Discussione sui numeri civici

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Non ricordo dove dovessi andare, probabilmente solo dove dovevo andare, per dirla alla Totò. E per andare dove dobbiamo andare, che strada dobbiamo fare? In realtà da quando esiste Google Maps la domanda è pleonastica, tuttavia ci sono ancora molte persone che amano usare come argomento di conversazione la localizzazione del reale.

Di sicuro tutti hanno un parente o un amico che appena si cita nel discorso un negozio, uno studio medico, un luogo noto o meno noto interrompe per chiosare “ah sì, quello che sta all’incrocio tra via Mazzini e via dei Pollini?”.

Questo è un tipico caso di furto del turno di parola, con vicolo cieco: prima di tutto, stavo per raccontare un aneddoto e mi hai fregato i tempi comici, secondariamente se rispondo “sì certo” di sicuro il conversante proseguirĂ  con qualcosa del tipo “eh sì, via dei Pollini, dove prima stava il farmacista Sgorbio”. E tu – o qualsiasi altro astante – resisterete alla tentazione di dire “quale farmacista Sgorbio?”. Ovviamente no e l’interveniente ti frega definitivamente la scena.

Allora rispondi “no, non so dove sia”, ma la regola del vicolo cieco lascia chi ci entra con le spalle al muro ovvero il muro sul muso: “ma sì, la parallela di Via Dante. Sai, proprio all’incrocio con piazza Crocifisso, giri a destra e poi c’è.. come si chiamava? Ma sì, dove la Jolanda ha fatto l’incidente l’anno scorso. Come, non sai la storia della Jolanda? Praticamente..” e il turno di parola è perso un’altra volta. Scacco matto.

Molte persone usano il discorso stradale come cavallo di Troia, mi sono sempre chiesta se per vera passione urbanistica o solo per il gusto d’interrompere.

A me di dove sta cosa non me ne frega un cazzo, nella mia mente autistica con deficit spazio temporale certificato le coordinate GPS non esistono, i luoghi fluttuano in uno spazio flat, come istantanee appena uscite dalla Polaroid e appese ad un vecchio filo per il bucato.

Ora, siccome sono nata prima di Waze e delle app stradali, come facevo quando ero ragazzina? Conoscenti usavano il TuttoCittĂ , anche guidando – destando la mia ammirazione; qualcuno si faceva dire la strada, chiedeva ai passanti, cosa che non farei mai perchĂ© odio chiedere, piuttosto mi perdo nella selva oscura del cammin di nostra vita. Non per orgoglio, ma per autismo, l’interazione con sconosciuti mi stressa e mette sotto pressione quasi come un’interrogazione di geografia. Che poi, se non vi è mai capitato di chiedere la strada a un passante, sappiate che non è un’esperienza user friendly: se è una donna probabilmente neanche risponde pensando sia un tentativo maldestro di sequestro o catcalling, se è un uomo attacca con la solfa del “sai dove sta il panettiere Giovanni?” e niente, io vorrei solo sbattere la testa contro un airbag.

Morale della favola, prima di Internet – accessibile da cellulare – in giro non ci andavo proprio. Percorrevo solo strade note, con la massima prudenza, preferibilmente a piedi e stando sullo stesso lato della strada, cioè sullo stesso marciapiede. Per anni non ho cambiato lato andando a scuola, provo disagio solo a pensarci.

Comunque, era un giorno in cui dovevo andare da qualche parte, non so più se in macchina o con i mezzi pubblici (che mi fanno schifo, ma ormai ci ho quasi fatto il callo, tanto lo chauffeur privato agli autistici non lo danno, neanche se sono geniali, neanche se fanno commuovere la commissione INPS). Mia sorella insisteva per accompagnarmi. Mia mamma interveniva nella conversazione con mia sorella, e mi chiede l’indirizzo del posto in cui avrei dovuto recarmi.

Con suo grande stupore, non me lo ricordavo a memoria. Ho recuperato allora l’indirizzo della struttura, che comunque serve il giusto, tanto che Google Maps non lo espone nemmeno come primo dato, lui sì che è user friendly, gli basta un nome commerciale e non ti tedia con questioni di toponimi.

“Ma che numero civico?” Mi chiede mia mamma con insistenza. “Mamma cosa ne so!” Le rispondo agitata, incastrata nel doppio fuoco amico, mia sorella che insiste per il passaggio da un lato e mia mamma con la sua insistenza toponimica. “Non servono più i numeri civici, mamma!” rispondo seccata.

Purtroppo, il maldestro tentativo di mettere un punto fermo alla questione se ne va subito in vacca, si è aperta una nuova, vitale e irrimandabile questione di principio sulla faccenda dei numeri primi, sulla loro importanza. Ah no, dei numeri civici.

La mia famiglia si allarma quando devo andare da qualche parte. Non intendo dire in viaggio, anche solo dal dentista. Devo essere onesta: canno brutalmente tutti gli appuntamenti, prendo la rotta per casa di Dio e non so dove finisco. C’è di più, sbaglio il giorno, come quando mi sono incazzata con l’estetista chiusa che però aveva tutte le ragioni di esserlo trattandosi del giorno di lunedì e non di martedì; sbaglio orario, talvolta arrivo ore prima talvolta ore dopo e anche quando ho in mente le coordinate spaziotemporali esatte, comunque arrivo in ritardo, mi presento in ritardo, mi connetto in ritardo.

Lo spaziotempo mi fa i dispetti, si muove e io non me ne accorgo. Mi sono giocata un’amicizia per via del deficit (che all’epoca non sapevo essere un deficit), arrivai due ore in ritardo all’appuntamento per andare a ballare. Cioè, per essere del tutto sincera non arrivai affatto, mi ero addormentata già vestita e preparata di tutto punto e aperto gli occhi avevo chiamato agitata la mia amica per capire se 120 minuti dopo lei fosse ancora lì. Spoiler: no.

Ho iniziato a lavorare nella mia città, una città medio grande, che avevo 24 anni e il primo impiego urbano richiedeva di fissare appuntamenti e poi andarci di persona. Un incubo autistico: telefono e spostamenti, ma me la cavavo. Per suonare bene in chiamata immaginavo di essere un professionista medico che richiama un paziente che ha bisogno dell’appuntamento, cosa che garantisce apparente sicurezza e tono saldo, maturo; per recarmi di persona dal cliente ho imparato ad orientarmi usando i locali e i negozi: se mi si chiede in via Melzo che cosa c’è, conosco la sequenza delle insegne a memoria, con tanto di versionamento per anno, come una blockchain dei pubblici esercizi e negozi di vicinato. C’è un motivo pratico dietro alla strategia che mi è venuto naturale adottare: sono ciecata come una talpa. I civici non li vedrei neanche standoci sotto, con l’insegna è più facile; viene meglio anche per chiedere indicazioni e un’insegna tutto sommato si memorizza facilmente, se il proprio archivio mnemonico è di tipo eidetico. In più, certi font orribili con cui scrivono nomi altrettanto orribili di esercizi commerciali sono proprio indimenticabili.

Mia mamma e mia sorella si erano d’un tratto alleate nell’insistente difesa del sacro principio del civico, che come posso sostenere con cognizione di causa che non servono a niente? Devo essere matta.

Quando ho fatto i test del QI, la prima parte dedicata alle abilità spaziali mi ha fatto quasi perdere le staffe: dovevo riprodurre con dei cubetti di legno a facce alterne le figure bidimensionali illustrate su un foglio plastificato. Prima l’ho presa con coscienziosa attenzione, poi, man mano che i minuti passavano e la figura non usciva manco pregando Padre Pio, ho iniziato ad annusarli, scuoterli, tentare di farli cantare percuotendoli, dove devo metterti maledetto bastardo?, li avrei lanciati. Fortunatamente la sonministratrice è intervenuta in tempo. Non faccio apposta, lo posso assicurare.

“Come fai se hai una via lunga?”, mi chiedono allibite. “Beh, la percorro tutta. O cerco un negozio. Di sicuro non mi baso sui civici, che sono quadratini microscopici sbiaditi dal tempo e sparpagliati tra i due lati della via. Non sono nemmeno presenti su tutti i portoni, li mettono a cazzo di cane un po’ sì e un po’ no”. Il fatto è che io ho classificato i civici, ben prima dell’avvento dei navigatori, come artefatti imprecisi e per me, che ho il senso dell’orientamento di un pupazzo di panno lenci e la vista di un novantenne con la cataratta, non sono mai stati indicatori utili.

La discussione si fa accesa discussione, la mia famiglia difende strenuamente l’invenzione dei civici come fosse un diritto inalienabile dell’uomo e io mi sento mortificata perché non voglio dire “aboliamo i civici” ma solo spiegare la genesi delle mie omissioni sistematiche, non so dove stia il panettiere, se al civico 6 o al 42, né l’ospedale o il dentista; personalmente non li uso, non li memorizzo, non li trascrivo e non li comunico, sono agnostica di civici ecco tutto.

Al di là di come la pensiate sull’utilità ieri e oggi dei numerelli non del tutto progressivi e mal stampati sui muri della città, ciò che fa riflettere è il problema della comunicazione per una persona autistica: l’idea bizzarra, irrituale, strana viene classificata tra le cose da correggere, non tra le esperienze environment-driven.

Diciamo, chi ascolta è come se pensasse di essere a un convegno di fisica mentre tu proietti un film di fantascienza distopica: anziché wow che storia, la reazione è più o meno come quella che ha portato sul rogo Giordano Bruno.

Per esempio, cosa ne pensiamo del fatto che i navigatori dicano a voce alta il nome delle vie come indicatori di breaking point? Tipo, tra duecento metri girate a destra in via della bernoccola. Ora, che cavolo ne so io di quanto sono duecento metri, posso ancora ancora contare i minuti o il numero delle traverse, ma i metri..! E che cavolo ne so io di via della bernoccola, mica ho le scritte con i nomi delle vie in sovraimpressione sul parabrezza.

I cartelli delle vie sono un altro indicatore topologico trascurato, in end of support: font size da lente di ingrandimento, lettere che mancano, nessuna convenzione o standard su maiuscole, minuscole, colori, posizionamento della targa completamente a caso sulle pareti. Ma molte persone conoscono le vie per nome, mi direte. Certo, tuttavia se ho appicciato il navigatore più probabile che mi trovi in una zona che non conosco per nome rispetto all’ipotesi che sia dietro casa, no? Quindi quanto è probabile che io dica “ah si certo giro in via della bernoccola!” e/o che abbia interesse informativo per il toponimo e intenda farne tesoro per l’esperienza GPS free a venire?

Se hai un punto di vista innovativo sulla toponomastica analogica sono interessata a saperlo, ma non commentare qui, mandami un’e-mail. E soprattutto, per favore, non facciamone una questione di principio o una bandiera identitaria.