilità di fare un po’ tutto e il contrario di tutto derivano responsabilità e da queste le ambasce. A dire di Søren, “solo le persone prive di spirito hanno vissuto senza angoscia”. Sarà, ma io penso che Kierkegaard non andasse dall’estetista e che non bevesse caffè freddo al bar della libreria del paese.

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