Curiose scoperte

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Eravamo bambine e lei non riusciva a mettere a posto la stanza. Mi arrabbiavo, pensavo facesse apposta. Qualche volta i suoi occhioni enormi mi devono aver detto non ce la faccio e quindi sentenziavo: ok, allora io farò la mente e tu il braccio!

Funzionava, la mente di una professorina di sette anni e mezzo organizza tutto con molta precisione, anche scarpine e vestitini della Barbie, mentre la mente di uno scoiattolo fatto di caffeina per eseguire una singola istruzione pratica ci mette meno del tempo che serve a finire la frase. Una grande squadra, sulla carta.

Il problema? La mia tassonomia dei giochi richiedeva troppo tempo di messa in opera rispetto alla sua capacità di distrarsi, che si attiva in un battito di ciglia. Per tacer della difficoltà a portare a termine le operazioni noiose, a basso valore percepito.

Noi bambine litigavamo, non si impegna abbastanza, pensavo io. Lei non ho mai saputo che cosa pensasse, ha iniziato a verbalizzare in modo completo i suoi pensieri che aveva passato i trenta. Tutt’ora, fare un discorso completo e lento e chiaro dall’inizio alla fine le richiede grande sforzo cognitivo: è un piccolo genio, ma le intuizioni, elaborazioni e conclusioni stanno tutte nella sua testa, che va a mille all’ora.

Da grande ha scoperto di avere grandi doti come commerciale, ama le sfide. Dunque parla, eccome se parla. Eppure, se le chiedo a colazione: perché da piccola appena trovavi una maschera da sci in mezzo alle Barbie te la mettevi in testa e la tenevi lì fino a sera? Mi risponde con la faccia furbetta e un po’ ostile, portando un dito alle labbra in segno di silenzio e sibilando solo “sssh!”.

La neuroscienziata Anne-Laure Le Cunff su Aeon ridefinisce l’ADHD, interpretandolo non come un disturbo, ma come un tratto evolutivo di “ipercuriosità” che ha favorito la sopravvivenza umana. Questo profilo da “perlustratore” è caratterizzato da una spinta biologica verso la novità, che permette eccezionali capacità di risoluzione creativa dei problemi e l’iperfocus in situazioni stimolanti.

Ecco, mia sorella era proprio così, gestione delle emergenze (o assurdità, come le vedevo io, tipo capriole multiple con rischio di fratture scomposte) +100, compiti ripetitivi e banali (come andare a scuola a scaldare il banco o fare colazione) -100. Anne-Laure Le Cunff è stata dirigente di salute digitale in Google, oggi si occupa di “produttività consapevole” (mindful productivity) e neuroscienza della ipercuriosità, con attività di ricerca a Londra: mi sembra giusto limitarmi a tradurre soltanto il suo articolo, rispettosamente, senza aggiunger parola. In fondo il link al testo originale. Buona lettura

«L’ipercuriosità dell’ADHD non è soltanto una disfunzione, ma può essere compresa come una spinta motivazionale impulsiva verso nuove informazioni.

È lunedì mattina in laboratorio e tra due ore devo presentare il lavoro del team. Apro il portatile con l’intenzione di sistemare una figura, poi noto un articolo che avevo salvato. Quel lavoro ne cita un altro, che mi porta a una nuova preprint di uno degli autori. In breve mi ritrovo con 27 schede aperte, tre idee abbozzate sul quaderno e una nuova app scaricata per prototipare qualcosa che non ha nulla a che fare con la presentazione.

So che dovrei fermarmi e sento la pressione del tempo aumentare, ma l’attrazione verso la deriva è troppo forte, quasi fisica. Ancora cinque minuti, mi dico, poi torno al «vero» lavoro. Solo quando l’ansia diventa insopportabile mi costringo a rientrare sulle slide.

Questo piccolo balletto non è insolito per me né per le milioni di persone che riescono a concentrarsi per ore, in modo profondo e quasi gioioso, quando una domanda cattura la loro attenzione, ma che possono anche deragliare completamente di fronte a una nuova idea brillante. Per molto tempo l’ho vissuto come un fallimento personale di disciplina. Solo quando ho iniziato a lavorare all’ADHD Research Lab del King’s College di Londra ho cominciato a pensare che potesse trattarsi di qualcos’altro.

Sono una neuroscienziata cognitiva che studia come l’attenzione viene attratta da alcuni segnali e distolta da altri, utilizzando esperimenti comportamentali, eye-tracking ed EEG. A posteriori, l’ironia non mi sfugge: ho passato anni a studiare l’attenzione senza applicare lo stesso sguardo analitico a me stessa.

Credit: aeon.com Link alla versione originale in inglese ⬇️

Per capire perché abbia a lungo ignorato la mia esperienza, è utile guardare a come l’ADHD viene definito ufficialmente. Nel DSM-5-TR è descritto come un «pattern persistente di disattenzione e/o iperattività-impulsività che interferisce con il funzionamento o lo sviluppo». L’accento è posto sul deficit, su qualcosa che non funziona come dovrebbe. Eppure, l’esperienza quotidiana delle persone con ADHD è molto più complessa.

È una condizione altamente eterogenea, che si manifesta lungo più dimensioni di gravità e sensibilità. Molte persone che soddisfano i criteri diagnostici non sono compromesse in ogni momento o in ogni contesto, ma trovano particolarmente difficili certi ambienti: quelli con poca autonomia, che richiedono attenzione prolungata a compiti prefissati e penalizzano l’esplorazione non lineare. Inserite invece in contesti caratterizzati da novità, urgenza, incertezza o posta in gioco reale, le stesse caratteristiche – normalmente etichettate come «disattenzione» o «impulsività» – possono sostenere una concentrazione intensa, un rapido riconoscimento di pattern, elevata energia e problem solving creativo.

La diagnosi cattura delle predisposizioni, ma il fatto che queste diventino limitanti o potenzianti dipende in larga misura dal contesto. Questa tensione tra criteri clinici ed esperienza vissuta solleva una domanda centrale per la mia ricerca: com’è possibile che gli stessi pattern attentivi siano associati sia a difficoltà funzionali sia ad alte prestazioni, a seconda dell’ambiente?

Una delle ragioni per cui è difficile rispondere è che neuroscienze e psicologia non hanno individuato un unico «nucleo» esplicativo dell’ADHD. Nel tempo si sono alternate teorie diverse: l’avversione al ritardo, la disfunzione esecutiva, le differenze nell’elaborazione della ricompensa legate alla dopamina. Ognuna coglie un aspetto reale, ma nessuna spiega pienamente l’estrema sensibilità al contesto tipica dell’ADHD.

Forse abbiamo guardato il problema al contrario. E se la questione non fosse ciò che limita l’attenzione, ma ciò che la cattura? In molte persone con ADHD, i segnali legati alla curiosità – novità, incertezza, errore di previsione, ricompensa informativa – hanno un peso motivazionale maggiore. La disattenzione può allora essere vista come una riallocazione rapida dell’attenzione verso ciò che promette il massimo guadagno informativo.

Da questa prospettiva, le difficoltà esecutive e le differenze nella ricompensa diventano effetti a valle di un cervello che assegna priorità diverse a ciò che merita attenzione. Priorità che potrebbero aver avuto valore adattivo in contesti evolutivi precedenti.

Molte evidenze convergono su questa ipotesi. Studi di neuroimaging mostrano risposte cerebrali diverse alla novità e al feedback di apprendimento. Task sperimentali sull’esplorazione indicano che gli adulti con ADHD compiono più scelte esplorative e abbandonano prima risorse che si stanno esaurendo: un comportamento che può apparire impulsivo in laboratorio ma essere vantaggioso in ambienti variabili.

Per alcune persone, l’informazione stessa ha il potere urgente di una ricompensa. La domanda «Cosa potrei scoprire dopo?» non è solo interessante, è irresistibile. Chiamo questo profilo attentivo ipercuriosità: una spinta motivazionale impulsiva verso informazioni nuove, incerte o irrisolte, che può prevalere su altri obiettivi.

L’ipercuriosità aiuta a comprendere molti aspetti dell’ADHD: i rapidi cambi di focus, la distraibilità, la perdita della cognizione del tempo, la difficoltà con attività prive di stimoli nuovi, fino ai pensieri incessanti prima di dormire. Tutte esperienze spesso studiate separatamente, ma che possono essere viste come parti di un unico profilo attentivo.

In certi contesti, un approccio guidato dalla curiosità può essere stato favorito anziché selezionato contro. Per gran parte della storia umana, le risorse erano irregolari e i rischi imprevedibili. In tali ambienti, una sensibilità elevata alla novità e all’incertezza poteva rappresentare un vantaggio adattivo. Gruppi con strategie attentive diversificate – esploratori e custodi – risultavano più resilienti.

Evidenze genetiche suggeriscono che alcune varianti associate alla ricerca di novità e a tratti ADHD siano più frequenti in popolazioni storicamente nomadi. Questo non implica determinismo, ma rafforza l’idea che uno stile cognitivo inquieto e curiosità‑centrico possa essere stato utile.

Tuttavia, tutto ciò non rende l’ipercuriosità un «superpotere». Le stesse caratteristiche che favoriscono creatività e apprendimento rapido comportano costi reali: difficoltà con la routine, vulnerabilità al rischio, problemi di regolazione dell’attenzione in ambienti saturi di stimoli, burnout e disagio psicologico.

La difficoltà non risiede tanto nell’ipercuriosità in sé, quanto negli ambienti in cui oggi viviamo. L’attenzione umana non si è evoluta per un mondo di informazioni infinite e distrazioni algoritmiche. Scuole e luoghi di lavoro spesso amplificano il disallineamento, premiando l’aderenza lineare più dell’esplorazione.

Molti adulti che prosperano hanno trovato modi per costruire nicchie compatibili con il proprio stile attentivo. Questo crea un bias di sopravvivenza: per ogni storia di successo, ce ne sono molte di ipercuriosità senza canali produttivi.

Riconoscere l’ADHD mi ha permesso di rileggere difficoltà che avevo vissuto come fallimenti personali – cicli di burnout, insonnia, immersioni profonde alternate a disorganizzazione – come tratti dipendenti dal contesto, non deficit globali.

Questo spostamento di prospettiva suggerisce un cambio di domanda: invece di chiederci solo come regolare l’ipercuriosità, dovremmo chiederci come progettare ambienti che lavorino con essa. Scuole, orientamento professionale, organizzazioni e tecnologie potrebbero valorizzare maggiormente ruoli che richiedono esplorazione, connessione di idee, adattamento e pensiero non lineare.»

Fonti

Le Cunff, Anne-Laure, How the hypercuriosity of ADHD may have helped humans thrive, Aeon. https://aeon.co/essays/how-the-hypercuriosity-of-adhd-may-have-helped-humans-thrive