Il giorno sbagliato

Oggi è il giorno più sbagliato per andare in banca, il più sbagliato possibile, il più sbagliato del mondo – della linea temporale, se vogliamo essere precisi. Sono a disagio, mi prude la faccia, ho male alla schiena, bruciano gli occhi, avrò dormito sei ore, forse. Il corpo mi dice con chiarezza che qualcosa non va, caso mai volessi ostinarmi (ancora) a ignorare le emozioni nere che ribollono nel mio io più profondo. Ehi, mister Freud, spiegami come si mettono d’accordo questi tre vigliacchi di layer che secondo te regolano l’equilibrato funzionamento psicofisico umano. Non so se perché eri un uomo e facevi pipì in piedi, perché eri un vecchio agiato o solo perché io sono autistica e mediamente sfigata però qualcosa nelle tue teorie mi pare proprio fare acqua: ci sono soggetti che nascono allineati e muoiono allineati, altri che patiscono il disasse (o disease) per quanto si facciano debuggare; e magari non è che abbiano avuto chissà quali traumi infantili.

Sto lavorando, il mio nuovo lavoro è content creator, ottima perifrasi dal sapore di scoones&tea per dire scribacchino, digitalmente assistito. Una volta ero una brillante neolaureata in giurisprudenza, in anticipo sulla media e con alti voti, ma – che peccato – senza esperienze all’estero, senza intenzione di accettare quelle forme di sfruttamento decontrattualizzate d’importazione che sono gli stage – no amici, non sono contratti, sono carta da culo, quand’anche si prendessero la briga di scrivere che non sarai pagatə per far fotocopie-fino-alle-21 su un pezzo di carta da stampante; poi sono stata una promettente risorsa del marketing, con ufficio proprio e loghi per le mani. Che peccato, non abbastanza nemmeno-so-che-cosa per fare un briciolo di reddito in più di 1.050 euro mensili. Pagavo l’affitto con lacrime e sangue, perché gli affitti delle casette dei vecchi che si sono arricchiti con il boom economico del dopoguetta quelli no che non faticano a vivere. Poi mi hanno scoperto: sei un IT! Vale a dire: fila in cantina, nerd cerca guai. Ho studiato, sperimentato, lavorato sodo e sono diventata full stack developer. Ho fatto pace con i dolori – veri, profondi, purulenti – del passato e li ho trasformati in aneddoti comunicabili, in maschera di carnevale per divertire e sollevare il cervello neurotipico, che difficilmente accetta di buon grado l’intelligenza eclettica e poliedrica, quella vera, non millantata. Ho fatto il capo, pagando di mia tasca le patch alle ingiustizie giuslavoristiche e sociali. Ho fatto il colletto bianco, informatica finanziaria. Ho fatto tutto quello che serviva fare, per arrivare a un’entrata dignitosa e un titolo che non mi vergognassi a scrivere su LinkedIN. Eppure sono ancora qui, prendo le veline e le trascrivo su pagine Sharepoint. Non è che non mi piaccia, sia chiaro, ci credo sul serio nella dignità del lavoro, ogni lavoro, è che, di nuovo, questo lavoro non ha utilità sociale né stimolo intellettuale. Mia madre mi ripete sempre: non è che devi per forza cambiare il mondo! Strano, detto da un genitore che ha allattato la mia sete di giustizia e nutrito la mia vena sognatrice ed utopistica. Prima dei vent’anni dicevo che avrei voluto risolvere la questione mediorientale, convinta del potere negoziale e della forza emotiva delle parole, quelle giuste, quelle nella tua lingua, quelle culturalmente significative. Non era delirio, ho davvero studiato diritto islamico, ebraico e canonico e preparato le bozze di uno scrupoloso lavoro di diritto religioso comparato, con taglio pratico. L’avevo presentato ad un famoso docente della mia università, la Statale di Milano, che mi ha guardato inorridito dicendo: “lo butti via subito, questo testo lo sto già scrivendo io”. Dovrei controllare se, poi, l’ha mai pubblicato. Ho studiato comunicazione interculturale, arabo, cinese: non sono deliri di onnipotenza, sono sempre stata una piccola ChatGPT ante litteram. Che non sa andare in bici.

Eppure nulla, nel giorno sbagliato la sensazione di fallimento è così forte che brucia. Come la mettiamo? Un problema di strategia, caro Freud, si riduce tutto ad un problema di strategia. Sul lavoro, perché quando vedo l’arrancare paludoso del giusto, bello, nuovo (che talvolta è già vecchio prima di vedere la luce tanto che ci si mette a partorirlo) do la colpa alla mancanza di strategia e di visione; nel personale, perché la strategia l’ho mancata in pieno, da sempre e ormai per sempre.

Sai che cosa credevo? Guardavo i video di MTV e pensavo veramente che “impegnandomi al mio meglio” come ripeteva il mantra dei miei utopistici genitori boomer, avrei cambiato le cose. Per me almeno, se non anche per altri all’infuori di me. Credevo che ad un certo punto sarei diventata come nei video, una donna adulta, con tutto ciò che questa espressione si porta dietro nell’immaginario collettivo plasmato dai mass media, since 1980. Mi piaceva ballare e credevo che avrei ballato; mi piaceva l’inglese e credevo che l’avrei usato; mi piaceva la musica e credevo che avrei suonato; mi piaceva creare e credevo che avrei creato. Nel pacchetto c’era anche la soluzione alle dismorfofobie incipienti in una persona divergente che non si è mai riconosciuta guardandosi in foto o nelle vetrine. Mi impegnavo al massimo, a scuola, a casa, nella lettura, avrei avuto un lavoro e sarei stata una di loro, una persona nel mondo, parte del vibing world of people, power, art & sound. Lo starter pack “adulti”, nel mio immaginario, conteneva potere d’acquisto e credibilità, la sicurezza ce l’avrei messa io. E invece no, non funziona un cazzo così, se non hai una strategia per programmare il piano del tuo successo, le risorse umane ed economiche per farlo, il pensiero strutturato per dare pesi utili all’utile rispetto al giusto sappi che non vai da nessuna parte. La mia sicurezza e competenza sono state punite e sfrondate senza remore dal mondo dei grandi, che usa mezzi subdoli e tutt’altro che “giusti” per minare alla base le costruzioni di chi dà fastidio, perché diverso. Mi hanno insegnato il mito del merito e io il merito credo proprio di averlo raggiunto; ma mi è stato taciuto il posizionamento: struttura capitale, alleanze, leve. Allineamento.

Sono andata in giro, ho sfidato il sociale e la neurofisiologia, ho vissuto in vari posti e cambiato lavoro, ho combattuto come una tigre per cercare di creare un io coerente e completo, che sopportasse la fatica estenuante di stare al mondo, un mondo pensato per il successo di esseri radicalmente diversi da me. Eppure ho fallito, ed oggi è il giorno sbagliato per continuare a leggerlo in sovraimpressione, sul reale che sto fissando, quel divano, questo schermo, queste pagine di sharepoint e una sciarpa di combipel in sconto.

Per inciso, Sabrina Carpenter non c’entra un fico secco con il mio giorno sbagliato, è solo un esempio eccellente di ciò che vedo con gli occhi della mente quando ripenso alla mia speranza di bambina, tutta riposta in un futuro in auto-scaling e che oggi non ho definitivamente più – credo la chiamino disillusione. Sabrina canta in radiose scale maggiori di un uomo “bambinone” che manda affanculo e mentre fa ciò resta splendida, in forma, di parrucchiere, che surfa le circostanze avverse con un buonumore che fa invidia al personaggio giallo di Inside out.

Come sento l’intro di Manchild, con il suo sapore love 80s, mi viene quel magone che pianta le tende in gola. E’ troppo sottile il confine tra speranza e capacità di aspirare.

Spoiler: il contatto con lo specialist landing del che cazzo ne so – aka impiegato di banca – è stato deprimente, mi ha sbeffeggiato a più riprese per la scarsa capacità di acquisto (e scusa se i miei datori di lavoro hanno accumulato per me un TFR che fa pena anche ai paesi in via di sviluppo), per le condizioni economiche alle quali ho chiuso una relazione formalizzata (cito testualmente “e com’è che voi femmine ci riuscite sempre a mangiare sopra e tu ti sei fatta fregare così?“) e per l’anticipo con cui mi informavo sulla mia solvibilità. Mi ha letteralmente riso in faccia perché non devo rogitare immobili tra cinque giorni. Sono così sconvolta, mi ha suggerito di andarmene a Ibiza e, tra le righe, di fidanzarmi. Ha usato la sua posizione di potere – quello che ti presta i soldi per un bene necessario, non di lusso – come manganello identitario, per ricordarmi che lui è in cima alla catena alimentare e io sono alla base della piramide. Lui fa pipì in piedi e io no, non lo devo dimenticare. La domanda vera, a questo punto, non è se posso permettermi un mutuo, perché i numeri sono neutrali e quelli li maneggio senza problemi. La domanda vera è: quanto posso risultare poco incisiva e potente, sulla mia stessa esistenza, agli occhi di un neurotipico? Nessuno mi ha spiegato che il merito senza strategia è mera poesia e la poesia non paga né i rogiti né gli psicanalisti.

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