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Quando ero piccola, prima dei sei anni, mia mamma correggeva i compiti in classe dei suoi studenti su un tavolino di legno grezzo a cavalletti. Stava in una stanza della casa che i miei genitori chiamavano “lo studio” anche se assomigliava più ad un grande sgabuzzino di RAE con finestra. Mio padre ci stipava computer (che negli anni 80 occupavano assai spazio), cavi, periferiche, canaline, hardware di ogni tipo. Mamma ci metteva dischi, fogli e raccoglitori di stampe, burattini o altre cose creative fatte a mano. Entrambi usavano i computer, usavano la carta e facevano calcoli, credo che si siano amati per il tramite della scienza (e della fede) a modo loro. C’era la moquette sul pavimento, che mi faceva diventare le gambe tutte rosse perchè ho sempre avuto tutte le malattie e le sensibilità e le allergie che si possono tracciare in un laboratorio di analisi.
Mamma correggeva i compiti o preparava le lezioni di informatica o di matematica e mi diceva “mettiti qui vicino a me”. Adoravo stare vicino a mamma, seduta sul pavimento con carta e penna (sì, sapevo già scrivere prima delle elementari) o al Commodore con DOS o Logo davanti. Cioè, Logo lo detestavo, ma stare nella stanza, ognuna delle due a fare ciò che doveva fare, inondava la stanza di calore empatico, la presenza silenziosa reciproca dava ad entrambe gioia e senso di comunanza.

Ecco, star vicino ognuno facendo il suo, nella mia famiglia divergente, è da sempre una forma di affetto e connessione profondissima. Mio nonno faceva la settimana enigmistica sulla poltrona e noi (nipoti, figlie, parenti vari) stavamo in salotto vicino a lui, appunto ognuno a fare il suo: leggere riviste, vedere la tv, fare altri giochi enigmistici. Nessuno ha mai pensato che fosse bizzarro o poco socievole e anche adesso mi capita di dire a mia sorella: cosa ne dici, io lavoro in salotto e tu ti metti vicino a me a finire quella cosa che devi fare?
Ho portato questo schema, che ha un nome a quanto pare, si chiama Body Proximity, anche nelle mie relazioni sentimentali. Alcune volte ha funzionato, altre meno.

In questo video, Luke Grosch, attivista neurodivergente con 169 mila follower, racconta:
“Per me essere autistico significa vivere una vera dualità: desiderare di stare assolutamente e completamente da solo, ma allo stesso tempo voler essere innamorato e avere un legame profondo con qualcuno.
Per quanto mi piaccia la solitudine, non voglio passare tutto il mio tempo da solo. Tuttavia, proprio perché ho trascorso così tanto tempo in solitudine e passo gran parte delle mie giornate per conto mio, faccio fatica a immaginare come sarebbe passare tutto – o quasi – il mio tempo con un’altra persona in una relazione a lungo termine.
È questa strana sensazione di voler mantenere i propri spazi e avere il controllo totale sull’ambiente circostante, desiderando però quel legame che vedi intorno a te; voler provare quelle emozioni che vedi vivere agli altri nelle loro relazioni e nelle loro esperienze condivise.
A volte, però, mi chiedo come riuscirei a gestire un’esperienza così intensa come una relazione seria e totalizzante. È solo che amo avere il controllo del mio tempo e del mio spazio, e che questo per me è fondamentale, o è in parte dovuto al fatto che sono così condizionato a stare da sola da non riuscire a concepire nient’altro? Non lo so.”
Note sulla mia traduzione
- Duality: Tradotto con “dualità”, che rende bene il contrasto interiore descritto.
- Agency: In questo contesto, indica il potere di decidere per sé e il controllo sul proprio ambiente.
- Full-on relationship: Tradotto come “relazione totalizzante” per esprimere l’intensità di un rapporto che occupa molto spazio fisico ed emotivo.
È una riflessione molto onesta e comune a molte persone neurodivergenti; l’equilibrio tra il bisogno di autonomia e il desiderio di appartenenza può essere complesso da trovare.
Il concetto di body proximity (spesso associato al body doubling) può essere una soluzione molto interessante per chi vive la dualità descritta nel video.
In ambito neurodivergente, si riferisce alla pratica di svolgere le proprie attività (lavorare, leggere, pulire) nello stesso spazio fisico di un’altra persona, ma senza l’obbligo di interagire direttamente.
Spesso è una buona soluzione al difficile equilibrio tra il bisogno di autonomia e il desiderio di appartenenza, un equilibrio che può essere complesso da trovare.
Un esempio dalla TV: The A Word
Questo dilemma – “voglio un legame, ma non voglio essere invaso” – è messo in scena in modo molto chiaro nella serie britannica The A Word (BBC), che segue la famiglia di Joe, un bambino autistico.
La madre, Alison, ama profondamente suo figlio, ma spesso interpreta l’amore come “più interazione verbale e di gioco possibile”. In diverse scene, soprattutto nei primi episodi, cerca attivamente di “normalizzare” Joe: lo spinge a partecipare alle feste, a soffiare sulle candeline, a guardare negli occhi, a giocare con gli altri bambini, a rispondere alle sue domande in auto.
Il risultato, per Joe, è spesso disagio, chiusura, a volte crisi di pianto: il suo sistema nervoso è sovraccarico e l’unica cosa che lo aiuta a regolarsi è tornare alle sue cuffie, alla musica, al silenzio, al controllo sul proprio ambiente.
Al contrario, le scene in cui Joe è lasciato “stare vicino senza essere coinvolto” – per esempio nel furgone che lo porta a scuola, con i ragazzi più grandi che parlano tra loro e lo ignorano nel modo “giusto” – lo mostrano rilassato, a volte sorridente, in pace con se stesso e con lo spazio intorno.

In altre parole:
• quando Alison insiste sull’interazione verbale e di gioco, Joe sta male;
• quando può semplicemente “stare vicino” (body proximity) senza obbligo di performance sociale, Joe si regola e sta meglio.

È esattamente il tipo di equilibrio di cui parla Luke Grosch: il bisogno di legame c’è, ma passa attraverso forme di vicinanza che rispettino l’agency e la regolazione sensoriale, non attraverso interazioni forzate.
E la body proximity non riguarda solo genitori e figli: è una forma di affetto e regolazione che funziona tra parenti, amici, partner, e anche con gli animali domestici. Stare nella stessa stanza, ognuno con la propria attività, può essere un modo potentissimo di dire “ci sono, ti voglio bene, non devi performare per me”.
Spiegone🤖
Secondo la definizione emersa da una delle prime indagini peer-reviewed su larga scala, pubblicata nel 2024 su ACM Transactions on Accessible Computing, il body doubling è “usare la presenza di altri per rimanere focalizzati o portare a termine compiti”, e può avvenire sia nello stesso spazio fisico sia tramite chiamate, videochiamate o presenze sui social. Gli autori Tessa Eagle, Leya Breanna Baltaxe-Admony e Kathryn Ringland hanno intervistato 220 partecipanti neurodivergenti (in gran parte con ADHD) e circa l’85% ha riferito che il body doubling li aiutava in modo significativo a completare i task.
Una ricerca successiva del 2025, condotta in realtà virtuale con adulti con diagnosi di ADHD, ha trovato che i partecipanti completavano i compiti circa il 27% più velocemente con un body double presente rispetto a quando lavoravano da soli; in quello studio anche i “body double” basati su IA si sono rivelati quasi efficaci quanto quelli umani.
Tuttavia, la letteratura scientifica sottolinea che, ad oggi, non esistono ancora randomized controlled trial (RCT) specifici sul body doubling per adulti con ADHD: le evidenze disponibili si basano soprattutto su auto-report, survey e piccoli studi sperimentali . Una review del 2025 su Resistaa riassume che il body doubling è “community-strong, mechanism-aligned, RCT-thin”: molto usato e coerente con meccanismi noti (come la facilitazione sociale), ma ancora poco testato in trial rigorosi .
Ecco perché potrebbe essere la “chiave” per quel dilemma:
- Connessione senza pressione sociale
Permette di soddisfare il bisogno di connessione (sentire la presenza di qualcuno a cui si vuole bene) senza il peso della performance sociale. Non devi necessariamente parlare o intrattenere l’altro; basta “esserci”. - Preservare l’agency
Poiché ognuno si dedica alle proprie attività, mantieni il controllo sul tuo tempo e sul tuo spazio mentale. È un modo per stare insieme rimanendo “soli” nella propria bolla, riducendo quella sensazione di invasione che le relazioni “full-on” (totali) possono causare. - Regolazione emotiva
Per molte persone autistiche o ADHD, la semplice vicinanza fisica di una persona fidata funge da “ancora” emotiva, aiutando a ridurre l’ansia e a mantenere la concentrazione, senza lo stress di dover gestire una conversazione complessa.
In breve, la body proximity trasforma la relazione da un impegno “attivo” e stancante a una coesistenza passiva e rassicurante. Molte coppie neurodivergenti costruiscono la loro stabilità proprio su questo equilibrio.
Fonti
Eagle, Tessa; Baltaxe-Admony, Leya Breanna; Ringland, Kathryn. “Proposing Body Doubling as a Continuum of Space/Time and Mutuality: An Investigation with Neurodivergent Participants.” ACM Transactions on Accessible Computing, 2024.
https://dl.acm.org/doi/abs/10.1145/3597638.3614486
https://leyabreanna.com/papers/body_doubling.pdf
Resistaa. “Body Doubling for ADHD: What the Research Actually Says.” Blog, 28 maggio 2026.
https://www.resistaa.com/en/blog/adhd-body-doubling
Resistaa. “Body Doubling with Neurodivergent Participants.” Pagina di sintesi della ricerca.
https://www.resistaa.com/en/adhd/research/body-doubling-neurodivergent-participants
Wikipedia. “Body doubling.” Voce aggiornata al 2024.
https://en.wikipedia.org/Body_doubling
The ADHD Desk. “Body doubling.” Knowledge base.
https://theadhddesk.com/knowledge-base/body-doubling
Schuenke, Ryan; Moore, Meredith. “Evaluating the Efficacy of Body Doubling for ADHD Using a…” Poster/talk, CCSC Central Plains 2025.
https://www.ccsc.org/centralplains/2025/talks/talk-poster16/
ArXiv. “Designing Body Doubling for ADHD in Virtual Reality.” 2025.
https://arxiv.org/html/2509.12153v1
ArXiv. “A Roadmap of Mixed Reality Body Doubling for Adults with ADHD.” 2026.
https://arxiv.org/html/2605.07851v1