Non abbiam bisogno di etichette

🔖129 |🏷️

O forse sì, almeno un poco. Il nostro cervello classifica continuamente: ne ha bisogno per orientarsi senza ricalcolare il mondo da zero ogni volta.
Neurotipici, neurodivergenti, occidentali, orientali, popoli del sud e del nord, magri e grassi, simpatici e antipatici sono tutte categorie che nascono da un’esigenza umana, trasversale alle categorie stesse: fare economia cognitiva. Le categorie sono scorciatoie, un funzionamento “a risparmio energetico” iscritto nel nostro codice sorgente.

C’era una volta in cui mi arrabbiavo moltissimo con i bias che saltano fuori come effetto collaterale della tassonomia sugli esseri umani, perché il passaggio da “i bianchi sono ricchi” a “vedo un bianco e sono invidioso” è un attimo. Oppure: “le donne hanno il ciclo; le variazioni ormonali possono influire sulla sensibilità; allora le donne sono sensibili; allora non sono razionali; allora chi si fida? Meglio non metterle a fare l’AD di un’azienda”. O ancora: “l’autismo non si corregge; alcuni autistici hanno dei deficit; allora si sa, gli autistici hanno deficit che non si correggono; sei autistica? oh poverina mi dispiace per te”. Capito il concetto, no?

Poi ho scoperto che queste scorciatoie non nascono necessariamente da superficialità o cattiveria, sebbene non siano piacevoli negli effetti; nascono anche dal fatto che le nostre risorse cognitive sono limitate. I sistemi ben progettati, sottoposti a vincoli di energia e attenzione – cervello compreso – cercano di risparmiare per non andare in crash; ed ecco che più o meno consapevolmente tutti noi utilizziamo ogni giorno piccole economie cognitive, pensiero a risparmio energetico.

Outdoor workshop with laptops, labeled participants, seated seniors, and children playing soccer; labels include SERENO, SEVERO, INTRANSIGENTE, GENTILE, SIMPATICO, RIGIDO, EMPATICO, and DISPONIBLE.
Generato con AI

Qualche anno fa, mi è capitato di imbattermi in un bellissimo articolo di Robert Sapolsky, “Perché odiamo gli altri”, che mette a fuoco una tesi: la divisione tra “Noi” e “Loro” è un meccanismo profondamente radicato nel cervello umano, rapido, automatico e in larga parte emotivo. Tendiamo a classificare le persone in gruppi e a favorire chi percepiamo come simile, mentre verso gli “altri” possiamo sviluppare diffidenza e pregiudizi. Una modalità antica di orientarsi rapidamente nel mondo, utilissima quando bisogna decidere in fretta, ma molto meno quando la applichiamo ai giudizi complessi sulle persone, non è un modo di ragionare innocuo.

Tuttavia queste categorie (Noi/Loro) non sono fisse: possono cambiare molto rapidamente e possono essere attenuate attraverso il contatto, obiettivi comuni, cambio di prospettiva e individualizzazione dell’altro. Questo principio si ritrova in diverse pratiche di cooperazione tra gruppi: nell’esperimento di Sherif a Robbers Cave State Park, due gruppi portati alla rivalità e poi all’ostilità riuscirono ad avvicinarsi quando furono costretti a cooperare per raggiungere obiettivi importanti per entrambi. Diventare una squadra è un lavoro di relazione, ma anche di cognizione e forse è con questo spirito che alcune organizzazioni investono nel team building?

Il problema della categorizzazione è ciò che succede dopo la categorizzazione: tendiamo ad essere più benevoli con i simili che con i diversi (o con quelli che percepiamo come tali), a vedere “loro” come omogenei, meno complessi e meno umani.

Vogliamo fare un esercizio mentale? Cosa pensi per prima cosa se ti dico “autistico” e “neurotipico”? Per alcuni neurotipici gli autistici son tutti buoni e bravi scemotti che dondolano e per alcuni autistici i neurotipici sono scaltre faine poco intelligenti, omologati e noiosi/fastidiosi. Trattasi di generalizzazioni ovviamente, ma ora sappiamo da dove nascono.

Cosa ce ne facciamo allora delle etichette?

Questa naturale diffidenza per “il diverso da me” può essere superata. Quando l’etichetta serve per scartare o trarre conclusioni affrettate è un problema, un problema di umanità e di visione. Però se serve per accedere a risorse, navigare, orientarsi come con una bussola, allora bisognerebbe concedere una chance anche alla funzionalità dei tag:

  • il senso del “Noi” produce appartenenza, sicurezza, cooperazione, fiducia e disponibilità ad aiutarsi. Sapolsky sottolinea infatti che il problema non è eliminare completamente la distinzione Noi/Loro – cosa probabilmente impossibile – ma impedire che diventi rigida ed essenzialista. Bisogna lavorare sul famoso senso di comunità, insomma.
  • La parte più incoraggiante è che le categorie possono essere ridisegnate: basta talvolta scoprire un interesse, un’identità o un obiettivo condiviso perché una persona prima percepita come “Loro” venga vista come parte di un nuovo “Noi”. Il contatto prolungato, in condizioni di parità e collaborazione, il riconoscimento dei propri pregiudizi e il cambio di prospettiva possono ridurre significativamente questa contrapposizione. 

E qui entra in gioco la mia riflessione.

Per 40 anni mi sono sentita dare della stronza, elitaria, snob, altezzosa, precisina, scontrosa, pigra, maldestra, impacciata, logorroica, ritardataria e tante altre etichette poco piacevoli da portare addosso. Poi un giorno è arrivata la diagnosi e ho capito che molto di ciò che veniva letto come elitarismo o snobismo era il mio bisogno di usare le parole in modo preciso, e che anche con me fossero impiegate come strumenti di conoscenza, non come ospelli per riempire il vuoto. Ho scoperto che quello che veniva definito con “essere precisina” aveva invece a che fare con una memoria molto forte, visiva, alla quale mi appoggio da sempre per compensare le difficoltà di gestione del tempo e dello spazio; che quello che veniva letto come scontrosità poteva semplicemnete essere un’espressione facciale che non restituisce agli altri ciò che si aspettano di vedere. Ho scoperto che, per me, l’info dump non è logorrea, ma una forma di amore, stima, verso l’interlocutore ma anche verso il mondo, una sorta di gratuita condivisione di tutto quello che ho (e che ho ottenuto spesso con fatica). Ho scoperto che molti miei comportamenti descritti come impaccio, maldestria e pigrizia o anche ritardo cronico hanno invece a che fare con disprassia e discronia, cioè con una difficoltà forte ma atipica nel percepire e gestire spazio e tempo.

Incredibile ma vero: una sola etichetta (persona autistica, che pure si porta dietro un notevole stigma sociale) mi ha liberato da decine di etichette “morali” che mi segnavano la pelle come lamette. Perchè no, non mi ci ritrovavo, in tutte quelle brutte parole: era troppo forte la discrasia tra intento interno (fare il giusto) e risultato esterno percepito (le parole di cui sopra).

In buona sostanza non abbiamo bisogno di etichette che pretendano di esaurirci, perché la categorizzazione sommaria sembra ridurre una persona a una sola parola, appiccicandogliela addosso con quella rassicurante rapidità con cui si sistemano le cose in un cassetto, salvo poi dimenticare che, a differenza delle cose, le persone continuano a muoversi ed evolversi anche dopo essere state archiviate.

Il rischio dell’etichetta? Autistico. ADHD. AuDHD (autismo e ADHD insieme). Neurodivergente: una parola e improvvisamente qualcuno ritiene di sapere come funzioniamo, che cosa possiamo fare, che cosa non possiamo fare, quanto siamo affidabili, empatici, socievoli, intelligenti, produttivi o, per usare una categoria particolarmente insidiosa, “adatti” a un determinato contesto. Il curriculum diventa una diagnosi e la diagnosi diventa un curriculum.

Il rischio sta anche nel significato che ciascuno attribuisce alla parola: cosa vuol dire, per te e per me, autistico? Ma pure portarsi addosso cento etichette apparentemente comuni – infantile, pigro, troppo sensibile e via discorrendo – può essere pesante.

Etichette al lavoro

Portarsi addosso le etichette può essere particolarmente pesante sul luogo di lavoro: “che brutto carattere, questa qui” quante volte me lo sono sentito dire! Per questo tema è interessante il lavoro di Muhammed Alperen Yasar, ricercatore di Ca’ Foscari, su come la discriminazione possa emergere anche quando attribuiamo significato a categorie osservabili che, in relatà, non sono pertinenti alla situazione. Il punto, semplificando, è che la discriminazione non nasce soltanto da un’antipatia esplicita o da un pregiudizio consapevole: può svilupparsi anche quando una persona viene collocata in una categoria che diventa più rilevante, ai nostri occhi, della persona stessa. Una volta costruito il gruppo, iniziamo ad attribuire ai suoi membri caratteristiche comuni, intenzioni, limiti e differenze che potrebbero non esistere affatto, o che comunque non spiegano il comportamento osservato in quella specifica circostanza

E’ così che “autistico” può smettere di indicare un particolare funzionamento e cominciare a funzionare come una sentenza: non capirà, non collaborerà, non sarà flessibile, non saprà gestire, non potrà. La stessa parola che avrebbe potuto aprire una conversazione diventa il modo più rapido per chiuderla.

Una diagnosi che arriva tardi

Per molte persone adulte, ricevere una diagnosi di autismo o ADHD non significa scoprire di essere improvvisamente diventate qualcosa, ma significa scoprire che molte esperienze, interpretate fino a quel momento come difetti morali o insufficienze caratteriali, potevano avere una spiegazione diversa: la fatica sproporzionata dopo una giornata di riunioni; la necessità di restare in silenzio per ore dopo un evento sociale; l’impossibilità di concentrarsi su una pratica amministrativa e, nello stesso pomeriggio, la capacità di trascorrere tre ore ricostruendo la storia delle mappe ferroviarie dell’Asia centrale; il fastidio quasi fisico per alcuni rumori; il bisogno di conoscere in anticipo lo svolgimento di una situazione; la difficoltà ad affrontare i cambiamenti di programma; la sensazione di recitare correttamente una parte scritta da qualcun altro.

Per un adulto con diagnosi tardiva, spesso considerato “ad alto funzionamento” – espressione tanto diffusa quanto problematica, perché tende a descrivere ciò che una persona riesce a mostrare e non il costo necessario per mostrarlo – la diagnosi può arrivare dopo decenni di compensazione, masking (cioè tentativi di camuffare o compensare i propri tratti) e adattamento.

Arriva dopo anni trascorsi a pensare: sono rigido, asociale, ma sono anche brillante, quindi non posso essere davvero in difficoltà; lo fanno tutti; se riesco a farlo una volta allora dovrei riuscire sempre. La diagnosi non cancella la biografia e non riscrive magicamente il passato; tuttavia, può fornire una nuova grammatica per leggerlo.

È una legenda sulla mappa: non sposta le montagne, non accorcia le distanze e non rende improvvisamente pianeggiante il sentiero, ma può spiegare perché quel sentiero sembrasse agevole a tutti tranne che a te. Può servire per essere più gentili con se stessi.

La comunità che prima non c’era

Una delle possibilità che una diagnosi tardiva può rendere accessibili è il senso di appartenenza. Non il generico «siamo tutti diversi», che è certamente vero, ma spesso così universale da diventare quasi inutilizzabile; piuttosto, una comunità concreta, composta da persone che conoscono dall’interno il sovraccarico, il masking, la monotropia (difficoltà a cambiare attività o stato mentale), la disregolazione, il burnout e la fatica prodotta dalle interazioni ambigue.

A volte è sufficiente una conversazione per scoprire che ciò che sembrava una stranezza individuale appartiene a un’esperienza condivisa: scoprire che non sei l’unica persona che, dopo una conferenza, ha bisogno di due ore di silenzio, che non sei l’unica persona che prepara mentalmente una telefonata come se dovesse partecipare a un negoziato diplomatico. Non sei l’unica persona che può parlare per quaranta minuti del proprio interesse specifico e, nello stesso tempo, trovarsi in difficoltà davanti a un «come stai?» perché la domanda è troppo ampia, priva di coordinate e senza un formato di risposta chiaramente indicato.

Le comunità neurodivergenti funzionano spesso anche come comunità di pratica: luoghi in cui si scambiano strategie, linguaggi, strumenti e interpretazioni, producendo non soltanto conforto ma una forma concreta di conoscenza situata. E questo non è un dettaglio psicologico, ma un fatto anche politico. La parola “autistico” o “neurodivergente” può diventare uno strumento di autorappresentazione: non una diagnosi pronunciata dagli altri per classificarti, ma un’identità nominata anche da chi la vive, secondo modalità, tempi e parole che non devono necessariamente coincidere con quelle della maggioranza.

Gli studi sulle esperienze delle persone autistiche diagnosticate in età adulta descrivono, accanto allo stigma e alla confusione iniziale, una maggiore comprensione di sé, il collegamento con altre persone e una nuova sensazione di appartenenza.

La storia di Leanne Maskell

In un post su LinkedIn che comincia con “I knew I was autistic for years — I just didn’t see the point in an assessment“, Leanne Maskell racconta di aver saputo per anni di essere autistica senza, almeno inizialmente, ritenere necessario arrivare a una valutazione formale.

Il punto del suo racconto non è che una diagnosi renda una persona più autentica delle altre, né che soltanto una valutazione clinica possa autorizzare qualcuno a interrogarsi sul proprio funzionamento. Il punto è che la conferma può produrre conseguenze concrete.

Maskell descrive il riconoscimento di quanto avesse mascherato in diversi ambiti della propria vita, l’incontro con altre donne autistiche diagnosticate in età adulta, la nascita di una nuova comunità, la possibilità di rileggere relazioni e incomprensioni, l’apprendimento di strategie con professionisti competenti e la capacità di porre confini che, fino a quel momento, sembravano quasi impossibili. La diagnosi non ha creato una persona nuova: ha reso più leggibile quella che già esisteva. La metafora degli occhiali è particolarmente efficace: il mondo non era cambiato, ma era cambiata la nitidezza con cui Maskell riusciva a guardarlo.

In un altro intervento, Maskell sottolinea inoltre che una diagnosi non serve necessariamente a ottenere farmaci, perché la neurodivergenza non è una malattia da trattare in quanto tale; può servire a ottenere linguaggio, contesto, autoconsapevolezza, comunità, capacità di advocacy e il permesso di smettere di misurarsi continuamente su standard costruiti per altri cervelli.

È una distinzione importante, soprattutto in una cultura che tende a riconoscere un bisogno soltanto quando può trasformarlo in una prestazione, una terapia o un protocollo. L’etichetta non deve dirti chi sei; può aiutarti a capire quali strumenti ti servono per stare nel mondo senza consumarti interamente nel tentativo di sembrare qualcun altro.

Forse, allora, non abbiamo bisogno di vivere senza etichette. Abbiamo bisogno di ricordarci che un’etichetta dovrebbe aprire una domanda e non chiudere una persona.

LO SPIEGONE DELL’AI

La mia esperienza vale come esperienza. Per approfondire ho sguinzagliato l’AI sulla letteratura scientifica: studi, dati, dubbi e fonti. Ecco a che punto siamo > ESSERE O NON ESSERE AUTISTICI