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C’era una volta il lavoro remoto. Dico così perché tante aziende pare che lo stiano man mano riducendo o addirittura eliminando, anche nel tech. Diffuso su larga scala durante il covid, il lavoro da casa è ciò che per una persona autistica avrebbe sempre dovuto esserci: zero spostamenti, ambiente noto, possibilità di usare il proprio bagno e la propria cucina. Nessun obbligo di far chiacchiere di cortesia, che sono un incubo se non hai pronto il catalogo di argomenti idonei e non ricordi i dettagli delle vite altrui. Quando penso che esistono addirittura siti e riviste tutti dedicati ai cazzi degli altri – il gossip – lo trovo allucinante: non che io sia bacchettona, ma con tutte le cose belle e stimolanti che si possono fare nel tempo libero non concepisco proprio sprecare neuroni per informazioni così poco salienti, qualcuno che si molla, qualcuno che si piglia, chili che si prendono o che si perdono, case e cose.
Il lavoro da casa viene detto smart, cioè intelligente. In effetti lo è, per molti, incluse persone neurotipiche, perché mentre telefoni al collega puoi metter su la lavatrice o anche solo sgranchirti le gambe in casa. Il lavoro remoto permette di conciliare vita privata e professionale, l’hanno scritto e osannato tutti i quotidiani del post covid, però dà anche un grande vantaggio alle aziende, perché la quota degli stakanovisti dà il suo meglio da casa: gente che si connette e non alza il culo dalla sedia per ore e ore filate.
Io sono una di quelli. Non tanto perché abbia una dipendenza dal lavoro o lo ami particolarmente, anzi controllo la mia posizione INPS da quando avevo 24 anni. Ho una dipendenza dal “finire le cose”, come Sheldon Cooper nella puntata “The Closure Alternative” di The Big Bang Theory. Inizio a sviluppare e non voglio staccare finché non sono a un risultato soddisfacente o almeno alla fine di uno sprint. Ho 30 email non lette e voglio evaderle tutte. Parlo in un meeting e prima di pranzo assolutamente il recap.
C’è un concetto sulle teorie autistiche che può aiutare a descrivere almeno una parte di questa esperienza: il monotropismo, cioè la tendenza a concentrare le risorse attentive su un numero limitato di attività o interessi. Quando si è immersi in qualcosa, spostare l’attenzione può avere un costo. E qui entra in gioco anche la cosiddetta inerzia autistica: la difficoltà a iniziare, interrompere o cambiare attività. Come quando è pronto in tavola e passa un’ora, come quando sei in ufficio e il viaggio per tornare, comportando un cambio di stato, sembra da rimandare all’infinito. Queste definizioni un po’ manualistiche possono contribuire a spiegare perché staccare non sia sempre semplice per una persona autistica.
Per far fare training neurotipico a Sheldon, la sua fidanzata Amy lo obbliga ad esempio a sentire tanti auguri senza cantare le ultime due battute, scordati il ritorno sulla tonica. Guardano un film e spegne prima dei titoli di coda. Lo fa giocare a tris e cancella la lavagna un attimo prima che lui faccia la mossa vincente. Mi viene in mente anche «The Scavenger Vortex», l’episodio in cui Sheldon insiste per completare un puzzle anche quando ha già capito dove deve andare: la destinazione è chiara, ma manca ancora l’ultimo pezzo.

I posti in cui ho lavorato hanno sempre beneficiato un sacco di questa mia, diciamo, attitudine.
Ci sono però anche altri aspetti per i quali il lavoro da casa ha il suo perché, lo smart working cambia anche il modo di relazionarci con gli altri, un fatto importante per tutti i neurotipi, in modo diverso.
Da casa ci si confida di più. Dicono che in presenza si rafforzano i legami e che le persone soffrano a non poter socializzare, da casa. Eppure, più e più volte mi è capitato di poter fare o ascoltare discorsi schietti grazie al fatto che i colleghi erano connessi da casa e non in sede. In fondo, anche molto neurotipici sul lavoro fanno masking, a modo loro: parole inglesi per camuffare il disagio o l’inconcludenza, cambi argomento per non arrivare al punto e così via. L’obbligo di far bella figura e sembrare professionali nel mondo impiegatizio inchioda tanti e tante alle maschere di carnevale. Ne ho parlato anche in Fenomenologia di una call, osservando le regole implicite che governano le riunioni.
Quando sono stata a Cuba, ho visitato un paesino di nome Trinidad, la cui particolarità, oltre alle casette colorate, è che i turisti ci vanno e tornano in giornata, nessuno o quasi si ferma a dormire a Trinidad. Il mio compagno di viaggio invece aveva programmato di dormire a casa di una anziana signora, in una casa particular, per vivere di più il clima autentico. Di notte mancavano la corrente e l’acqua. Non so se fosse una scelta deliberata per risparmiare risorse a favore delle zone più frequentate da paganti benpensanti, o se dipendesse dalle carenze infrastrutturali dell’isola. Fatto sta che nel buio inquietante della notte, i cittadini di Trinidad si liberavano, stavano seduti sull’uscio di casa a dirsi le cose che non si dicono alla luce, ballavano in piazza e anche io mi sono sentita la loro partner e confidente.

Ecco in call, se si lavora da casa, succede così: più verità, meno circostanza, small talk quasi interessanti, scusa mi stacco un attimo che devo metter su la pasta. Ah, che pasta fai di buono? Ho scoperto più ricette così che con Giallo Zafferano. Mi è capitato di vedere cani, felpe, conigli e figli. Io stessa una volta ho mostrato a tutti il sacchetto di scarti fecali del nostro cane di famiglia, dondolava sullo schermo del cellulare durante un mega meeting, la telecamera si era accesa senza che me ne accorgessi. Sicuramente avrà stemperato la tensione.
Dire le cose al buio, dire le cose a una buca, è un modo per non dover essere vittima del contegno pubblico. Tante persone lo amano, alcune proprio no.
Quindi, le dieci ragioni per odiare il lavoro remoto sono:
- Più produttività e meno pause caffé con i colleghi
- Meno spese mensili in abiti da pinguino e cosmesi da vallette
- Pasti più sani o quantomeno igienicamente controllati, saluta il panino di Tony lo zozzone sotto l’ufficio
- Verità, tanta genuina verità, che può pure farti perdere un po’ l’aura da fuffaguru corporate.
- Sedia scomoda? Compratene una da gamer, non puoi più incolpare il datore per il mal di schiena.
- Figli, mogli, parenti e vicini che non capiscono quando stai lavorando, passano davanti alla webcam in mutande o tirano i porconi se suona il corriere e nessuno va ad aprire. Corriere compreso.
- Il surriscaldamento globale, la fame nel mondo, guerra e siccità.
- Ansia da prestazione: se non risulti sempre online, in comunicazione o non rispondi alle email in tempo zero ti senti in colpa o temi che i colleghi pensano che non lavori abbastanza. Quindi rispondi con ti rispondo asap e si torna al surriscaldamento globale
- Non vedere il/la tuo/a bestie di lavoro, vi tocca uscire a bere uno spritz e parlare di cose più interessanti dell’ultimo SAL.
- Il bagno è sempre pulito, ma te lo devi pulire tu.

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