Dica ahi se sente male parte 2

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🫣Se hai perso la parte 1 > Dica “ahi” se sente male

Ero sulla poltrona del dentista. Non avevo paura, ma una discreta agitazione sicuramente sì. C’è stato un tempo, prima del 2010, in cui il dentista non mi preoccupava neanche un po’. Tutto sommato gli odori dei dentisti sono gradevoli – quelli in studio ma anche delle persone, che il dentista ti viene vicino vicino. Gli ambienti non sono angusti e degradati come gli ospedali pubblici e non ti ficcano robe negli occhi, organi molli non fatti per recepire roba rigida, al massimo le foto impressioni.

Le mani o gli attrezzi in bocca non mi hanno mai spaventato, perché in bocca ci cacciamo qualsiasi cosa, fin dalla più tenera infanzia: un’esperienza nota e tutto sommato non pericolosa, se chiudi bene la glottide e respiri dal naso. Per scrupolo, chiudo anche gli occhi, date le luci un po’ forti.

Poi nel 2010 ho incontrato un macellaio: per l’estrazione di un dente del giudizio mi ha letteralmente smaciullato la mandibola e sono finita al pronto soccorso. Ricordo ancora i suoi piedi puntati sulla sedia e quanto tirasse come un pazzo, sudavo io per lui. Non ho avuto paura mentre eseguiva l’avulsione, ho avuto paura dopo, è stato veramente uno dei dolori più grandi che ricordi, forse secondo solo alla Mercedes sulla caviglia (avevo quattro anni), ma più duraturo. Il dolore non andava via con nulla, neanche assumendo gli antidolorifici più forti in commercio, neanche con le flebo in ospedale, un blando lenitivo. Non manifesto quasi mai dolore, pur non facendone un vanto, ma quella volta piangevo.

Dopo questo episodio, ho iniziato ad avere paura del dentista. Come distinguo un allevatore di bovini da un medico discretamente capace? Il camice lo portano entrambi e la sicumera esibita, spesso, anche. Alla fine mica gli puoi chiedere di esibire il libretto universitario (che, per altro, da almeno dieci anni non esiste nemmeno più, fanno tutto online e non resta in mano niente al candidato per provare che ha sostenuto l’esame, caso mai ci fossero contestazioni). Certo, i neurotipici vanno per passaparola, ma una persona autistica? Uno appena arrivato in città?

Ero seduta sulla poltrona del dentista, il nuovo ennesimo dentista. Li cambio di continuo, non sono fortunata con i dentisti.

Ripenso alla dottoressa T., la dentista di quando ero piccola, mi metteva l’apparecchio fisso e due volte su tre le sfuggiva di mano il filo di metallo e mi sfregiava la guancia o la perforava. Non facevo un fiato, ma sanguinavo fino al giorno dopo. Una volta che mi aveva fatto particolarmente male mi sgridò: ma come non mi dici niente? Ricordo ancora il caldo delle lacrime che mi salivano agli occhi. Fino a prova contraria, sei tu che dovresti far bene e scusarti, non io che sono colpevole di non sbraitarti addosso se hai le mani di burro e mi ferisci.

L’attuale dentista è stato scelto solo e soltanto sulla base delle raccomandazioni della polizza dentaria del mio fondo sanitario. Non è una catena, dove già mi è capitato di incontrare dei meccanici che montano pezzi in fretta e furia per incassare a catena di montaggio, non è in strane zone della città, in centro, roba da gente distinta. Roba da neurotipici, mi son detta. Ho immaginato che una signora bene debitamente interrogata me lo avrebbe potuto raccomandare. Ma chissà se ho pensato giusto.

Dal dentista girano diversi dentisti e nessuno si presenta mai. Ti danno del tu o del lei a seconda della giornata e per la ruvidità di modi e la dimensione delle mani mi paiono carpentieri più che sanitari. Le assistenti alla poltrona sono carine, ma non sempre eccellono per intuito e prontezza. Morale della favola, ti ritrovi con le luci piantate in faccia, i ferri cacciati in bocca e il fondo di assistenza sanitaria svuotato senza neanche aver capito bene come-quando-perché.

I denti me li lavo, lo giuro, il filo (che negli anni 80 non era così in voga) lo passo, compatibilmente con la mia disprassia, spesso mi trovo frastornata per aver ricevuto un gancio destro da me stessa e mica tutte le sere ho voglia di salire sul ring. Eppure c’è sempre da fare e da rifare in questa bocca.

Prima di cominciare mi chiede “allora, cosa facciamo oggi?” Mi si gela il sangue. Come fa a non saperlo? Sarà una battuta? Vorrei rispondergli “ma facciamoci due tonnarelli con il ragù. O il menù del giorno prevede altro?” Ma evito il sarcasmo, con questo qui ho già testato che non funziona, né in un senso – non coglie quando scherzo – né nell’altro – perché voglio credere che certe uscite poco felici fossero solo dosi non richieste di ironia che non ho saputo apprezzare.

Dopo quasi un minuto di silenzio si decide a controllare al computer e bofonchia dei numeri. Capisco che sono il codice dei denti. Anche le assistenti di questo studio li usano come fossero conoscenza di pubblico dominio: “dove ti dà fastidio, il 35?” Oppure “ma abbiamo già fatto il 15?” e con oggi mi sono ripromessa di imparare la nomenclatura, così tagliamo la testa al toro. Che sarà mai, più difficile dei decimali del P greco non può essere di certo.

Prima di cominciare mi chiede “ti fa male da qualche parte?” Ci rifletto un attimo. Spalla sinistra? Non pertinente. Occhio sinistro e destro? Non pertinente. Schiena? Non pertinente. Organi interni? Neanche? Anima? Ma lasciamo stare va. Tralascio la faccia, che pure stamattina doleva, un po perché stanca del catalogo, un po perchè mentalmente rubricata nella cartella nevralgie. Bruxismo al massimo. Ma non c’è giornata in cui sia al top, per cui cosa dovrei rispondere?

Quindi dico semplicemente “no”. Mi risponde “e allora cosa sei venuta a fare?” Prego la madonna del sarcasmo che mi tenga la bocca cucita. Pochi secondi ancora, poi non potrò parlare o rispondere comunque.

Il brizzolato spiritosone inizia i suoi mestieri. Decide di partire da un premolare, che a quanto pare va “sistemato” perché un lavoro precedente non teneva più bene. Questo gergo da cantiere edile mi stupisce sempre. Non voglio mal pensare, sarà da rifare sul serio, come un infisso che non tiene più, non sarà solo intenzione di attaccarsi ai soldi dell’assicurazione. Anche con gli infissi non ti accorgi quando sono da cambiare, ci si abitua a tutto, rumore, umidità e spifferi, alitosi.

Partiamo. Ravana e scava e spinge e siringa e di tutto un po’. Io faccio la cosa che so fare meglio: mimetismo per tanatosi, se ci fossero i campionati sarei tre volte oro olimpico.

Credit: una pagina di Facebook che non seguo

Non faccio un fiato – o un grugnito o un movimento – neanche quando la guancia duole nonostante l’anestesia, tirata e anchilosata, che i premolari non sono proprio denti comodi.

Ad un certo punto però sento che il tampone di cotone laterale sta lentamente scivolando verso la gola. No, è una tua sensazione, mi dico. Aspetto, cacciano in bocca altri strumenti, tutti da quel lato e spingendo. Hai chiuso bene l’epiglottide? Mi chiedo. Aspetto ancora, finalmente leva i ferri. Con la bocca storta come una sessantenne dopo il botulino cerco di scandire meglio che posso: c’è ancora un oggetto, vero?

Il dottore è improvvisamente esilarato. Un oggetto eh? Sì, certo, c’è un oggetto.

Che cazzo ironizza, se chiamo le cose con il loro nome mi prendono per spocchiosa, se non lo faccio per una buffona. Che poi, ipotizzo sia un tampone ma non vedendo e avendo in corpo più lidocaina che sangue non è meglio stare sul generico? Madonna dei dentisti, dimmelo tu, come avrebbe chiesto un neurotipico?

E vuole sapere di che oggetto si tratta? Mi chiede. Ora sono io a illuminarmi. Quando mi propongono aneddoti tecnici la mia mente richiama la gif di Animal dei Muppet: mangio batteria diventa mangio informazioni. Meglio se tecniche e riccamente dettagliate.

Certo! Esclamo, è chiaro! Il dentista parte con lo spiegone. “Si tratta di un oggetto inserito nella guancia, finalizzato ad evitare che questo strumento molto tagliente che sto utilizzando se mi scappa di mano la ferisca.” Ammetto che mi viene l’istinto di fare uno scatto non programmato per testare i riflessi del dottore e anche la sua saccente tesi. Ma qualcosa me lo impedisce, sono tipo mummificata; pregare così tanto la Madonna delle poltrone verdi servirà pur a qualcosa.

“Anche l’assistente dovrebbe garantire questo”, aggiunge guardando la signorina. È una frecciata? Mi devo preoccupare oppure è il solito maschilista al lavoro? “Inoltre, il cotone serve per asciugare la saliva emessa dal suo dotto salivare, che si chiama” pausa enfatica. Si chiama come? Cerco di bofonchiare e grazie a Dio intanto ha cambiato ferro, per cui non testiamo la funzionalità di cui al punto precedente. “Tu che sei molto preparata dovresti saperlo”, credo parli con l’assistente. “Eeeeeh non lo so, ghiandola salivare?” Risponde lei parlando in corsivo. Mi sale la carogna, ma come ghiandola salivare, se ti ha detto “dotto” vuol dire che parliamo del nome di un buco. Di un vuoto, non di un pieno (ghiandolare). Santo cielo, sii creativa almeno. Lui scandisce tronfio “Dotto di Stenone”. Esce dalla saletta ripetendo Dotto di Stenone, come l’eco che la valle fa all’alpinista arrivato in cima.

Ci metto diversi secondi a capire che mi posso tirar su e sciacquare. Stenone eh? Molto bene. Ora potrà riprendere a fare il suo mestiere, dico, sempre storta e con la bocca amara. La signorina ignora l’assist e inizia a parlarmi del tempo. Forse era meglio il brizzolato, era meglio quando si stava peggio.

Mi riprometto di gugolare tutto sul dotto di Stenone, ha tutta l’aria di essere un nome greco.

Spoiler: no, col greco non c’entra nulla, è l’italianizzazione del nome danese di un geologo del 1600 che Wikipedia non spiega come sia incappato nella scoperta dei dotti salivari tra un minerale e l’altro. Comunque non mi stupisco, nell’antichità accadeva assai spesso che gli uomini di intelletto si appassionassero di qualcosa per fare scoperte importanti in tutt’altro campo; le donne no, quelle dovevano stare a casa e interessarsi della prole e della cucina, altrimenti erano streghe o strane zitelle o scienziate derubate della fama e dell’identità dalla storia, che è stata tutta al maschile fino ai giorni nostri.

Finiti i lavori, cerco di capire che cosa faremo nei prossimi appuntamenti: inizia a dolermi la famosa mandibola devastata dal macellaio e in effetti era proprio il punto della faccia che dava fastidio anche nei giorni scorsi. Il dottore non mi parla, il piano di cura è roba da segretarie; vado quindi al bancone dove un’assistente alla poltrona che fa anche il lavoro di segretaria cerca di spiegarmi che cosa dovremmo fare ed è evidente che non lo sa nemmeno lei.

Arriva un altro dentista, anche questo non si presenta né mi parla in prima persona, fa come fanno i tunisini: parla di me in terza persona e dice all’assistente di chiedermi qualcosa, nonostante io sia proprio di fronte a lui. Vorrei tanto chiedergli se è musulmano ma sarebbe una domanda inutile, sono certa che la risposta sia no e probabilmente vota anche lega. Riesco in qualche modo ad intendermi con la signorina che consulta l’agenda e a farle capire che nei prossimi appuntamenti vorrei dare priorità alla parte della faccia dolente a tratti, quella con il ricordo del macellaro.

Fatalmente – e con un tempismo perfetto – arriva il dottor sarcasmo che intercetta immediatamente l’informazione che ho un mal celato dolore all’arcata inferiore.

Toglie gli occhiali, alza lentamente lo sguardo e mi pianta i bulbi oculari iniettati di sangue direttamente nelle palle degli occhi. Lo prevengo immediatamente, cercando di giustificarmi, ma purtroppo ne esce un monologo balbettante e poco convincente alla Woody Allen: “sì, lo so che lei mi aveva chiesto prima di cominciare se avessi dolore da qualche parte, ma ecco, non sto provando dolore in questo momento e non lo provavo nemmeno prima di cominciare, è solo che mi è venuto in mente che nei giorni scorsi avevo fastidio alla faccia e non sono sicura che si tratti dei denti potrebbe essere qualcos’altro, ad esempio la cervicale oppure il bruxismo oppure un movimento inconsulto, ho una nevralgia, non è detto nemmeno che si ripresenti per cui ecco non le ho mentito né ho omesso un’informazione, è solo che mi è venuto in mente adesso che sarebbe più prudente anticipare questo intervento nella pianificazione degli eventi rispetto ad altri”. Ha già riabbassato lo sguardo, si è già alzato ed è già scomparso nel retro, senza proferire parola.

Assomigliano ma non sono loro, è una creazione dell’AI, tutti di diritti riservati 😂

🤖Spiegone🎓

Trauma da esperienza medica e generalizzazione della paura
Un singolo evento medico molto doloroso o mal gestito può essere sufficiente a instaurare una paura duratura e generalizzata verso tutta la categoria di contesti simili. Nelle persone autistiche questo meccanismo è amplificato da diversi fattori: la memoria episodica degli eventi negativi tende ad essere particolarmente vivida e dettagliata, la difficoltà di prevedere e controllare ambienti nuovi aumenta il senso di minaccia, e la soglia per sviluppare sintomi post-traumatici è statisticamente più bassa rispetto alla popolazione neurotipica. La ricerca sulla generalizzazione della paura mostra che esperienze traumatiche acute predicono lo sviluppo di sintomi da stress post-traumatico a distanza di mesi o anni, soprattutto in persone con elevata reattività all’ansia di tratto — una caratteristica frequente nell’autismo. In ambito sanitario, questo si traduce in pazienti che evitano cure necessarie o le affrontano con un livello di attivazione fisiologica così alto da compromettere la comunicazione con il clinico.

Tanatosi, freeze e risposta polivagale
Quando una persona autistica si immobilizza completamente in una situazione stressante o dolorosa — senza gridare, senza agitarsi, apparentemente “spenta” — non sta esercitando autocontrollo volontario. Sta probabilmente sperimentando una risposta di freeze o shutdown, un meccanismo biologico involontario di inibizione motoria e vocale che si attiva in risposta a stress estremo o percepito come incontrollabile. Questa risposta è descritta nella letteratura sulla teoria polivagale come attivazione del sistema nervoso autonomo dorsovagale, che produce immobilità, riduzione della risposta al dolore, distacco percettivo e mancanza di vocalizzazione. Nelle persone autistiche, il sistema nervoso autonomo mostra già in condizioni basali una maggiore tendenza alla disregolazione, e gli ambienti sanitari — con i loro stimoli sensoriali intensi, la mancanza di prevedibilità e la prossimità fisica forzata — sono ambienti ad alto potenziale di attivazione di questa risposta. Questo spiega perché un paziente che non dice nulla, non si dimena e risponde a monosillabi possa essere in uno stato di forte difficoltà, non in uno stato di calma.

Disprassia e igiene orale
La disprassia — difficoltà nella pianificazione ed esecuzione di movimenti volontari coordinati — è una caratteristica frequentemente associata all’autismo, ma raramente discussa in ambito odontoiatrico. Il gesto di lavarsi i denti richiede una sequenza motoria precisa, ripetuta, bilaterale, eseguita in uno spazio ristretto (la bocca) con uno strumento che produce feedback sensoriali intensi: vibrazioni, pressione sulle gengive, schiuma, sapore. Per una persona con disprassia e ipersensibilità sensoriale orale, questa routine quotidiana può essere oggettivamente difficile, irregolare o parzialmente evitata — non per negligenza, ma per una combinazione di difficoltà motorie e sovraccarico sensoriale. Le conseguenze sulla salute dentale possono essere significative, e il rischio è che il clinico le attribuisca a scarsa igiene senza contestualizzare le cause neurofisiologiche sottostanti. La letteratura sulla disprassia nell’autismo documenta difficoltà nelle sequenze motorie fini, che includono attività di cura di sé come appunto lavarsi i denti o usare il filo interdentale.

Asimmetria informativa e bisogno di struttura in sanità
In qualsiasi rapporto medico-paziente esiste un’asimmetria informativa: il clinico possiede conoscenze tecniche che il paziente non ha, e il paziente possiede informazioni sulla propria esperienza soggettiva che il clinico non può osservare direttamente. Per le persone autistiche questa asimmetria si aggrava per ragioni specifiche: il bisogno di prevedibilità e struttura, tipico dell’autismo, è sistematicamente violato in contesti sanitari dove nessuno si presenta, la terminologia usata è data per scontata, il piano di cura viene comunicato in modo vago o frammentato, e il cambio di professionista da un appuntamento all’altro azzera ogni continuità relazionale. Ricerche qualitative su adulti autistici in contesti di cura mostrano che le principali barriere riportate non sono di tipo fisico ma comunicativo: sentirsi incompresi dai provider, ricevere informazioni insufficienti su ciò che sta per accadere, non riuscire a porre domande nei tempi imposti dalla visita. La mancanza di struttura esplicita non è solo un disagio: può compromettere la capacità del paziente di fornire un’anamnesi accurata, di segnalare sintomi in modo tempestivo e di aderire a un piano terapeutico.

Dolore differito: l’interocezione non è in tempo reale
Uno degli aspetti meno noti e più fraintesi dell’autismo in ambito clinico è che la percezione e la comunicazione del dolore non sempre avvengono in modo sincrono con l’evento che li ha causati. L’interocezione — la capacità di percepire, riconoscere e interpretare segnali interni del corpo — è spesso atipica nelle persone autistiche: segnali che in un paziente neurotipico arriverebbero chiari e immediati possono emergere con ritardo, in forma attenuata, frammentata o difficile da localizzare e nominare. Questo significa che un paziente autistico può rispondere “no” alla domanda “ha dolore?” in perfetta buona fede, e ricordare o riconoscere il dolore solo in un secondo momento, magari quando qualcosa nella situazione attuale lo riattiva. Questo non è incoerenza o scarsa collaborazione: è una caratteristica del sistema interocettivo che la letteratura recente descrive come interoceptive inaccuracy o interoceptive dysregulation. Le implicazioni cliniche sono rilevanti: raccogliere l’anamnesi dolorosa da un paziente autistico richiede tempo, domande specifiche e non solo una domanda binaria al momento della visita.

Fonti

Hauck et al. (2024), Fear generalization predicts post-traumatic stress symptoms: A two-year follow-up study, Journal of Anxiety Disorders — https://doi.org/10.1016/j.janxdis.2024.100318 | Sala et al. (2021), Experiences of Sensory Overload and Communication Barriers by Autistic Adults in Health Care Settings, Autism in Adulthood — https://doi.org/10.1089/aut.2020.0074

Porges, S. W. (2011), The Polyvagal Theory: Neurophysiological Foundations of Emotions, Attachment, Communication, and Self-regulation, W. W. Norton & Company | Kharko et al. (2024), Tonic immobility triggered by COVID-19-related trauma is associated with long-term PTSD symptoms, Journal of Psychiatric Research — https://doi.org/10.1016/j.jpsychires.2024.05.031 | Haruvi-Lamdan et al. (2021), PTSD and autism spectrum disorder: Co-morbidity, gaps in research, and potential shared mechanisms, Psychological Trauma: Theory, Research, Practice, and Policy — https://doi.org/10.1037/tra0000509

Green et al. (2009), Impaired motor planning and motor execution in children with autism spectrum disorder, Developmental Medicine & Child Neurology — https://doi.org/10.1111/j.1469-8749.2009.03369.x | Kohen-Raz et al. (1992), Postural control in children with autism, Journal of Autism and Developmental Disorders | Marshall et al. (2016), Motor functions and its relationship with developmental co-ordination disorder in autism, Research in Autism Spectrum Disorders

Raymaker et al. (2021), “Disability as Diversity”: The Research Behind Creating Inclusive Care for Autistic Adults, Autism in Adulthood | Sala et al. (2021), Experiences of Sensory Overload and Communication Barriers by Autistic Adults in Health Care Settings, Autism in Adulthood — https://doi.org/10.1089/aut.2020.0074 | Nicolaidis et al. (2015), “Respect the way I need to communicate with you”: Healthcare experiences of adults on the autism spectrum, Autism — https://doi.org/10.1177/1362361315576221

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Fonti: Garfinkel et al. (2016), Interoceptive dimensions across cardiac and respiratory axes, Philosophical Transactions of the Royal Society B — https://doi.org/10.1098/rstb.2016.0014 | Mul et al. (2018), Altered bodily self-consciousness and rubber hand illusion in autism spectrum disorder, Journal of Abnormal Psychology | Price et al. (2012), Interoception in anxiety and depression, Brain Structure and Function — https://doi.org/10.1007/s00429-010-0287-9 | Palser et al. (2018), Reduced accuracy of interoceptive attention in children with autism spectrum disorder, Biological Psychology — https://doi.org/10.1016/j.biopsycho.2018.05.009